IL NEGAZIONISMO SULL’AUTONOMIA DIFFERENZIATA FA MALE ALLA BASILICATA E AL MEZZOGIORNO

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di Gianfranco Blasi

Il modello dell’assistenza dipendenza ha reso il Mezzogiorno un luogo di sottosviluppo, aprirsi a nuove opportunità potrebbe significare un’ inversione di marcia. Proverò, brevemente, a spigarne i molteplici perché.

L’Autonomia Differenziata o Asimmetrica sta dividendo le forze politiche, sociali e imprenditoriali. Nel Mezzogiorno sembra prevalere un diffuso pessimismo rispetto a questo Istituto Costituzionale. Eppure il dibattito è antico e parte dall’art. 5 della nostra Carta:  La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell’autonomia e del decentramento.  Che cosa significa? Dire che l’Italia è una e indivisibile significa affermare l’indivisibilità dello Stato italiano in più Stati e quindi l’illegalità di ogni tentativo di rendere indipendente una parte dello Stato. Nello stesso tempo, però, questo articolo sottolinea l’importanza del decentramento amministrativo e dell’autonomia. Ciò equivale a dire che l’Italia è uno Stato unitario, ma non accentrato dal punto di vista amministrativo, e nel quale i cosiddetti enti locali, cioè le Regioni, le Province e i Comuni, svolgono un ruolo fondamentale. La valorizzazione di questi enti non ha solo uno scopo di efficacia amministrativa, ma deve consentire una maggiore partecipazione dei cittadini alla vita politica, in applicazione del cosìddetto principio di Sussidiarietà.

All’epoca dei nostri padri costituenti l’istituzione delle Regioni, che pure venne completata solo negli anni Settanta, aveva anche lo scopo di contrastare i movimenti antiunitari (come quelli che, all’indomani della Seconda guerra mondiale, si svilupparono in Sardegna e in Sicilia).

Ma veniamo a tempi più recenti. Sul tema dell’Autonomia Differenziata si è stata svolta nel 2017 un’indagine conoscitiva del Parlamento italiano, in seno alla Commissione bicamerale per le questioni regionali, che si è conclusa con la definizione di un documento conclusivo che ne ripercorre i principali elementi. In particolare, nel documento conclusivo la Commissione all’unanimità ha evidenziato come il percorso autonomistico delineato dall’articolo 116, terzo comma, della Costituzione miri ad arricchire i contenuti e completare l’autonomia ordinaria, nell’ambito del disegno delineato dal Titolo V della parte II della Costituzione e come l’attivazione di forme e condizioni particolari di autonomia presenti significative opportunità per il sistema istituzionale nel suo complesso, oltre che per la singola Regione interessata.

Centrale è il presupposto della “valorizzazione delle identità, delle vocazioni e delle potenzialità regionali” che determinano “l’inserimento di elementi di dinamismo nell’intero sistema regionale e, in prospettiva, la possibilità di favorire una competizione virtuosa tra i territori”.

L’attuazione dell’articolo 116, terzo comma, non deve peraltro essere intesa in alcun modo come lesiva dell’unitarietà della Repubblica e del principio solidaristico che la contraddistingue. L’art. 119 sulla perequazione fra territori resta centrale  e intangibile.  Dunque, il tema principale del dibattito sull’Autonomia Differenziata è: conviene alle Regioni meridionali il percorso legato agli orientamenti autonomistici o prevale l’idea di restare legate al vecchio modello dell’assistenza dipendenza. Cioè al continuo ricorso a risorse aggiuntive (sempre più rare) e ad una spesa a pioggia delle stesse? Alla fine della fiera, alla sterilità dei numeri minimi dei bilanci pubblici locali?La storia ci ha insegnato che il secondo modello è stato fallimentare. Ha prodotto un sistema drammaticamente perverso. Ha creato emigrazione e spopolamento. Ha ridotto il Mezzogiorno e la nostra Basilicata a servizi pubblici sotto la soglia minima di efficienza.

Approfondire gli scenari di opportunità che discendono direttamente dalla Costituzione e dal suo Titolo V, oltre che dalla Legge 42/2009 di applicazione del così detto Federalismo Fiscale, nonché dalle nuove opportunità offerte dal governo Meloni,  potrebbe essere particolarmente utile a comprendere come collocare il rapporto fra Regioni e Comuni da una parte e Stato centrale dall’altro.

In questa fase sono assolutamente prevalenti – nella comunicazione e nella vecchia politica pan sindacale – le voci di allarme sul disegno autonomistico, peraltro ispirate dalla maggior parte dei media, persino i Tg regionali del Sud, che sono nati da una spinta autonomista dei territori che ha coinvolto proprio l’organizzazione della Rai. Critiche arrivano anche dalle strutture di consulenza meridionali, come il Censis, portatrici di interessi legati al vecchio sistema della dipendenza esclusiva da risorse pubbliche. Molto dure sono le posizioni della Cgil e della Uil, mentre quelle della Cisl sembrano più aperturiste.

Non va negato, peraltro che lo stesso istituto del Reddito di Cittadinanza influenza, sul piano persino culturale, negativamente ogni spinta autonomista ed auto propulsiva. Più modeste sono le voci (come la nostra) che richiamano le radici politiche, costituzionali e appunto culturali del disegno autonomista.

Le Regioni e i Comuni meridionali meritano di poter disporre di analisi e valutazioni alternative a quelle oggi prevalenti:

  1. Perché le scelte non riguardano operazioni di tipo congiunturale, ma operazioni strutturali (quale futuro per il territorio meridionale e le sue comunità?)
  2. Perché il disegno autonomistico non è l’espressione di parti politiche, ma nasce dalla Costituzione.
  3. Perché chi contrasta il disegno costituzionale di autonomia tutela di fatto il modello attuale di dipendenza o in ogni caso l’assetto politico-istituzionale esistente, che nel corso degli ultimi decenni non è stato in grado di dare più di quello che ha dato e quello che ha dato è stato insufficiente o ha addirittura aggravato i divari storici Nord – Sud (basta dare un’ occhiata agli indicatori che rappresentano i flussi demografici, il Pil procapite e gli indici di produttività).

Il nostro punto di vista è che si debba lavorare in funzione di analisi approfondite sui costi/benefici dei modelli di autonomia. In particolare:

  • Valutare quantitativamente i vantaggi economico-sociali derivanti dalla valorizzazione delle identità, delle vocazioni produttive, delle potenzialità di risorse ancora non utilizzate, dell’impiego delle nuove professionalità necessarie per garantire l’esercizio delle nuove funzioni, del Pil aggiuntivo che risulterebbe in Basilicata e nelle Regioni Meridionali (anche in città come Potenza e Matera) dalla regionalizzazione di alcune spese statali o da scelte come la valorizzazione dei bacini ambientali e delle eccellenze territoriali.
  • A stimare i vantaggi che possono derivare alle popolazioni meridionali dal decentramento delle sedi di offerta dei servizi. Molti uffici statali e parapubblici sono stati spostati dallo stato negli ultimi vent’anni dalla Basilicata alle regioni contermini)
  • A valutare, infine, l’impatto sull’economia e sulla cultura risultante dall’implementazione di modelli caratterizzati da regimi di maggiore responsabilità nella gestione delle risorse pubbliche e di maggiore produttività nell’impiego delle risorse disponibili, e dalle spinte di una competizione virtuosa fra territori del Sud e del Nord a diverso grado si efficienza.

In ultimo, la registrazione di chi è favorevole e di chi si oppone alle vie dell’autonomia, costituisce un formidabile metro per misurare se le posizioni di conflitto o gli allarmi sono sollevati per perfezionare il percorso costituzionale o sono alibi per ostacolarlo o annullarlo, in nome della conservazione dello status quo antea.

 

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Sull' Autore

Scrittore, Poeta, Giornalista

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