IL SUD ARRANCA. LA SFIDA NON E’ PERSA MA QUASI

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RICCARDO ACHILLI

 

Le anticipazioni del Rapporto Svimez 2018, rese note qualche giorno fa dall’Istituto, segnalano un dato inquietante e, per molti aspetti, non nuovo: il Mezzogiorno non riesce più, da numerosi anni, ad evidenziare segnali di ”catching up” in termini di tassi di crescita rispetto al Centro Nord. Dopo aver subito gli effetti della lunga crisi economica in misura più incisiva (anche se ritardata, per via della minore apertura internazionale della sua economia) il Sud, oggi, arranca nell’agganciare la ripresa, e le previsioni per il 2018 parlano di una crescita modesta (+1%) e nuovamente inferiore a quella del Centro Nord.

Se la modesta ripresa dell’economia meridionale negli anni 2015-2017 è attribuibile essenzialmente agli investimenti privati, soprattutto nel manifatturiero e nelle costruzioni, a latitare è la spesa pubblica, certificando il sostanziale fallimento, sino ad ora, del profilo di spesa del ciclo di programmazione 2014-2020, nonostante la maggiore accentuazione posta sull’efficienza ed efficacia dell’attuazione dei programmi operativi, tramite il performance framework.

L’economia meridionale conferma così la sua maggiore dipendenza dalla spesa pubblica, e cioè la sua fragilità intrinseca, che però è fragilità che si trasmette, come un germe, all’intera economia italiana: le stime Svimez mostrano che, su 50 miliardi di trasferimenti di residuo fiscale dal Nord al Sud, 20 tornano al Nord come maggiori spese per consumi. È quindi il rallentamento dell’economia meridionale a zavorrare l’intero Paese, e ciò ha riflessi macroeconomici per tutta l’Italia, se si pensa che una debole crescita del PIL nazionale, indotta da un rallentamento di quello meridionale, pesa sul raggiungimento dei parametri del Six Pack, in termini idi rapporto disavanzo di bilancio/PIL e debito pubblico/PIL. E ciò ha un effetto recessivo sull’intero Paese, posto che lo scostamento dal percorso di pareggio strutturale di bilancio comporta l’esigenza di fare politiche economiche di austerità.

E’ quindi dalla ripresa della spesa pubblica al Sud, ad iniziare dalle infrastrutture (porti e retroporti per sfruttare le potenzialità della nuovo Via della Seta e delle autostrade del mare, ma anche collegamenti stradali della viabilità secondaria ed interna alle reti TEN, Alta Velocità ferroviaria, riqualificazione e ristrutturazione della rete aeroportuale, chiudendo gli scali inutili e potenziando quelli strategici, banda larga anche nelle aree interne a fallimento di mercato) che passa la ripresa di un processo di crescita solidale all’interno del Paese. Non solo infrastrutture, ma le priorità sono anche costituite da investimenti nel settore sociale (che dal Rapporto Svimez appare come un vero e propri campo di guerra, fra NEET, working poors, emigrazione di cervelli, allargamento dell’area della criminalità organizzata) in R&S e innovazione tecnologica ed in attrazione di investimenti industriali.

Da questo punto di vista, il dibattito sulla ripresa di una politica economica per il Mezzogiorno, a livello governativo, va ripreso, ragionando, ad esempio, sull’utilità di avere tanti programmi operativi decentrati, gestiti da Regioni manifestamente non in grado di fare programmazione dello sviluppo del proprio territorio, e se non valga la pena di avere una programmazione centralizzata, che demandi alle Regioni le sole fasi dell’attuazione, del monitoraggio e del controllo e, al limite, alcuni adattamenti della programmazione centrale alle specificità locali. Tale programmazione centralizzata consentirebbe, peraltro, di varare programmi multiregionali, sfruttando economie di scala e di aggregazione fra segmenti di filiere produttive dispersi in più territori regionali. Ciò che il campanilismo regionale nell’uso dei fondi strutturali ha sempre impedito.

Così come è il caso di interrogarsi sul superamento, per quanto riguarda i fondi FSC, del concetto di straordinarietà, varando programmi infrastrutturali, di edilizia pubblica e sanitaria e interventi sociali di livello nazionale, che prevedano maggiorazioni finanziarie per la quota riferita al Mezzogiorno. Certo limitare il dibattito economico sul Sud alla sola questione del TAP (peraltro, chi scrive si augura che tale opera essenziale per la diversificazione dei flussi di alimentazione energetica si compia, oltre assurde barricate ambientaliste da sindrome NIMBY) è evidentemente riduttivo.

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Sull' Autore

Riccardo Achilli

Valutatore di politiche pubbliche di investimento, economista e statistico, specializzato in sviluppo locale, politiche industriali e politiche sociali. Fa parte del nucleo di valutazione degli investimenti pubblici della Regione Basilicata, e collabora come ricercatore e consulente presso numerosi centri studi economici (Osservatorio Banche Imprese, Istituto Guglielmo Tagliacarne, Si Camera, SRM).


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