IN RICORDO DI QUEL RAGAZZO DI LOUISVILLE

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

Impossibile è solo una parola pronunciata da piccoli uomini che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo. Impossibile non è un dato di fatto, è un’opinione. Impossibile non è una regola, è una sfida. Impossibile non è uguale per tutti. Impossibile non è per sempre (Muhammad Alì Louisville, 17 gennaio 1942 – Scottsdale, 3 giugno 2016)

Cinque anni fa ci lasciò uno degli eroi del ‘900, un uomo che divenne il simbolo vivente del pugilato, seguito anche da chi non aveva mai seguito la Noble Arte, era l’icona di una intera generazione che voleva cambiare il  mondo, che rifiutava la guerra in Vietnam, che rifiutava la segregazione contro gli Afroamericani. Pagò a duro prezzo il suo rifiuto di combattere contro i Vietcong, gli fecero pagare la conversione all’Islam e una certa sua arroganza giovanile, Muhammad Alì è stata un’icona di quei tempi che stavano cambiando come cantava Bob Dylan, tra luci e ombre. Fu un vero pacifista, lasciò i Black Muslim aderendo prima al sunnismo e poi praticando il sufismo, oltre a sostenere l’idea di integrazione razziale. Quella vera…

Muhammad Ali a 12 anni, nel 1954

Quel ragazzino piangeva. Bagnato fradicio, faceva tenerezza. Poteva pesare al massimo 50 chili, indifeso entrò in quella palestra di pugilato solo perchè gli avevano rubato la bicicletta. Un regalo del papà pittore di vetrate; per far risparmiare i cent dell’autobus gli aveva comperato quella bicicletta rossa fiammante. Ora era sparita. Piangeva e gli dissero di andare nella palestra di boxe e di chiedere di Joe Martin l’allenatore. Maestro e poliziotto. La bicicletta non fu mai ritrovata, impossibile a Louisville; ben altri problemi interessavano la polizia. Martin si commosse alla vista di quel pelle ed ossa di 50 chili. “Ci alleniamo dal lunedì al venerdì. La bicicletta non posso fartela riavere ma imparare a fare boxe sì”. Era un ragazzo di colore come tanti altri, anche gracile. Joe Martin non poteva mai sapere che grazie ad un banale furto quella sera avrebbe contribuito alla leggenda del pugilato. Gracile, nero, e dal nome altisonante di Cassius Marcellus Clay. Andò in palestra, incuriosito assieme al fratello ed a un lontano cugino Jimmy Ellis. Tutte e tra furono pugili, Martin poteva vantarsi di aver insegnato a tirare il Jab al Mitico Mohammed Alì e di aver sfornato un altro campione dei massimi: Jimmy Ellis. Pugili  nati per caso, storie destinate a rimanere negli annali della boxe. Per il ragazzo del Kentucky si va oltre la boxe e si entra nel Mito contemporaneo.

Muhammad Alì è stato forse l’uomo più famoso del Pianeta; più del Papa, più di Pelè. Quando, ormai abbandonato il ring, venne in Italia lo portarono al Colosseo. In pochi secondi tutto si fermò. Una folla oceanica attorno al campione. Il fumetto Muhammad Alì contro Superman, altro che Kriptonite. Neanche l’uomo di acciaio ha potuto fermare chi volava come una farfalla e pungeva come un’ape. L’ultima sfida pochi mesi fa; malato, in sedia a rotelle a gridare senza voce contro quel miliardario che sosteneva che tutti i mussulmani erano terroristi. Muhammad Alì contro Donald Trump. Il ragazzo nero che buttò la medaglia d’oro della Olimpiadi di Roma schifato dal razzismo contro il miliardario bianco. La vita di Alì è sempre stata piena di sfide. Sul ring e fuori il ring. Anche contro se stesso, quando adulto ricordava di aver trattato male due ragazzi africani. “Io sono Americano non africano”. Se ne pentì. Poi venne Kinshasa. Orgoglio della razza nera, poi ricordò le origini di Bird, l’adorata mamma: inglese, scozzese e anche un antenato della Repubblica di Venezia. Bartolomeo Taliaferro trasferitosi a Londra a fine 500. La storia di Alì si incrocia con quella dell’America che chiedeva la pace. Non ho nulla contro i Vietcong, non mi hanno mai chiamato Nigger. Contro il razzismo, e l’ingiustizia. La battaglia per i diritti civili. Alì era un uomo libero. Anche quando, convertitosi all’Islam, i mussulmani neri gli chiesero di cacciare quel bianco cattolico e italiano, il Calabrese Angelo Dundee, il mago Dundee rimase al suo posto. Quando chiesero di caciare quello strano personaggio che parlava in rima, ebreo e nero; Alì si infuriò e Bundini Brown rimase al suo angolo. La storia di Cassius Clay si intreccia con l’America che ghettizzava i neri; la storia di Clay si intreccia con uomini e donne di ogni colore che non volevano la guerra. La Storia di Muhammad Alì si intreccia con quella di Malcom X, degli integralismi religiosi e delle derive razziali e della maturità di un uomo sempre in prima fila contro l’ingiustizia e la libertà. Il Labbro di Louisville, quanto parlava e calamitizzava l’opinione pubblica. Anche esagerando nella sua guerra psicologica contro gli avversari. Cambiò nome e religione, rifiutò un comodo posto nell’esercito a far finta di fare la guerra in Vietnam. Scelse l’obiezione e la condanna penale. Cercarono di tappargli la bocca. Quasi tutti l’abbandonarono. La boxe gli rivoltò le spalle. Gene Tunney il campione gli mandò un telegramma “Hai disonorato la tua Patria”. Il grande Gene aveva fatto la prima guerra mondiale, ma era nato a New York non in un quartiere di neri; aveva sposato una ereditiera miliardaria e non  aveva patito la fame del giovane Cassius e il razzismo. Il vecchio Nat Fleisher, il decano dei giornalisti, difese a spada tratta il pugile e la libertà dell’uomo. Proprio lui che non lo considerava né il più grande né tra i primi 10 massimi della storia.

Con Sandro Pertini

Personaggio carismatico sin da giovanissimo; istrione all’inverosimile; capace di annichilire gli avversari prima ancora di salire sul ring. Ombre anche però; la strana vicenda contro il terribile Liston e le voci di combine e quel pugno fantasma. La Mafia, il togliere di mezzo l’ex galeotto Liston a favore di un emergente che avrebbe fatto fruttare miliardi di dollari al business della boxe. L’FBI che indagò, poi lasciò perdere, la strana morte di Sonny. Come per tutti i grandi, le storie sono complicate. Ma Alì fu l’uomo delle  sfide impossibili: Frazier dopo tre anni di inattività; Foreman a età avanzata; la tripletta contro Norton; la sconfitta ed il terzo titolo poi contro Leon Spinks.

Ma la battaglia più grande l’ha sostenuta contro quel maledetto Parkinson. Tremante per il morbo, lento nei movimenti, la sua dignità  commosse il mondo ad Atlanta, ultimo tedoforo delle olimpiadi del 1996 quando  accese la fiamma olimpica; in quella occasione gli fu anche riconsegnata la medaglia d’oro vinta a Roma nel 1960, buttata nel freddo Ohio. Lo fece per rabbia dopo che gli avevano rifiutato un’aranciata in un bar perché era “negro”. Lì vidi un superman, più del fumetto, dove Clay boxava contro Superman. Lì vidi il più grande – io che considero altri pesi massimi come Joe Louis, Sonny Liston e Jack Dempsey più forti di Alì – ma il più grande atleta che il mondo abbia avuto, non per i meriti sportivi ma per la vita, le lotte, il coraggio e la disponibilità, quando andò a liberare alcuni ostaggi in Iran. Solo Alì poteva farlo con il suo carisma. Quel carisma che è rimasto fino all’ultimo respiro; non danzava più sul ring ma volava ancora come una farfalla anzi come un’Aquila. Cassius Clay, come per anni l’abbiamo chiamato in Italia, assieme a Bruce Lee e  Pelè e Sandokan erano i miti viventi di noi ragazzini di inizi anni 70; Muhammad Alì sarà un mito eterno nella storia dello sport e, lasciatemelo dire, anche nella Storia. La sua vita è il simbolo di scelte coraggiose e libertarie, una vita contro corrente di un uomo che poteva tutto ma decise di sfidare un sistema perché non aveva nulla contro i Vietcong e il suo nome era da schiavo.

 

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