KUANDISKI BRIDGE, QUANDO VIVERE E’ CORAGGIO

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BY DINO DE ANGELISprofile-photo-dinodeangelis-96x96

Tra le immagini che passano sul web ce n’è una che ha colpito particolarmente la mia fantasia. È quella del Kuandiski Bridge, un ponte che gli abitanti della città sovietica di Kuanda usano per attraversare un fiume e – probabilmente – per abbreviare dei percorsi che nella regione del Transbaikal. Per attraversare il Kuandinski Bridge ci vuole una grande attenzione e coraggio. Non ci puoi andare messaggiando sul telefonino, come in genere si usa fare da noi. Forse non c’è neppure un segnale, in quella parte del mondo. Forse lo fanno apposta a non mettere segnale. E nemmeno una pubblicità. Che so, la onnipresente Coca Cola. Niente. Solo un ponte e poi freddo di neve. Il ponte è largo poco più di un metro e ottanta e non ha alcun guard rail. Tanto per capirci, una fiat 500 nuovo modello è larga 1,62, una Bravo 1,79. Cioè ci passano giusto giusto. Non è un caso se lo chiamano il ponte più pericoloso al mondo. Costruito una trentina di anni fa come attraversamento ferroviario, questo ponte non è mai stato usato per il passaggio dei treni ma solo per auto e qualche camion di piccole dimensioni. Gli abitanti della vicina cittadina di Kuanda lo usano normalmente per attraversare il fiume Vitim e, spiegano, dato che la regione è particolarmente ventosa, che devono tenere aperti e finestrini delle auto per non correre il rischio che le raffiche facciano cadere i veicoli di sotto. Eppure non ci sono mai stati incidenti di questo tipo. E già, perché passare sopra un ponte così, ci vuole coraggio. L’immagine che mi è rimasta più impressa è proprio quella di tenere i finestrini aperti. È un’immagine che ha una sua forza. Nel tempo delle comunicazioni iper tecnologiche, nel tempo delle highways, delle autostrade della terra e del pensiero, c’è un posto nel mondo dove, per una ragione di sicurezza, bisogna percorrere un ponte con i finestrini aperti procedendo a pochi centimetri da un baratro. Non è un luogo particolarmente adatto, la Siberia, per tenere i finestrini aperti, anzi. L’immaginazione ci proietta per qualche minuto dentro l’abitacolo di una di quelle macchine nella quale, stando seduti accanto ad un guidatore esperto (se non lo fosse, non ci saremmo saliti nemmeno con l’immaginazione), procedendo lentamente, non possiamo fare a meno di osservare quei pochi centimetri che separano le ruote dal baratro. Meglio togliere gli occhi da quella prospettiva e puntarli davanti, su questa lingua di cemento che doveva essere una ferrovia e che adesso ci porterà in un luogo dove la strada sarà più ampia e sicura, dove potremo essere più rilassati e dove non c’è alcun ciglio di strada, né alcun vento a minacciare la nostra stabilità, e potremo finalmente alzare i vetri dei finestrini e goderci il tepore dell’impianto di riscaldamento. I cinquecentosettanta metri più insidiosi della nostra vita. Ma non è ancora finita: stasera c’è il viaggio di ritorno.

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Dino De Angelis

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