La crisi del regionalismo ossia il fallimento della governance.

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La crisi sanitaria ha messo in evidenza i limiti del Titolo V della Costituzione con la previsione normativa delle materie “concorrenti” ma soprattutto il sistema di selezione delle classi dirigenti regionali e le modalità secondo le quali costruiscono il consenso. L’idea di uno Stato regionalista se non addirittura federalista è parte integrante della storia politica ed istituzionale italiana. L’idea affonda le radici  nei secoli XV e XVI  per arrivare fino a noi attraverso il dibattito politico che ha caratterizzato il Risorgimento, lo Stato Unitario prima monarchico e infine repubblicano. La questione è come si arriva all’attuale sistema e soprattutto quale filosofia politica lo ispira. L’attuale regionalismo è strettamente legato alla fine della Prima Repubblica e all’ascesa dell’ideologia Neoliberale. Le Regioni previste dall’originario art. 117 e succ. della Costituzione erano altra cosa rispetto alle modifiche apportate al Titolo V  a seguito della riforma del 2001. Perfino le Regioni a Statuto speciale non hanno nulla a che vedere con la filosofia politica che ha ispirato l’attuale regionalismo. Le modifiche apportate al Titolo V della Costituzione sono il risultato della mediazione dei governi di centrosinistra, guidati da D’Alema e Amato, per imbrigliare le rivendicazioni indipendentiste della Lega Padana. L’ideologia di fondo che ha ispirato la Lega è il diritto alla secessione. Teorico di una tale concezione  fu Gianfranco Miglio ispiratosi, a sua volta, al filosofo americano della politica Allen Buchanan. Il diritto alla secessione, Contratto sociale come fondamento dello Stato, difesa del diritto di proprietà, diritti di libertà individuali declinati nel senso di difesa delle comunità locali contro le prevaricazioni dello Stato centrale,  questione fiscale, sono questi principi il fondamento ideologico sul quale si fonda il Regionalismo.  Sono questi dati culturali, politici ed economici che attraversano trasversalmente gli schieramenti politici da destra a sinistra. Per capirlo è sufficiente soffermarsi sul dibattito politico che negli anni 90 caratterizzò il Regionalismo. A tenere banco nel dibattito politico ed istituzionale di quegli anni furono la questione fiscale, la responsabilizzazione degli amministratori locali rispetto al potere di spesa, la riduzione del debito pubblico, l’idea che i sistemi economici e sociali regionali dovessero essere in concorrenza tra di loro per attrarre investimenti privati e pubblici, l’idea che la bontà di un governo si misurasse dalla capacità di competere sul mercato. Per operare secondo quella che può essere identificata come una vera e propria Weltanschauung bisognava far si che a governare la singola Regione fosse un leader investito direttamente dal popolo. Il sistemi politici regionali diventati “presidenziali” vengono inseriti in un sistema nazionale in transizione verso  il potenziamento dell’esecutivo e quindi con un Presidente del Consiglio, se non proprio eletto direttamente dal popolo, quantomeno indicato da esso. I rapporti politico – istituzionali finiscono con il caratterizzarsi come relazioni tra leader eletti dal popolo titolari di una serie di risorse da utilizzare in un costante rapporto di scambio. L’interesse nazionale, ossia l’idea di “bene comune” finisce con lo smarrirsi nella molteplicità dei processi negoziali propri della Governace. La Democrazia, da governo del popolo per il popolo, si trasforma in governo degli stakholder per gli stakholder. Il regionalismo è, da una parte, risposta alle istanze localiste in chiave populista, dall’altra strumento utile al superamento del sistema politico Parlamentare. L’elezione diretta dei presidenti delle giunte regionali, diventati nel linguaggio comune “governatori” – una delle tante sciocchezze importate dagli USA – li ha slegati dai partiti politici ridotti a meri cartelli elettorali con la presentazione, in aggiunta alle liste dei partiti ufficiali, di liste del presidente, di sostegno al presidente, di liste personali di singoli candidati al consiglio regionale fiduciari del candidato governatore. Tutto questo ha reso l’eletto alla carica di Governatore ostaggio dei potentati locali. Il regionalismo ideato come strumento di controllo dei cittadini sui governanti ha prodotto l’effetto contrario. Per il governatore della regione la questione è governare, nel senso di utilizzare le risorse che ha disposizione, per essere rieletto. Da qui il passaggio dal Governo alla Governance. In questo passaggio gli attori politici, ricomprendendo tra essi non solo i politici ma anche gli elettori, i burocratici ecc.,  diventano essi stessi stakholder in concorrenza tra di loro per massimizzare la propria posizione. Per analogia se l’origine della crisi economica che stiamo vivendo è da ricercare nel modello di capitalismo dominante fondato sul mercato e sulla massimizzazione del profitto, la crisi della politica è da attribuire ai soggetti politici ( elettori, ceto politico, burocrati)   che, adeguandosi alla logica del mercato, perseguono il proprio interesse invece del “bene comune”. La crisi del Regionalismo è crisi della Governance perchè   ciascuno operatore politico non agisce per perseguire il “bene comune” ma per massimizzare la propria posizione utilizzando le risorse che ha a disposizione nella relazione di scambio con gli altri operatori politici. Il “bene pubblico”, sia esso funzione burocratica, voto, ruolo politico, è diventato merce di scambio. Nel contesto attuale in cui la crisi sanitaria ha fatto saltare le regole stesse dello scambio il “ do ut des” non è più praticabile. Le decisioni che devono essere prese o anche subite, per essere credibili, devono porre al centro “il bene comune”, per cui i giochi dello scambio tipico della Governace vanno in crisi perchè ognuno degli operatori politici ha un limite non più superabile nello scambio. Venendo meno lo scambio diventa impossibile a ciascuno operatore politico scaricare la propria responsabilità sugli altri.  In conclusione con la crisi sanitaria l’ideologia che per oltre tre decenni ha guidato le scelte, non solo della classe politica ma degli stessi cittadini, ha evidenziato tutti i suoi limiti; da qui la necessità di una nuova  Weltanschauung utile al superamento della crisi che ponga al centro “il bene comune” insieme ad un senso di responsabilità che è in primo luogo verso la Società.

 

Bibliografia

  • Olson – La logica dell’azione collettiva. Ed. Felttinelli
  • M. Buchanan – Stato, mercato e libertà. Ed. il Mulino
  • M. Buchanan – G. Tullock – Il calcolo del consenso. Ed. il Mulino
  • Black – The Theory of Committees and Elections .Cambridge
  • Downs – Teoria economica della Democrazia. Ed. il Mulino
  • Buchanan – Secessione. Ed. Mondadori

 

 

 

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Sull' Autore

Gerardo Lisco

Capo Unità Org.Amm. presso Ferrovie Appulo Lucane Ha studiato Giurisprudenza presso Università degli Studi di Roma "La Sapienza" e Sociologia presso l'Università di Salerno

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