LA MORSA

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                                                                    di  GERARDO  ACIERNO

Cambia il mondo e noi, qui, gente di rocche e di calanchi a niente mettiamo mano. Relegati in un passato sempre più sdrucito, peschiamo lucciole nelle crune dei vicoli dove stelle ciondolanti sul muro dei rimpianti  fanno luce a covi di antiche trame ora pervasi dal profumo dell’assenzio. Qui, ingozziamo miserie, avanzi, liquidi traditori, scorie, sconfitte spacciate per trionfi ammaliati da un silenzio eterno senza mai affrancarci dall’ingannevole morsa d’una memoria da altri dettata e da altri narrata. Siamo in fila allo sportello dei bonus in scadenza; siamo mosche nella tela; la nostra notte si stempera nell’opaco mantello lunare violando le strade dei sogni, i tornanti delle speranze, inabissandosi nei crepacci dei ritardi: mai uno scatto mai un mutare del nostro diverso tempo. Qui, trionfa il distacco del guardare altrove né si ondeggia di fronte alla nobiltà del dubbio. Nel torpore dell’indifferenza, nella codarda abilità  di tenere le mani in tasca su questa nostra isola cumulo di scogli non più azzurri, spenti i fuochi, caldarroste d’un’altra stagione gelano al barbaglio della menzogna. Qui, tre soldi di cantilene accompagnano le nostre  ore spruzzate da uno stanco tirare a campare. Il giorno, rintanato in ostinata caligine, non macina tempo: è mezzogiorno, sembra notte. Il tonfo della foglia nella pozza patinata d’olio e di tramonto sgrana cupole,  pinnacoli, campane e campanili e intorno a fondi di caffè s’ammucchiano affanni, sorrisi tentennanti, spiccioli di speranza. Qui, ancora il vento del monte lucida i prati di trifoglio, ancora la luna s’impiglia nei faggi e il mare scortica lo scoglio ma noi, fisso lo sguardo a centotrentuno orizzonti e sciolta la lingua a centotrentuno dialetti, siamo ciottoli limati dalla risacca, simulacri d’argilla lavati dai sudori, gravine scarnite dal livore delle fiumare, intenti a scalare tormenti, anelare gioie dalle trivelle, picchiare ai portoni chiusi del lavoro che manca, che cambia, inseguire il futuro spogliato dal passato, venerare il presente di per sé lumino di camposanto nella salvifica attesa del raggio verde, profezia della masciara nell’inverno d’un anno senza data. Qui, ancora ci si prepara a partire, ora con zaini griffati ma dentro, come un tempo, provviste di salse, ciambotte, sogni, tristezze, alcune speranze: a Nord!  a Nord! …  chi resta conta i calendari, spulcia festività, usa giorni di congedo per prendere un treno, dormire sul bus, andare incontro a nebbie padane, indolenze rugantine, ingordigie romagnole e all’arrivo tastare formaggi, gustare col vino della vigna nostra la pizzaiola di nonna: da riscaldare soltanto … dai! Qui, non siamo più i fratelli di Rocco né basilischi né senzacristi … siamo cambiati, ci dicono, in realtà non sappiamo ancora chi siamo: Matera vuole Bari, Potenza il Cilento, sui monti i cinghiali sono guardiani ai tralicci, lo Ionio sgrana rive, scioglie sepolti veleni e, nei borghi appesi, mosche, chierici e simulacri giocano a tressette col morto. Che terra questa terra, terra di sconosciuta bellezza dove sotto archi intarsiati da piogge e memorie trenta pietre per una piazza riecheggiano rintocchi di monete nei solchi, dove ancora nelle cappelle di quartiere sette sottane scure reclamano il Paradiso a colpi di tosse e giaculatorie e l’incenso sa di fresco, dove la primavera si fa inverno senza darla a vedere, dove all’arcolaio si filavano matasse per colorare povertà, s’intrecciavano scialli, si stendevano trine ai veli di spose cinte di speranza, profumate d’innocenza e fuori, dopo cortei e battimani, sparsi nelle fughe sabbiose tra le pietre degli slarghi spuntavano confetti sottili che istigavano alla rissa, alla vita, ammaestravano alla sopravvivenza. Che terra questa terra, dove i sogni hanno ali cedevoli come gli aquiloni bambini e come quelli quasi sempre muoiono di colpo. Che terra questa terra, dove abbiamo creduto esiliata la paura confidando nella mutazione del morbo e sbagliando i calcoli abbiamo asfaltato le strade del sollievo cercando frac e cilindri per notti movimentate prima di scivolare sulla schiena del nostro irrequieto torrente verso un mare in burrasca che sprezzanti abbiamo finto di non vedere né sentire. Che terra questa mia terra da dove si parte per non morire d’amore … e di memoria.

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