LA PIAZZA DEL MERCATO

0

 

LUCIO TUFANO

Ora, a Potenza, la città sonora, quella dei faccendieri, degli artieri, delle bottegucce, dei commercianti appiccicati al bancone o vaganti per le strade non esiste più.

Oggi Piazzetta Duca della Verdura – che agli inizi del secolo scorso era il regno dei pescivendoli venuti da Barletta, e degli ortolani del Basento – è solo uno slargo che attende timida i pochi turisti o qualche luminaria per le feste santificate.

Nel Decurianato del 14 maggio 1826 vi è descritto come si fosse spianata, nella parte inferiore, piazza Sedile, ove erano situate le baracche dei macellai, per fare spazio agli ambulanti del commercio di animali che di domenica affluivano in città per il mercato. Quel luogo veniva denominato Bucceria (delle beccherie), nome che si è conservato fino alla fine dell’800. Fu allora che si propose di scegliere un sito più adatto per i venditori ambulanti della carne e per quelli che dalla marina venivano a vendere il pesce. Si trattava del Largo Tassiello, ove negli anni successivi si realizzò la Piazzetta Duca della Verdura.

Chi scendeva i pochi gradini, di fronte alla chiesa della Santissima Trinità, si ritrovava in quel piccolo foro di brusii, urla dei pescivendoli e odori inconfondibili di menta e basilico. Quella era Piazzetta Duca della Verdura (in memoria di quell’intendente borbonico) che un tempo fu anche “piazzetta delle erbe” e “piazzetta del pesce”.

Nella piazzetta si vendevano generi alimentari prodotti nelle contrade e nei paesi limitrofi, qui vi accedevano il ceto medio, i piccoli borghesi e anche le famiglie più ricche. I mercanti e gli ambulanti, per raggiungerla, dovevano varcare le porte della città: di San Gerardo, di San Luca e di Porta Salza, pagando alle guardie il dazio per la vendita dei propri prodotti. Affluivano al mercato, in giorni diversi, una moltitudine di venditori, venivano con i carretti, con i somari carichi di ceste o con i carriaggi e rovesciavano per terra i generi alimentari e le altre derrate.

Portavano i peperoni picernesi da “ciambotta” – piatto tipico della tradizione lucana – i fichi titesi, “bruni per il fumo delle locomotive”, secondo un detto locale, le “percoche” fragranti santangiolesi, le insalate e le verdure, i cetrioli e le zucche dei giardini del Basente, mazzetti di rucola tra le “nzerte” di aglio, ceste di lupini, fave e piselli freschi, le “rape cime-cime” e grandi quantità di pomodori posti a mo’ di rubini tra mazzi di cavoletti e cicorie. E poi ancora – vanto della città e dei potentini – i peperoni “cruschi”, croccanti e di colore rosso bruno, appesi con eleganza ad adornare i banchi.

Dal pescivendolo si trovavano il baccalà duro e a “spunzàre”, gli stoccafissi e i pezzi di filetto norvegese in mostra, il “cugnetto” di alici, aringhe e acciughe sotto sale, barattoli tondi di tonno all’olio di oliva e salmone in scatolette.

Per questa piazzetta, antica dispensa potentina, si passavano in rassegna le poche stamberghe ove si mangiava su panche scure e tavoli unti. In quel tempo lontano la povertà si coniugava con il gusto.

Altro mercato frequentato dai potentini si trovava in vicolo Largo o di Pilescia, ed in esso si sistemavano ai lati in fila gli “scarpunari”, o venditori di cuoi di rolla di Montemurro per le calzature dei contadini, quando questi non erano ancora presi dalla mania del consumo e dalla febbre dell’emigrazione.

Più tardi, intomo al 1845, il mercato di Potenza si spostò verso il Largo dell’Intendenza, chiamato così perché vi era il palazzo dell’Intendente borbonico, ed ogni domenica si riempiva di gente che comprava e che vendeva, paesani e forestieri. Ed inondavano la piazza i cereali, i polli, le uova, la sugna e vari oggetti d’arte e d’industria per usi domestici, per comodi di vita e per la coltura delle terre.

Nel centro abitato, disseminate lungo la strada Pretoria, poi, non mancavano le botteghe di forgiai, di gualchiera, di ramaio, quelle un po’ più pulite di orafo ed argentiere. Bastai ed armatoli erano presso le porte di S. Giovanni e di S. Gerardo.

Taverna primitiva e bivacco per i mercanti, con i loro freschi ortaggi e primizie stagionali, erano anche i bassifondi di Largo Liceo, ora Largo Pignatari, per qualcuno anche via Cesare Battisti, che dal Municipio giungeva a Largo Famiglia Isabelli, e più giù a vico Addone. Qui nei giorni di festa, con le occasioni di fiera o di mercato, brulicavano gli ambulanti, venuti a vendere le merci e a regalare voci e gergo, facce e novità. Era un mondo in gran parte contadino, formicolante nelle viuzze, nei vicoli, nelle scale, negli anditi, un povero mondo inquilino dei sottani.

Insomma vi è stato nei tempi andati il legame osmotico tra commercio e piazza, una osmosi storico-logistica, per cui la piazza diventava alveo animato di negozianti, con bancarelle, carico e scarico merci, punti di vendita diversi, fra suoni e grida di richiami, ambulanti a posto fisso, mercati e fiere.

Inegozi si distribuivano lungo il suo perimetro, spesso alla base di palazzi epocali. Nel ‘900 altre piazze ospitarono i mercati, quello di piazza Pignatari al cospetto del palazzo Loffredo e di quello degli Addone, fu importantissimo ed aggiunse il nome dei venditori pugliesi soprannominati “i Baresi”, i grossisti che portavano i prodotti dal mare e dei campi della feconda Puglia.

Adottavano urla ed imprecazioni proprie delle loro forti gutturali e nel gergo di origine. La merce veniva così offerta e decantata, occupando buona parte dello spazio; il resto era riservato ai fruttivendoli locali.

Piazza del Sedile, invece aveva dei negozi stabili per il caffè, appena tostato e macinato “Dragone”, e con la “Singer” che occupava lo spazio per le sue vetrine e le sue macchine per cucire.

La piazza è stata il luogo che ha richiamato protagonisti e spettatori della vita pubblica, ospitando cerimonie religiose, manifestazioni politiche, spettacoli, feste con musica e cassa armonica.

Nella piazza si sono proposti i programmi politici e le ideologie, si sono sperperati i leader di regimi. La piazza ha dato origine, vita e rigore ai destini dei podestà e dei prefetti, e li ha visti cadere, ha operato da barometro di tutti i tumulti, le proteste e le rivoluzioni. Nella piazza si allestisce il Corpus Domini, che prepara le luci ed i decori del Natale multicolore, in tutto lo scenario. La piazza magnetizza i nostri ricordi, la nostra memoria le appartiene, è testimone di tutte le fasi della nostra vita, dalla giovinezza alla vecchiaia.

Alimenta la conversazione ai tavoli dei caffè che essa ha ospitato, da quelle del caffè Pergola, a quelle del Gran Caffè Italia, e del caffè del Teatro Stabile. Ecco che la equazione tra piazza e commercio è sinonimo di civiltà e di Storia, si condensa la stessa storia della città e quella più grande, del nostro Paese.

Una piazza è ventricolo del centro storico, è la storia della città, è coinvolta nel progresso della stessa città ed invecchia assieme alla città.

IIcommercio ha fatto progredire piazza e città, ha determinato ed alimentato il processo di modernizzazione, ha stimolato intelligenza civile e spronato i cittadini a promuovere le manifestazioni del progresso.

L’osmosi tra piazza e commercio ha segnato lo sviluppo, l’emancipazione e la cultura delle città. È qui opportuno, quindi, parlare della piazza come luogo privilegiato in cui si colloca la vicenda storica, come piazza di mercato e come piazza cittadina nelle sue varie funzioni, religiosa, politica e commerciale.

Così, le trasformazioni delle aree urbane destinate al mercato, che allo scambio di merci e denaro, hanno sempre modificato sensibilmente il rapporto con l’intero agglomerato urbano.

II mercato e le vie di traffico hanno costituito l’essenza delle città e delle metropoli, specie i mercati con la loro intensa attività davano immagini evocatrici della floridezza delle grandi città, come si ricava dalle impressioni e dalle descrizioni dei viaggiatori.

Così per definire la qualità urbana di una città storica è la presenza e la dimensione del suo commer­cio, tant’è che al loro interno la cattedrale, il municipio, le logge, le botteghe ed i banchi sono attor­no ad una piazza, il luogo deputato di un mercato.

Condividi

Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

Rispondi