La Potenza che non c’è più – Tra i vicoli di Potenza nel finire degli anni 70: il COSPIM

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di ROCCO PESARINI

 

 

Nuova collana di articoli a cura del gruppo Cittadinanza Potentina dedicata alla Potenza che fu, che non c’è più ma che, forse, andrebbe meritatamente ricordata, riscoperta e studiata per riprendere quelli che erano i messaggi positivi, gli stimoli, gli impulsi vitali, culturali, artistici che tanto potrebbero servire anche oggi.

Iniziamo da uno scritto di Giuseppe Miccolis dedicato a Francesco Ranaldi.

Uno scritto che mi ricorda tanto un’idea embrionale di quello che è un mio sogno da sempre.

 

 

”Conoscere il reticolo di vicoli che compone il centro storico di Potenza equivale a conoscere gran parte della storia della città che li ha visti protagonisti nei turbolenti periodi pre-risorgimentali. La Potenza degli anni 70 seppure già toccata dall’ondata speculativa, conservava un centro storico, con le sue viuzze,  intatto nelle sue componenti essenziali ma soprattutto sotto l’aspetto delle relazioni umane bruscamente interrotte con il terremoto del 1980.  Già perché è proprio in quel momento che,  possiamo dire,  termina la storia del Centro Storico come abitato popolare in cui in pochi spazi trovano mescolanza diversi ceti sociali,  ed inizia una storia diversa.  Questo microcosmo potentino, questa contaminazione sociale dovuta ai piccoli spazi, determinava risultati sociali di sicuro rilievo. In quei vicoli, in quelle strette stradine, tra i palazzetti non ancora “abbelliti” dai lavori del post terremoto, trovavano abitazione  nuclei familiari sistemati  nei  “sottani” o nei decadenti piani superiori: famiglie numerose o coppie di anziani. All’ombra dei grandi palazzi tra cui primeggiava senz’altro il palazzo Loffredo che era conosciuto ai più come il palazzo del Conservatorio o il Convitto “Salvator Rosa”, era tutto un brulicare di persone che come formiche svolgevano frenetiche attività quotidiane nel succedersi delle stagioni. Io che abitavo al rione Santa Maria, più moderno seppure anch’esso popolare, salivo spesso nel pomeriggio la “salita” di San Gerardo o prendevo l’autobus (tempo medio di attesa 15 minuti), ed andavo a  trovare alcuni amici che abitavano quei palazzetti decadenti, spesso poveri, ma posso assicurare sempre dignitosi. Erano gli anni delle lotte sociali, del terrorismo, degli attentati e delle stragi che pur distanti condizionavano emotivamente questo microcosmo  popolare.  Dalle finestre, alle musiche di Claudio Villa ed Iva Zanicchi si contrapponevano  quelle dei Zeppelin e dei Pink Floyd. Allo stesso modo alle anziane signore in con gonna al ginocchio facevano da contraltare quelle in minigonna e camicetta ed ai signori in “Lebole” e brillantina, l’Hippy con la permanente ed il pantalone a zampa di elefante. I seguaci del guru Maragi portavano in città le filosofie orientali ed i loro profumi incensati ed i loro colori in contrasto con le manifestazioni in bianco e nero, della religione di stato che creava dirigenza ed elite politico/sociale . Spesso quella elite era essa stesa di origini assai umili e frutto di una crescita avvenuta all’ombra della Cattedrale. Non penso di sbagliarmi nel definire l’attività culturale cittadina in quegli anni assai viva a tutti i livelli.  Il Professor Ranaldi, il pomeriggio magari dopo una chiacchierata con Vito Riviello, lasciava la propria abitazione in vicolo Rendina salutando la sua adorata Agnese, attraversando via Pretoria giungeva in via Luigi La Vista. Francesco Ranaldi, direttore del Museo Provinciale, uomo di grande cultura, pittore ed archeologo, era una persona introversa, schiva, ma che quando attraversando quei vicoli incrociava i bambini che correvano persi nei loro giochi,  cambiava aspetto e diventava bambino  anch’egli  dispensando sorrisi e carezze.  In Via Luigi La Vista andava ad aprire un “sottano” adibito a centro culturale da lui fortemente voluto: il COSPIM (Collettivo Scultori, Pittori, Incisori e Musicisti), cui in quegli anni critici fece riferimento una grande parte del mondo culturale cittadino.  Sarebbe sbagliato pensare al COSPIM come uno spazio espositivo autogestito (in realtà già per quel periodo sarebbe stato importante) o una vetrina di lancio di giovani talenti locali. Era piuttosto un punto di incontro tra sensibilità artistiche e culturali della città. Un punto di riferimento importante.  Mi piace ricordare tra i tanti frequentatori del COSPIM : Felice Lovisco, Antonietta Acierno, Terry Volini, Giovanni Cafarelli, Gerardo Corrado D’Amico ed Alfredo Borghini. Questi artisti daranno negli anni un notevole contributo allo sviluppo culturale della città di Potenza.  Aggirandoci tra quei vicoli, ancora oggi con un po’  di fantasia e forse malinconia,  possiamo rivedere la  vita dei vicoli di Potenza, gli schiamazzi dei bambini, il vociare degli artisti….  Penso che la città debba dare in tempi brevi il giusto riconoscimento a questa esperienza culturale tutta potentina”

Giuseppe Miccolis

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Rocco Pesarini

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