LA POTENZA DEL VERDE

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BY GIAMPIERO D’ECCLESIIS

Ho passLA POTENZA DEL VERDEato le mie estati da bambino a Portici, pochi chilometri da Napoli: l’antica località balneare dei nobili napoletani, ora affogata nel cemento dei palazzoni che ospitano la popolazione della città con una delle più alte densità abitative d’Italia.

Erano estati torride, da far sfilare al fresco del bosco della Reggia, la dimora costruita da Carlo V di Borbone come sua residenza. Ho imparato lì, innanzitutto, che cosa è un Parco.

Un luogo silenzioso, in estate fresco di verde e acqua, d’inverno grigio di brume e nei giorni di sole  presagio della primavera. Un luogo dove fermarsi una mattina a passeggiare, senza fretta, un luogo dove leggere un libro, oppure giocare con gli amici, dove suonare una chitarra oppure ascoltare un’orchestra, un luogo intorno a cui costruire l’anima della comunità.

Poi ho girato molto: l’Italia, l’Europa. Certamente meno di quanto avrei voluto, ma abbastanza da vedere luoghi intorno a cui si sono costruite identità cittadine, intorno a cui si sono aggregati uomini e comunità, luoghi che, in cambio di poca cura per il verde e della rinuncia ad occupare uno spazio, hanno restituito nei secoli benessere e senso della vita.

Ecco che cos’è un grande parco cittadino.

Io sono nato a Potenza, ci vivo da 55 anni – a meno dei tanti lunghi periodi in cui la mia vita lavorativa di non allineato mi ha portato fuori. Qui ho voluto che crescessero i miei figli, qui ho sepolto i miei cari.

La mia Città è nata su una collina, una bella collina ben esposta su una grande bella valle, ampia, con un bel fiume – neanche troppo cattivo – che scorre placido senza troppe divagazioni, una Città che con quella valle, la Valle del Basento, ha sempre avuto un rapporto di scambio produttivo: lì c’erano i campi, c’erano gli alberi, c’erano le vigne e lì sono rimaste nei lunghi secoli in cui ha vissuto entro i limiti tracciati dal suo sviluppo.

Ad un tratto la mia Città è diventata un luogo di governo, via via più importante e mano mano che il suo ruolo diventava strategico per la comunità Regionale i suoi limiti sono diventati sempre più stretti e, pian piano, ha iniziato ad ingrandirsi.

Dopo la guerra nella mia Nazione ha spirato una benefica aria di sviluppo. Inutile ripercorrere le scelte o quelli che, oggi, possono sembrarci errori: di fatto quella valle dove un tempo c’erano contadini è via via diventata il luogo di una scommessa industriale; c’era tutto per quella scelta, era pianeggiante, collegata, aveva l’acqua. La scelta dell’epoca, contestualizzata, è anche comprensibile.

E così quella valle ampia, bella, bagnata dal fiume e dal sole, si è trasformata dal luogo della produzione agricola a quello della produzione industriale, diventando di fatto inutilizzabile come area urbana, diventando il limes della città verso sud.

La mia Città ha due aree verdi storiche, la Villa di S. Maria e il Parco di Montereale: sono luoghi bellissimi, in cui, sia pure in piccolo, si respira quell’atmosfera da Parco cui mi riferivo all’inizio quando parlavo delle mie estati a Portici.

Ma Potenza è una città verticale, piena di scale, di salite, di discese e che man mano che si è andata espandendo, inibita com’era verso il fiume e la sua bella valle, ha dovuto inerpicarsi verso nord, verso luoghi meno ospitali, tra argille maligne e pendii scoscesi.

Sono nati così i quartieri più moderni: dal Serpentone, come una dorsale di cemento e ferro  inchiodata sulla schiena di una collina, a Macchia Giocoli, a Macchia Romana, tra curve e salite, tra vie anguste e spesso intorcinate, in un caos di palazzoni e quartieri troppo lontani dalla valle ridente per essere anche gioiosi e vivificanti.

E’ solo in questa chiave che si possono interpretare operazioni come la Nave del Serpentone o i piccoli giardini – che pure fanno un gran bene – come quello del Parco dell’Europa Unita o, più recentemente, come quello dedicato ad Elisa Claps.

E già, perché belli son belli, ma un grande parco non può essere casuale, non può nascere per riempire il vuoto lasciato dalle costruzioni, non può adattarsi ad essere un fazzoletto stretto tra grandi edifici, quando è così è un giardino di quartiere, utilissimo, ma con una funzione differente e neanche può inerpicarsi tra salite e discese, inaccessibili ai meno fortunati.

Come tutti i giardini di quartiere non può che essere affidato alla cura di chi lo abita. Mi fanno sorridere i commenti di quanti si lamentano per le cacche dei cani oppure per le carte: molti, troppi se ne lamentano, pochi, troppo pochi, fanno il semplice, banale gesto di raccogliere i rifiuti.

Da qualche anno faccio il PAZ. No, non fraintendete, non mi riferisco alla mia stabilità mentale ma a quel gruppo (piccolo) di cittadini attivi che con il nome di Potentini Armati di Zappa da qualche anno si prendono cura di Montereale. Ci vediamo la domenica mattina, quando i nostri impegni familiari ce lo consentono, e facciamo semplici gesti di buona pratica civica.

Raccogliamo carte, mozziconi, a volte le cacche dei cani, tagliamo erba, piantiamo fiori, non siamo un esercito, non ci dedichiamo a questa mansione in maniera quotidiana, eppure chi va a Montereale non può non percepire una differenza nella cura.

Perchè faccio questo esempio? Non di certo per fare promozione al gruppo a cui aderisco, ma solo per dimostrare che esiste un modo per aver cura dei piccoli giardini di quartiere che non richiede necessariamente l’impegno della pubblica amministrazione. Basterebbe solo un cambio di paradigma, solo il passare dal concepire i luoghi pubblici come luoghi di nessuno a luoghi di tutti e, quindi, anche propri.

La nostra Città è un Capoluogo in cerca d’Autore, ossia in cerca di qualcuno che sappia interpretarne la struttura e l’anima, che sappia rimodellarne la funzione e definirne per il futuro la missione e lo sviluppo.

E’ un compito da far tremare i polsi, abituati come siamo a politici cialtroni la cui miopia politica non permette loro di traguardare oltre l’orizzonte limitato del loro mandato, ed è proprio quando la politica è incapace, quando è perennemente sbilanciata verso i desiderata dei clientes, che i cittadini devono intervenire e dire la loro.

I pochi lettori che mi seguono (non ho la pretesa di essere un opinion leader) sanno che sono impegnato con altri nel Comitato per il Parco della Città. L’idea è quella di costruire una grande area verde al limite meridionale della Città di Potenza che attraverso il corridoio del Fiume Basento e per il tramite del Parco di Rossellino riconnetta la Città alle aree boschive di Rifreddo e Sellata e, tramite il corridoio del Basento, con la Pallareta.

La visione è quella di un Capoluogo al servizio del suo hinterland ad alta valenza naturalistica, con una porta d’ingresso della Città che, marcata dal Ponte Musmeci e dal Parco della Città, rappresenterebbe plasticamente una Potenza proiettata e incastonata in una Provincia-Parco.

Tutto questo con un Parco? Ebbene sì, purché l’idea sottintesa sia la costruzione di un piano di riassetto ecologico-strutturale-ambientale e urbanistico della Città, comprendendo in tale riassetto la bonifica delle aree inquinate della Piana di Tito.

Ai detrattori, ai sostenitori di interporti, di stazioni spaziali, lubricamente sognate dai miopi cementificatori ad ogni costo, dai pianificatori della morte per soffocamento di una comunità dico soltanto: ogni tanto sognate, uscite fuori dai ristretti limiti del vostro conto in banca o dagli interessi dei cumparielli.

Potenza ha bisogno di un progetto e di un sogno e per me lo slogan che abbiamo scelto per il Parco della Città è quello giusto: La Potenza dell’immaginazione disegna il Futuro.

 

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Sull' Autore

Giampiero D'Ecclesiis (Miles Algo) è un geologo. Forse anche per questo riesce ad amare la profondità dei luoghi e della terra. Poeta e scrittore pubblica i suoi racconti e le sue poesie in anteprima sulla pagina Facebook e sul suo blog. Nel 2008 presenta un libro di sue poesie dal titolo “Fantasmi Riflessi” cui segue, nel 2009, il suo primo lavoro narrativo “Vota Antonio, Viaggio semiserio in una campagna elettorale del 2009” (Arduino Sacco Editore). Nel 2012 per la collana “Scritture in metamorfosi” curata dall’Associazione culturale LucaniArt, pubblica una silloge di poesie dal titolo “Graffi nell’anima”. Con il suo racconto “150° Unità d’Italia – 20 luglio 1915, Isonzo” vince il primo premio della sezione Narrativa adulti del 1° Concorso letterario Nazionale “Premio Carolina D'Araio” e, sempre nella stessa occasione, con la poesia “Salendo al paese” il terzo premio della sezione Poesia adulti. Pubblica “Due avventure di Giovacchino Zaccana viaggiatore” in una raccolta di racconti editi dalla casa editrice Pagine nella collana “Nuovi autori contemporanei”. Nel 2014 pubblica il libro “Ipnotiche oscillazioni ed altre storie” Edizioni Universosud cui segue, nel 2015 sempre con la Casa Editrice UniversoSud, il libro di racconti “Giovacchino Zaccana – Appunti disordinati di viaggio”. Collabora con giornali e con riviste on line pubblicando poesie, brevi racconti e riflessioni di natura sociale e culturale. Ha un rapporto critico con il mondo che lo circonda. E’ curioso, irriverente. Odia ed ama la politica. Preferisce quella di prossimità. E’ capace di animare eventi complessi quando la letteratura, la musica, il teatro e la poesia possono restituire una occasione anche ai luoghi che vive. Così ha fatto rendendosi ‘testimonial’ del bisogno di spazi verdi fruibili nella sua amata Potenza, di luoghi da sottrarre all’amianto, all’incuria e all’abbandono.

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