
espedito moliterni
Forse non è un caso che da quando il canone RAI si paga, di fatto obbligatoriamente, con le bollette della luce, stiamo assistendo ad un progressivo declino dell’offerta e, cosa più grave ed imperdonabile, ad una progressiva ed evidente conclamata mancanza di rispetto nei confronti dei pur affezionati utenti, in ordine alle loro scelte e preferenze di programmi da seguire.
Quello che sta avvenendo in questo periodo, in concomitanza dei mondiali di calcio, è la prova plastica di quanto affermato in precedenza. Pur in presenza di una rete RAI, al canale 58, completamente dedicata allo sport, stiamo assistendo ad una totale rivoluzione della normale programmazione sulla rete ammiraglia, RAI uno.
Il dio pallone invade praticamente tutta la giornata televisiva: quattro partite al giorno, tutte seguite da programmi in cui discutono della gara appena trasmessa, compresa la sfida Marocco/ Tunisia che interessa pochi intimi ( con tutto il rispetto delle nazioni rappresentate) conditi da insulsi commenti, interventi scontati e dibattiti alla camomilla.
Probabilmente anche i calciofili nostrani non ne possono più, ma l’imperativo è: ridurre all’idiozia pallonara l’utente televisivo, evitare che ragioni sui tanti problemi che investono la nostra società: cambiamento climatico, disastri naturali, guerre, manovre finanziarie inique, popoli affamati e ridotti alla povertà assoluta sono argomenti che non incrementano l’audience, con conseguente perdita di contratti pubblicitari.
E poi, come si sa, con l’invasione dell’etere dei mondiali di calcio, gli spettatori abituati ai normali palinsesti , ora completamente oscurati o ridotti ( TG, fiction, programmi di intrattenimento, film, quiz, ecc.), si trovano smarriti e confusi a fronte del sistematico stravolgimento delle loro normali consuetudini, abitudini e scelte che, a prescindere da come la si pensi, devono essere rispettate da un servizio che si autodefinisce pubblico.
Il problema è anche questo: può la RAI essere considerata ancora un servizio pubblico?
Forse no: si ha l’impressione che la RAI non abbia saputo salvaguardare la propria autonomia non solo dalle pressioni economiche, ma anche da quelle politiche, intese in una più ampia accezione che comprende sia il contesto partitico e di governo, sia la volontà di ridurre il mezzo televisivo ad un potente strumento di condizionamento e persuasione. Inoltre, la RAI non è riuscita ad affermare la propria specifica differenza dalla televisione commerciale, finendo per assomigliarvi fin troppo.
Ha privilegiato rendite di posizione e vecchi schemi di logiche spartitorie, perdendo progressivamente il contatto con parti crescenti della popolazione, a cominciare da quelle più giovani e dinamiche.
Dal 25 settembre, giorno in cui si è ridefinito il quadro politico italiano, e dall’inizio dei campionati mondiali di calcio, stiamo avendo la conferma, con un ulteriore accelerazione, della progressiva decadenza della RAI, già iniziata da molti anni, con particolare riferimento all’abbandono di quegli elementari principi che dovrebbero caratterizzare un servizio pubblico, inteso come soddisfacimento delle esigenze della collettività.
Ma non è tutto! Forse per l’alta professionalità e per l’obiettività presenti nella narrazione del TG2, in particolare della pagina politica,il suo direttore è stato nominato ministro della cultura.
Analogamente, per lo stesso motivo, quale ministero verrà assegnato a Monica Maggioni, attuale direttore del TG1?
La RAI, servizio pubblico per chi?
Noi cittadini utenti e onesti contribuenti attendiamo fiduciosi una risposta con la speranza che un giorno l’abbonamento RAI diventi facoltativo.