storia politica della città

LUCIO TUFANO
Per tantissimi anni fu “il ministro”. Un ministro da emulare, impeccabile in abito scuro, osservato e seguito, salutato con profondo rispetto, sempre circondato da amici, quando percorreva via Pretoria o altre strade per le sue frequenti visite a monsignor Bertazzoni, o nelle occasioni di feste istituzionali e religiose come quella del Corpus Domini e dei santi cittadini. Fu “il ministro”, invidiato e criticato. I suoi comizi riempirono le piazze; dopo le calche che il Fascismo riuscì a provocare, ci fu lui che godeva di folle numerose per tutta la regione. Un potere forse anche eccessivo al confronto dell’infima, a volte squallida, quiete della sua città, un potere che i lucani, in particolare i potentini, hanno visto e sentito crescere a dismisura. Più volte ministro, poi Presidente del Consiglio e poi ancora Presidente del Parlamento Europeo. Un potere che non si era mai verificato nell
a vita dei notabili tradizionali. Egli lasciò i nostri Ciccotti, Fortunato, Nitti, Lacava, Branca, Sansanelli, D’Alessio, nell’angusta memoria dei testi riportati a mo’ di sostegno nelle filippiche meridionaliste. Egli lasciò tutti tra le logore pagine della nostra storia e si eresse, come carisma, taumaturgo, grande collocatore, economista, promotore di iniziative di sviluppo, di comitati di studio e di scuole di sviluppo, teorico dell’industrializzazione del mezzogiorno, sostenitore di interventi ed inventore di politiche per le aree depresse, i nuclei, le bonifiche, fu per la creazione degli albi del commercio, degli artigiani, dei coltivatori diretti con le relative Casse Mutue, fu estensore di leggi e creatore di Enti. Nelle Camere di Commercio e nelle prefetture riceveva su tappeti e corsie, con arazzi e fiori gli altri ministri, i Presidenti, da Corbino a Vanoni, da Fanfani a Pella, da De Gasperi a Segni …
I suoi più vicini parlamentari, entrati per un lungo periodo a far parte della sua leggenda furono Marotta, Zotta e Merenda, Verrastro, Tantalo e Picardi, Lapenta e Viti, fino ai più giovani come Carmelo Azzarà e Giampaolo D’Andrea … Il suo potere di lunga, anzi lunghissima durata, tanto da far coniare ai suoi avversari definizioni salazariane, provocando convinzioni ed accuse quale mallevadore di altri interessi monopolisti e della grande industria. I comunisti lo lottarono con acredine sui giornali e nelle piazze, i socialisti anche, fino a quando non si accinsero, malgrado le scissioni, a tessere le prime esperienze di governo locale e nazionale con lui e con la DC. I liberali, i socialdemocratici ed altri ne subirono la presenza e il patrocinato.
In Basilicata decise tutto, gli incarichi dei suoi uomini e le candidature, le nomine e le destituzioni, il destino delle famiglie e quello del suo partito, decise anche chi dovessero essere i suoi delfini.
Molti crebbero con lui, altri crebbero contro di lui. La sua non fu un’apparizione, una meteora, tant’è che occupò, in maniera stabile ed indiscussa la sovrumana condizione di statista, leader e detentore di una immagine quasi mistica: nelle grandi occasioni elettorali e politiche, nei bagni di folla nei quali si immergeva e dai quali emergeva come espressione, di “miracolo economico”, di fautore del progresso, di alfiere della rinascita, di propiziatore di credito e di capitali per gli investimenti artigiani, commerciali ed industriali per il tramite delle banche e della Cassa del Mezzogiorno, di eccelso ambasciatore in Europa.
Quante vecchiette speranzose avrebbero stretto la sua mano, toccato lembi del suo vestito. Tutti acclamarono la frase “il comunismo è un vecchio scarpone da buttare”, idolatrato dai giovani cattolici, anche imitato da alcuni nella voce e nell’incedere, osannato dai sudditti, accolto e riverito dalle diocesi, dalle congreghe, dalle parrocchie, dalle sezioni di partito, egli fu l’espressione più congeniale di una certa Democrazia Cristiana, anzi ne fu l’identificazione, il Verbo, l’immagine, la voce, il gesto. Il suo sembiante non poté mai separarsi dallo scudo crociato.
Fu insomma un’incarnazione augustea – nel nostro microcosmo – di un’epoca, di un modo di concepire e gestire la politica, l’artefice di una corrente egemone nella D.C. quella che ha professato per 50 anni l’anticomunismo, e l’anti “compromesso storico” in conflitto con la corrente della “sinistra di base” che non faceva misteri delle possibili aperture al P.C.I. Il doroteismo non è stato solo una modalità dell’inossidabile declinazione del potere, bensì uno smalto ottenuto da quel far “diga al comunismo” che ha dato alla D.C. per diversi decenni la maggioranza.
Una categoria dell’incenso, del confessionismo, l’utilizzo strumentale della mobilitazione contro l’ateismo e il “materialismo storico”, una premilitanza e un tirocinio nelle file dell’ Azione Cattolica come quotazione e credenziale politica, un abbecedario della gestione, la consultazione permanente del manuale Cencelli, “Il Santo Graal” della capacità di governare. Attorno a lui crebbero allievi diligenti e allievi svogliati, figliolanze e fratellanze multietniche, ebbe collaboratori affiatati e con essi anche una storia di confidenziale amicizia con l’uso, mai dimesso, di chiamare e farsi chiamare per nome, quasi in una mitica vicenda evangelica. Ebbe anche allievi eretici, da proditori o da atteggiamento brutiano, che pur si avvalsero del ricco patrimonio culturale congenito alla D.C. lucana in una sorta di latifondo dalle opulente stagioni di raccolto. Fu questa la regione bianca per eccellenza.
De Gasperi, che non era un profeta, ma un politico con l’obbligo di trovare un rimedio ai mali che indicava, si sentì nel dovere di additare la presenza dei comunisti al governo come la sola causa di tutti i nostri guai. Ma con la caduta del muro di Berlino molti cattolici o per opportunismo, o perché guidati da orientamenti dossettiani, morotei o lapiriani, furono presi dal fervore giacobino e sinistroide, soprattutto vincendo quel “complesso d’inferiorità” nei confronti dei partiti di tradizione laica, ripudiando il principio professato per decenni di unità dei cattolici.
Nella drammatica vicenda di “mani pulite” il processo penale annienta i partiti e buona parte della classe politica, quasi tutta. Il PDS, le Confederazioni sindacali, la burocrazia e i c. d. poteri economici rimangono indisturbati. I partiti avevano ormai concluso il loro processo di degenerazione con le tangenti, con il clientelismo, con il tesseramento gonfiato, con i congressi semifraudolenti. Le retoriche del falso meridionalismo e lo spreco di risorse finanziare in migliaia di miliardi per un’industrializzazione fantasma nel Mezzogiorno avevano fatto il resto.
E per questo, nelle regioni più democristiane d’Italia, la Lombardia e il Veneto, era nata la Lega, una protesta politico-religiosa di cattolici, contro quell’unità dei cattolici voluta dai vescovi. Più tardi neopagana per il culto localistico del dio “Po”.
Una vittoria della destra democristiana contro il CAF di Craxi, Andreotti e Forlani, è quella per la Presidenza della Repubblica. La guerra fra le correnti, che ha fatto dire ad Emilio Colombo come la DC fosse alfine stremata. In conformità della sua cultura moralista, Scalfaro intanto si compiace dell’azione dei giudici. In una regione del Sud, la Basilicata, sono gli uomini del doroteo Colombo a scegliere di allearsi con i comunisti di Rifondazione e con i postcomunisti del PDS.
Nella celebrazione dei suoi compiuti ottanta anni Emilio Colombo non poté spiegare quella conversione avvenuta e operata nel 1993, anche perché gli intervistatori si guardarono bene dal consentirglielo. Gli fecero rivangare invece la gloriosa epopea di un giovane sottosegretario all’agricoltura, inviato a Catanzaro, per risolvere lo scontro tra forze dell’ordine e braccianti che avevano occupato le terre del latifondo. Da grande artefice della mediazione politica, Emilio Colombo rilevò come la politica si avvalesse solo dello scontro. Ricordò anche tutta la questione dei Sassi di Matera, alla cui soluzione egli operò con l’aiuto del Presidente De Gasperi. Alla domanda se la DC avesse potuto avere una migliore fine, Colombo parlò delle situazioni della Democrazia Cristiana negli altri paesi, tratteggiandone l’opera e il destino. Ammise, alla fine del suo dire, come “la DC italiana fosse finita in quanto logorata da 50 anni di lotte e poi, stando sempre al potere – aggiunse – accade che si appannino gli ideali e ci si logori, occorre allora cedere anche qualcosa agli avversari!”. Che cosa cedette la DC lucana? E a quali avversari?
I diessini presenti alla manifestazione del Don Bosco rimasero visibilmente compiaciuti.
La verità è che nell’arco di sessanta anni e più, la mappa del potere regionale, per gran parte, è ancora occupata dai democristiani, o postdemocristiani, adesso di sinistra, che fruiscono di un potere, in un certo senso, in parte ereditato da lui e che avviluppa anche buona parte dei post-comunisti.

