LA RIORGANIZZAZIONE ATLANTICA DELLE FORZE POLITICHE IN ITALIA

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In che cosa consiste la riorganizzazione atlantica delle forze politiche in Italia? Non è forse questo un tema essenziale per la politica nazionale e locale? Tanto più, alla vigilia di una tornata elettorale amministrativa e referendaria che segnerà la temperatura del clima politico generale prossimo al 2023? Cominciamo a parlarne!

E’ evidente che nonostante il colpo di stato Mattarella-Draghi per far fuori Conte, la maggioranza che sostiene il governo è confusa e debilitata per i troppi compromessi e non può reggere a fronte del prolungarsi della guerra, che è l’ipotesi più probabile. C’è bisogno dunque che le forze atlantiste possano contare su un governo che abbia solide certezze sulla guerra e sulla politica americana, il che comporta realizzare uno schieramento che corrisponda a questa necessità.

Il PD da tempo lavora in questa direzione. Ma il PD da solo non è in grado di realizzare l’obiettivo degli atlantisti. C’è bisogno di un sommovimento del quadro politico, ed è quello che si prevede in vista delle prossime elezioni politiche. E’ da lì che potrebbe nascere il nuovo schieramento a guida americana. Su questo Draghi è andato a prendere ordini negli Stati Uniti.

I giochi però non sono ancora fatti e non bisogna credere che le cose vadano necessariamente nel senso voluto dai filoamericani senza se e senza ma.

Per cominciare c’è il dato dei sondaggi, di cui tanto si parla e che non possono essere smentiti, che danno una maggioranza di italiani contrari all’invio delle armi in Ucraina e quindi, presumibilmente, contrari al coinvolgimento dell’Italia nella guerra. Chi rappresenta questi italiani se i voti in parlamento per l’invio di armi sono stati plebiscitari, da Conte a Salvini passando per il PD, FdI e Forza Italia? E allora, come utilizzare questa forza e farla esprimere in una sorta di partito della pace che, al di fuori di gruppi e gruppetti che si agitano per rosicchiare qualche voto, tenti di dare una risposta forte a chi ci ha trascinato in guerra e nella crisi economica?

Questo è l’interrogativo che bisogna porsi in parallelo alla crescita del movimento contro la guerra.

L’aprile che abbiamo vissuto non è di certo quello che sognavamo ad inizio anno, tra una guerra che non mostra segnali di arresto, una pandemia che ancora produce morte, e le bollette di gas e luce che continuano a galoppare. A fronte della stima per il 2022 di un aumento del costo della vita (la temutissima inflazione) del circa il 6% i salari nominali crescono dello 0,8%, i prezzi dei beni e dei servizi comprati dai lavoratori crescono sensibilmente, sei volte tanto, con una conseguente perdita di potere d’acquisto di circa il 5%. E potrebbero ridursi ancora di più se la guerra dovesse prolungarsi fino alla fine dell’anno, poiché il prolungamento del conflitto proietterebbe l’inflazione in tutta Europa sopra la doppia cifra.

Ecco dove cercare quei due terzi di italiani che della guerra non vogliono saperne: sono quel popolo che fatica e vorrebbe lavorare in pace per i propri interessi materiali. Di certo non quelli di potenza delle economie di guerra! Un tempo, era questo il cuore dell’internazionalismo dei lavoratori.

Questo è l’interrogativo che bisogna porsi in parallelo alla crescita del movimento contro la guerra.

Le trombe del padronato non smettono di squillare. Gli imprenditori italiani si definiscono “eroi civili” che stanno facendo di tutto per contenere l’inflazione: l’aumento dei costi dell’energia e delle materie prime iniziato nel 2021 è figlio innanzitutto del rallentamento della produzione causato dalle misure di contenimento della pandemia, a fronte del rapido recupero della domanda globale dell’anno passato; rincari in seguito esacerbati dalle recenti vicende belliche e geopolitiche (gas, grano, risorse minerarie). E le imprese di fronte ad una scelta

– da un lato, aumentare i prezzi di vendita (e quindi soffiare sul fuoco dell’inflazione) per preservare i propri utili;

– dall’altro, ridurre i propri margini di profitto per evitare che l’aumento dei costi dei materiali e dell’energia si traduca in incrementi dei prezzi dei beni e servizi finali, mettendo a repentaglio le proprie quote di mercato;

di fatto non contemplano uno spazio per l’aumento dei salari dei lavoratori (Confindustria è contraria al rinnovo dei contratti); tanto meno metterebbero in campo l’idea di un salario minimo generalizzato.

Insomma, si utilizza l’inflazione come una clava contro il lavoro, agitandola come uno spauracchio per erodere potere d’acquisto e quote di reddito ai lavoratori, e comprimere ulteriormente i consumi e la domanda interna, finendo per compromettere anche le prospettive di crescita.

Pandemia e guerra, due piaghe di enorme rilevanza, non colpiscono tutti allo stesso modo: l’aumento del costo del lavoro metterebbe “in grave difficoltà” le imprese, che certo non intendono pagare con l’erosione dei profitti i costi del conflitto in Ucraina!

Questo è l’interrogativo che bisogna porsi in parallelo alla crescita del movimento contro la guerra.

Lasciando al loro destino i “mezzo addottrinati” – come li avrebbe definiti P. Bourdieu: tronfi cultori dell’idealismo e del proprio narcisismo medio se non proprio piccolo borghese; certi, in ogni caso, delle sicurezze di status ed economiche già conseguite, starnazzano il loro malcelato maschilismo ancor più sguaiatamente nei social e nelle rubriche paesane!

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Sull' Autore

Michele Saponaro

Michele Saponaro, blogger alla ricerca del senso de nostri luoghi.

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