LA VITTORIA FATICOSA DI JOE BIDEN

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Marco Di Geronimo

Joe Biden ha vinto le elezioni in America. Ma non ha stravinto. I sondaggi davano la partita per scontata, e invece il risultato è stato deciso da poche migliaia di voti. Il 3 novembre restituisce un quadro politico difficile da interpretare: gli Stati Uniti non hanno rottamato facilmente Donald Trump. Come se non bastasse, il tycoon non vede l’ora di presentare ricorso contro supposti (ma non dimostrati) brogli.

Un’elezione sorprendente

Red mirage. Con questa espressione gli esperti avevano prescritto l’andamento dello scrutinio. Per legge, i vari Stati avevano deciso di scrutinare prima i voti dell’Election Day. Soltanto dopo avrebbero aperto e conteggiato i voti postali. Una scansione che avrebbe disegnato proprio l’affresco che abbiamo avuto di fronte per parecchie ore. Un iniziale vantaggio repubblicano, dovuto alla maggiore percentuale di elettori GOP tra i votanti in presenza. Una successiva ripresa democratica, con diversi Stati (Winsconsin, Michigan, Georgia e Pennsylvania) che hanno “cambiato colore” e sono finiti a sostenere Joe Biden.

Quello che gli esperti non avevano previsto era la competitività di Donald Trump. Il Presidente in carica era dato per elettoralmente morto. Le medie dei sondaggi lo davano in svantaggio di 10 punti percentuali. E conta poco la solita battuta Hillary è ancora in vantaggio: con raffinate analisi, tutti i tecnici ci garantivano che stavolta i sondaggi ci avrebbero preso. Il vantaggio di Biden era stabile da mesi, molto più alto di quello di Hillary, ben distribuito tra i vari Stati.

La realtà è stata assai diversa. Joe Biden è il primo Presidente da decenni ad arrivare alla Casa Bianca senza aver vinto l’Ohio (l’ultimo fu Nixon). Ma questo, qualcuno l’aveva immaginato. Assai meno prevedibili sono state le sconfitte in Florida e North Carolina, che la sua campagna contava di vincere – e con un certo margine. La Florida, perché swing State. La North Carolina, perché adiacente alla capitale, Washington DC (città estremamente blu).

Com’è stato possibile trasformare un’elezione landslide (travolgente) in una battaglia all’ultimo voto? L’ironia del web italiano ha trovato una risposta: l’aver tante foto con Matteo Renzi (non ce la sentiamo di smentire questa possibile ricostruzione). Invece i politologi devono ancora dare una soluzione a un rebus complicato, che desta serie preoccupazioni negli osservatori.

Perché Biden ha faticato?

Anzitutto, queste sono state le elezioni più partecipate della storia politica recente a stelle e strisce. La grande mobilitazione dell’elettorato dipende in parte dal massiccio ricorso al voto postale, e in parte dall’estrema politicizzazione del dibattito pubblico americano degli ultimi mesi. La profonda frattura tra sostenitori e avversari dei Black Lives Matter ha chiaramente spinto elettori di ambo le parti a tornare ai seggi dopo lunghe assenze, entrambi spaventati dall’avversario. Questo sussulto ha riportato a ‘casa’ gli Stati del Mid-West, nonostante una forte partecipazione dei repubblicani. Ma anche sciolto i sogni di gloria che Biden coltivava nel Sud.

Non basta questo a spiegare la vittoria dimezzata del senatore del Delaware. Tanti si stupiscono che Donald Trump ha raccolto consensi superiori alle attese proprio tra le minoranze e in particolare nel segmento dei latinos, gli ispano-americani. Proprio la debolezza tra la popolazione ispanica ha impedito a Biden di contendere seriamente il Texas, che per la prima volta da decenni è apparso in bilico. Alla fine sono state proprio le contee più latine a negare il supporto di cui aveva bisogno il candidato democratico…

Il quadro è complicato da due fattori. Anzitutto Biden non è la Clinton: non è stato in grado di catalizzare su di sé un particolare odio personale, a differenza dell’ex Segretaria di Stato, particolarmente talentuosa. In secondo luogo la sinistra ha votato Biden, come testimoniano proprio le vittorie nel Mid-West e in Pennsylvania. La sua candidatura non ha spaccato il Partito democratico, perché il senatore del Delaware ha fatto ampie concessioni all’ala progressista e si è sempre dimostrato favorevole al dialogo coi suoi leader, Bernie Sanders e Alexandra Ocasio-Cortez (a differenza di quanto si verificò col ticket Clinton-Kaine). Sarebbe viceversa sostanzialmente assurdo sostenere che il candidato più votato della Storia americana (complice l’affluenza record) nonché il più moderato in corsa alle primarie dem sia stato troppo radicale nelle sue proposte. Tanto più che i media mainstream lo hanno appoggiato quasi unanimi, il che dimostra che il centro non ha affatto abbandonato l’ex vicepresidente.

La strada è ancora lunga

Dovremo attendere la fine definitiva degli scrutini per una seria analisi demografica del voto. Servirà interpretare anche la disfatta dei sondaggi e studiare l’andamento dei flussi d’informazione (social network e spot televisivi). Ma dovremo attendere in ogni caso. In primo luogo, appunto, perché gli scrutini non sono ancora finiti del tutto: mancano ancora una serie di pacchetti di voti (prevalentemente postali) che le sezioni devono finire di scrutinare (ma pare che non siano aritmeticamente decisivi). In secondo luogo, perché Trump intende ricorrere alla magistratura.

Il Presidente in carica sostiene che si siano compiuti dei brogli sistematici a suo sfavore. Circolano online una serie di notizie, non si sa fino a che punto veritiere, su irregolarità più o meno surreali (come la notizia che ha votato un elettore nato nel 1823). Alcuni sono già stati smascherati come fake news – lo riporta in Italia Il Post, uno dei pochi giornali (online) degni d’essere letti. Trump vuole portare la questione in Corte Suprema, dove la recente nomina di Amy Coney Barrett consegna ai repubblicani una maggioranza 6-3. Che cosa voglia lamentare il Presidente non si sa di preciso: probabilmente il computo dei voti postali ritardatari, cioè spediti entro il 2 novembre ma arrivati dopo il 3 (l’Election Day). Sul punto è riuscito a guadagnarsi un precedente favorevole proprio pochi giorni fa. Ma la questione investe principalmente la Pennsylvania, i cui 20 voti nel collegio elettorale sono divenuti ininfluenti dopo le vittorie in Wisconsin, Michigan, Georgia e soprattutto nell’ex feudo repubblicano, l’Arizona (lo Stato di John McCain, che fino alla morte ha avversato il Presidente in Senato).

In ogni caso Joe Biden è per ora il Presidente in pectore ma non ancora eletto. L’ultima parola passa al Collegio Elettorale, l’insieme dei grandi elettori che dovrà materialmente riunirsi, Stato per Stato, il 7 dicembre (il primo lunedì dopo il primo mercoledì di dicembre) per votare i candidati. In seguito si riunirà il Congresso in seduta comune per ‘scrutinare’ i loro voti e proclamare l’elezione. Il 20 gennaio si terrà la procedura di insediamento a Washington, DC. La transizione è molto lunga (oltre due mesi) e rischia di essere anche burrascosa a causa delle intemperanza di Donald Trump, ben determinato a non ammettere la sconfitta.

Una presidenza complicata

Se Joe Biden riuscirà a insediarsi alla Casa Bianca, si aprirà comunque un periodo molto difficile perché i democratici non sono riusciti a conquistare il Senato. La blu wave (l’onda blu) che avrebbe dovuto consegnare vittorie facili all’Asinello non si è affatto realizzata. La maggioranza alla Camera dei rappresentanti è scesa anziché salire – un cattivo presagio per le elezioni di mid-term del 2022 – e al Senato saranno decisivi i due ballottaggi in Georgia che si terranno proprio a gennaio. In quel caso la Camera alta sarà esattamente divisa a metà e i democratici avranno una maggioranza soltanto grazie a Kamala Harris, la vicepresidente (che per Costituzione è anche la Presidente del Senato), autorizzata a votare in caso di parità.

Una condizione scomoda che complica anche la formazione del Governo: se nessuno dubitava che Bernie Sanders avrebbe ricevuto un posto nel Gabinetto, ora non è semplice riuscirci. Le cariche di ministro e senatore sono incompatibili e Sanders dovrebbe rinunciare al suo seggio in rappresentanza del Vermont. Peccato che il Vermont sia amministrato da un governatore repubblicano, autorizzato a nominare un sostituto ad interim in attesa delle suppletive. Col rischio di mettere in minoranza i dem. Ma allora chi inserire nel Gabinetto in rappresentanza dei DSA (Democratic Socialists of America), certo non disposti ad accontentarsi di un’eventuale nomina della progressista sì, ma temperata, Elizabeth Warren?

Se il quadro non dovesse semplificarsi, Biden rischia un mandato travagliato e perennemente in ostaggio di un Senato repubblicano. Così facendo è fortissimo il pericolo di un bagno di sangue alle elezioni di mid-term, che azzopperebbero anche la seconda parte del suo quadriennio. È possibile che il 46° Presidente degli USA decida di andare avanti con ordini esecutivi (una sorta di DPCM), strategia che però è di breve e faticoso respiro. Certo è che non avrebbe vita facile e non preparerebbe ponti d’oro alla candidatura della Harris, erede designata alla Casa Bianca nel 2024. E comunque tutti i ragionamenti che abbiamo fatto dipendono da una condizione. E ciò che Dio non giochi a dadi, e che dal suo prossimo lancio non esca Trump.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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