Il pericolo di trasformare medici di famiglia in impiegati della sanità attraverso una non accorta realizzazione delle case di Comunità, rischia di impoverire il territorio privandolo di figure di prossimità che l’esperienza ha dimostrato essere fondamentali per l’assistenza alla popolazione. Una cosa è l’organizzazione di strutture capaci di migliorare e rendere più efficace l’attività di diagnosi , con meno difficoltà per l’utenza ( laboratori diagnostici in raccordo con la medicina di prossimità) altra è riorganizzare il sistema in funzione di una burocratizzazione della sanità territoriale che divora risorse senza rispondere alle esigenze per le quali lo si intende creare. Tutta la categoria dei Medici di famiglia è in allarme per la continua insistenza di forze politiche su un sistema fondato sul debito di orario dei medici, con la vanificazione di quella flessibilità e quella fiduciarietà che hanno fatto la storia della medicina libera. Se dalla libera professione si passa all’attività subordinata, il sistema rischia di fare enormi passi indietro, incapace com’è di tenere in piedi un rapporto numerico fra paziente e medico che , grazie alla fiduciarietà e alla vicinanza con la popolazione, oggi è nell’ordine medio di 1 a mille. Questo non significa che le cose debbano rimanere così come sono perché le ultime vicende pandemiche e la difficoltà riscontrata nei luoghi dove la cura è accentrata, consigliano fortemente di riorganizzare il territorio in maniera da creare una prima linea di prevenzione, di diagnosi e di prima cura. Un fronte organizzato con servizi pubblici, strutture specialistiche e momenti di aggregazione funzionale delle professionalità. Ma lasciando inalterato il rapporto di interscambio, di collaborazione e non di subordinazione tra COT ( Centrali Operative territoriali) e medici di famiglia la cui presenza in condizioni di autonomia professionale è garanzia di vicinanza e di efficienza del servizio. Meraviglia come il dibattito su questa questione sia assente in una regione come la Basilicata dove le difficoltà orografiche, di comunicazione e di trasporto, oltre che l’invecchiamento veloce della popolazione stanno determinando le premesse per un tipo di assistenza dove è il medico che deve andare a casa e non il contrario. E dunque si lavori in questa direzione, mantenendo tutta l’esperienza positiva che è stata fatta e correggendo quello che non ha funzionato, affrontando problemi come la riduzione del rapporto numerico medici-assistiti per garantire una maggiore attenzione agli utenti, la creazione di collegamenti funzionali con la diagnostica, la specialistica , l’introduzione di figure di supporto ai medici per la digitalizzazione del sistema, l’infermiere di prossimità , la incentivazione di studi associati con personale amministrativo fornito dal sistema sanitario a determinate condizioni e via dicendo. Ma , come al solito, bisogna aspettare che si rompano le uova per parlare di frittata. Rocco Rosa
L’ATTACCO STRISCIANTE AI MEDICI DI FAMIGLIA
0
Condividi