LE SALON DE LA VILLE

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LUCIO TUFANO

Non fu teatro di grande città. Le dimensioni di esso e quelle della città, rispetto alla intera regione, non consentirono mai di parlare di autentiche ampiezze urbane e civili. Era il teatro di quanto veniva da fuori, da dentro e dall’immenso mondo campagnolo, il territorio delle contrade isolate, delle boscaglie, degli acquitrini. Tutto condizionava questo silenzioso, introverso, lontano e infreddolito rione di Napoli.

Un teatro come questo non è solo struttura, ma la storia stessa di una città, del suo angusto aggregato di case, del suo mondo di uomini, sottouomini, cose e sotto cose. Sulla scena agisce l’umanità attrice, una particolare umanità bigotta, spavalda, spaccona, imbecille, sorniona; una umanità diluita, numerosa, irripetibile, originale, genialoide, rivoluzionaria, paranoide, dai mille volti e ruoli, eroica e vigliacca, timida, intraprendente, angosciata ed esilarante, silenziosa e folle: cronisti adulatori, poeti bislacchi, musici, dicitori bizzarri, celebratori dell’assurdo, sottoproletari pazzi, coreografi, sceneggiatori, profeti ed artisti, irascibili e concupiscibili, soldati e generali, conzonettisti e giocolieri del teatro politico.

Un secolo di macchiette, di farse, di spettacoli nei quali prende corpo una galleria di attori quotidiani: ascendenti e discendenti, uscieri e galoppini, prelati sanfedisti, prefetti impettiti, letterati, burocrati assurdi, professori latinisti e tante, tante comparse, troppe per una sola dose di aspirina o un bicchierino di anisetta.

È facile individuare nella mole e nell’impostazione architettonica quali fossero gli edifici del potere, quelli in cui il potere, nelle sue varie forme, celebra i suoi ludi.

Il Teatro Stabile fu un edificio solenne come il Vescovado, il Palazzo Loffredo con il Liceo Orazio Flacco, la Prefettura, il Municipio, il Palazzo degli Uffici Governativi, sinonimi di autorità, di possibilità, di privilegio.

La cultura che espresse, oltre a quella locale, prodotta dalle compagnie potentine e regionali che in esso si esibirono anche spesso, fu quella nazionale e più frequentemente quella del teatro napoletano, quella che veniva da Napoli.

L’aria della marina e la sua spregiudicatezza, la comicità e i modi di dire e di pensare e infine le ballerine ruppero l’omertà nemica della spontaneità.

            La smodata e improvvisa ondata di temerarietà, di impudicizia, nelle battute, frutto di una città antica e più ricca di cultura e delia baldanza esuberante di una regione calda e prodiga come la Campania, calò attraverso i comici e le prime donne, su di una città più a sud, chiusa dalla coltre conformista.

È questa irruzione che dissacra l’ambivalente e nostrana intimità di un modo di vivere e di concepire terraneo e popolare l’intimità dei bisogni soddisfatti e l’allampanata attesa di soluzioni per tutti quelli non soddisfatti.

Sottosviluppo come folklore? Cultura alta? Melodramma, spettacolo elitario o saga paesana? Ma il teatro ci entrò nel sangue, iniettatovi dai mastri, dagli ufficiali di scrittura, dai barbieri, proprio come didattica ad effetto: le comiche importate da Napoli, quelle esportate per ferrovia, quelle altre sperperate nei fumi notturni e vanagloriosi del bicchiere.

            I potentini ne furono interpreti senza difetto, costantemente sconfitti dal deserto degli applausi, dalla pigrizia degli anni e sopraggiunse poi l’ironia, la satira, il disfattismo nelle vie, nei caffè, nei corridoi

del Tribunale e degli Uffici.

 

1924 – Bar del Teatro Stabile: Ruggiero Raffaele, Franco Cantore, Vittorio Cerverizzo, Nicoletti Michele, D’Elia Amedeo

 

            Qui vi abbiamo scorto un inventario di beni culturali in senso lato, storico-biografico. Perciò ne abbiamo parlato e scritto. Si è giocato, ma si è anche ballato, si è consacrata e sconsacrata la fama e la professionalità di alcuni, si è accresciuta la reputazione di altri, si è sgretolato il secolo, quello dei salotti e dei caffè, quello di chi faceva del palchetto il suo pulpito, la sua garçonnière, il suo bivacco, la sua dimora abituale.

1951 – rappresentazione de “Lu monn’ è all’ammersa”, primo attore Gerardo Crisci

 

            Lo Stabile fu le salon de la ville di un indescrivibile scalpore. Nell’attenta e composta platea chi riceveva l’ossicino di pollo, il torso di granone, il mozzicone, ha fatto da bersaglio al cecchino irriverente: teste senza casco, scodelle sulle quali ha piovuto lo sputo, l’orina, la bestemmia e lo stupore.

            Sulla platea calava il clamore della piccionaia, la rivolta birbona di chi attua la rivoluzione in una sala di proiezione.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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