LE STREGHE BALLANO A PIEDI NUDI

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IDA LEONE

E’ fitta la notte, come il bosco. Le ombre degli alberi appena agitati dal vento tracciano il cammino. E’ calda la notte, l’estate è arrivata e ti soffia in faccia un alito tiepido mentre segui il sentiero, tendendo l’orecchio. Un cupo rumore di tamburi lontani, una fioca luce che guizza, come quella di un fuoco, che si fa più forte ad ogni passo incerto sul sentiero, nel bosco, in mezzo a querce e abeti centenari. 

E’ la notte di San Giovanni, e tutto può succedere.
In una radura, intorno ad un falò alto e forte come una torre, danzano le streghe.
Ballano a piedi nudi.
Non sono vecchie col naso adunco, non sono befane, e non sono nemmeno splendide giovani donne, i seni che premono contro i veli, le forme che si indovinano nella frenesia della danza.
Sono donne, certamente.
E hanno tutte una storia da streghe da raccontare. Ma non la racconteranno a te, puoi solo tendere l’orecchio e sentire il mormorio dell’acqua del fiume, che tutte le storie raccoglie e porta via con sé, insieme al vento caldo della prima estate.

C’è la strega che – dicono – ha dimenticato suo figlio piccolo in un’auto lasciata parcheggiata al sole, e adesso urla la sua disperazione inconsolabile contro le stelle, e vorrebbe buttarsi nel fuoco, se solo servisse. La trattengono per i capelli, serve un dolore contro un altro dolore, ma forse non basterà.
C’è la strega che – dicono – ha resistito a schiaffi, calci, torture; ha resistito al sentirsi dire giorno dopo giorno che era una nullità, che doveva abbandonare amiche e parenti per immolarsi su un altare impossibile, e alla fine ha fatto una valigia veloce e se ne è andata, per non ammazzarlo o farsi ammazzare, e balla ondeggiando e canta con voce profonda di blues per tutte le streghe che invece non ce l’hanno fatta.
C’è la strega che – dicono – ha partorito un figlio sbagliato, segnato da Dio, una creatura storta con un sorriso che apre il cuore, e si porta dietro il fardello della cura che solo a lei non pesa nulla, e sarebbe mortale per chiunque altro. E dentro quel fardello l’unico peso è quel tarlo minuscolo, che scava dentro un orecchio e dice “è colpa mia?” “è colpa mia?” “è colpa mia?”. Balla da sola, lentamente, il capo chino, i capelli che le nascondono il viso.
C’è la strega che – dicono – senza lavoro, il conto in rosso, tagliate le corde che le segavano i polsi, si è stampata un bel sorriso in faccia e ha combattuto la sua guerra dolce e implacabile contro il fato, che come tutte le streghe sanno non esiste. Si è immersa nella bellezza delle cose che faceva, ha vinto molte battaglie e il sorriso si è allargato. Ora danza a piedi nudi intorno al fuoco, più bella che mai.
C’è la strega che – dicono – non ha generato figli, piange solo di nascosto, e per non sentire il rumore del vuoto del suo ventre ama e protegge tutti i ragazzi e i bambini, e spreme ogni goccia del suo sudore, ogni fibra del suo essere per realizzare qualcosa che le sopravviva, e già si domanda chi ricorderà il suo nome, a chi lascerà le sue cose più preziose, senza una generazione dalla carne della sua carne. Lei ulula al vento il suo silenzio, e il vento le risponde, in una danza senza fine.
C’è la strega che – dicono – raccoglie le erbe mediche bagnate di rugiada di questa notte magica, le noci che macchiano di nero le mani, per farne pozioni e filtri d’amore e morte, che talvolta non si distinguono fra loro. Cura ferite e dolori, addolcisce e incanta, abbraccia senza paura di spezzarsi e lascia ovunque un profumo di tiglio e verbena.
C’è la strega che – dicono – ha amato totalmente e inutilmente, senza riserve, senza difese, e quando si è ridotta a strisciare per terra ha visto arrivare in aiuto la sua ragione, che ha preso le redini del carro impazzito e lo ha guidato in un posto sicuro, strappandole la pelle. Canta con la voce melodiosa di quella piccola parte morbida di sé che ha nostalgia di quando senza difese e senza riserve pure comunque guizzava, ma è una voce sottile, sperduta, che la ragione può ignorare facilmente. Senza pietà.

C’è la strega che – dicono – si guarda allo specchio tutte le sere, e ogni sera c’è una nuova piega della pelle, un nuovo rotolino sui fianchi che la sera prima non c’era, e spaccare lo specchio non servirà. Meglio cospargersi il corpo di crema profumata, ballare, insieme alle altre streghe, ridere, bere qualcosa di forte e domani poi si vedrà. Dopo tutto, come dice quella strega con un vestito rosso fuoco ferma sulla porta davanti ad un tramonto, dopo tutto, domani è un altro giorno.

Ballano a piedi nudi le streghe, fino all’alba. Il fuoco piano si spegne, restano solo braci e faville che si spargono nell’aria del primissimo mattino. Ad una ad una tacciono le voci, ad uno ad uno si fermano i tamburi, il ritmo della danza rallenta e si placa. Se ne vanno abbracciate, le streghe, ridendo nella luce radente dell’alba. Non si sono arrese, sono ancora qui, saltate giù dal tetto che scottava, e hanno vinto loro, ciascuna a modo suo.
Non fatevi vedere, non provate a fermarle.
E’ la notte di san Giovanni, e tutto è già successo.

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Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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