Era cresciuto all’angolo più occidentale della casa, all’inizio stentato, timido, più volte mio nonno aveva pensato di tagliarlo via e sostituirlo con un’altra pianta, ma non l’aveva mai fatto. Mia Nonna aveva un debole per il melograno, aveva chiesto al nonno di piantarlo e così, dopo che lei se ne fu andata, per il nonno quella pianta stentata, che non sembrava dover mai dare frutto, era diventata un pezzo di anima e non aveva mai avuto cuore di tagliarla via.
Una pianta cocciuta, ad ogni inverno sembrava dovesse seccare e spegnersi e invece resisteva e piano piano, anno dopo anno, cresceva. La sua lunga lotta per la sopravvivenza, per imporre la sua presenza a quell’angolo della casa, alla fine fu vinta.
Quando morì il nonno era un bell’albero di melograno, alto quasi 5 metri che in autunno si riempiva di frutti rossi, mi ricordo Marco e Alberto, con le facce rosso di succo e quelle manine che appena riuscivano a contenere un frutto, combattere per estrarre ogni singolo seme succoso. Mi ricordo quelle magliette macchiate di succo e i rimproveri ai due monelli impenitenti che si non si faceva a tempo a cambiare che erano già macchiati di rosso.
Quella lunga primavera della mia esistenza finì, come sempre succede, senza che me ne accorgessi, mi ritrovai all’improvviso per casa non più due monelli ma due uomini che presto volarono via in cerca della loro ragione di vita. Me l’ero persa quella primavera, sempre in viaggio com’ero in giro per lavoro e la loro madre, affaticata dal peso di curare la famiglia, pian piano diventò indifferente, poi insofferente, infine ostile. Quando finalmente riuscii a trovare lavoro vicino casa, oramai il castello della nostra esistenza era del tutto crollato.
Ci ritrovammo a sopportarci sempre meno, con quei ragazzi che non erano più bambini e che anche loro, nel tempo, diventarono insofferenti alle nostre baruffe. Finì così, con qualche risentimento, qualche rimpianto, qualche accusa e qualche ripicca, lei andò via, loro partirono e io mi ritrovai solo nella vecchia casa del nonno. A volte incontravo qualche amico più giovane con i figli ancora bambini e provavo una fitta dolorosa guardando quelle manine, consapevole che mai più ne avrei avute di appiccicose di zucchero a sfiorarmi la faccia, non avrei più curato un pianto o regalato una caramella, forse sarebbero arrivati dei nipoti prima o poi, ma la vita li avrebbe seminati lontano e mai più quello che non è stato sarebbe potuto essere.
E’ un giorno caldo di fine estate e mi siedo sotto il melograno, mi pare quasi anche lui abbia sofferto, fa sempre meno frutti. Aspetto l’autunno con impazienza per raccogliere quella ventina di bacche che ancora mi riserva, per spaccarne una e affondarci il viso dentro mordendo e succhiando cercando di scrutare nel mio riflesso alla finestra per un attimo, uno soltanto, i miei figli bambini sporchi di succo e mi si asciuga il cuore. Che succede mai ad un uomo quando diventa più vecchio?
Talvolta si indurisce come fosse pietra oppure si ammorbidisce come fosse burro io no, come una vecchia carruba mi asciugo, rimane lo zucchero intrappolato ma non da più succo.
Sono seduto all’ombra del melograno e guardo in alto, oltre i suoi rami nel cielo si libra immobile un falco che, lentamente, comincia a fare un giro proprio sulla mia testa e infine, adagio, si libra fino al ramo alto del melograno e vi si posa. Non mi teme. Mi osserva fisso con quel suo occhio a lungo poi emette un richiamo stridulo e riprende il volo, pochi battiti d’ali e si lascia portare da una corrente d’aria che sale verso la torre e vola verso nord. Il sole caldo mi accarezza, non so dire se mi sono addormentato o se quello che è successo è un fatto vero, so solo che, ad un tratto, il melograno mi ha parlato:
Pietro, alzati. Ti regalerò il mio ultimo frutto, in esso ho concentrata tutta la mia forza, raccoglilo e non mangiarlo, non è per te, è il mio dono per Marco e Alberto, mettilo in valigia e parti, donagli la mia forza. Ho resistito ad inverni e a estati torride, lascia che io faccia un dono ai tuoi figli.
Apro gli occhi, è pomeriggio inoltrato, penso tra me e me allo strano sogno che ho fatto, sorrido, alzo gli occhi e la vedo: una bacca rossa, grossa, gravida di semi, bellissima,una bacca che non avevo mai visto prima e che sono certo, non c’era quando mi sono seduto sulla sdraio all’ombra del melograno, pende davanti a me, a meno di un metro, pronta per essere colta.
Sono in treno, il viaggio per Milano è lungo, nella mia bisaccia ho un frutto rosso di cui ogni tanto saggio la consistenza con la mano temendo possa andare a male, riscoprendolo sempre turgido ed elastico nel palmo. Strano, quando ho chiamato Marco e Alberto sembrava quasi che se lo aspettassero, non hanno fatto storie, non hanno avuto impegni, impedimenti, cose da fare, mi hanno richiamato dopo poco dicendo che, insieme, mi avrebbero aspettato alla stazione.
Alberi, case, quanto grano sfila al finestrino, ettari ed ettari di prati verdi e case bellissime immerse nella campagna si alternano ai paesaggi urbani delle città che man mano raggiungo, a tratti il mare che scintilla sotto un sole di fine estate. Non ho mai portato con me i miei figli in treno, eppure mi sarebbe piaciuto, ma non l’ho fatto e adesso, che di fronte a me due giovani giocano con un bambino di 6 -7 anni raccontandogli il treno, provo una fitta dolorosa al cuore che non passa.
Il lavoro.
Il lavoro a volte è ingiusto, per darti da vivere ti strappa la vita, ti toglie ricordi, ma a chi lo vuoi dire? Alle occasioni che ti sono mancate? Ai bus che non hai saputo prendere? Ti consoli cercando di dirti che hai fatto il meglio che potevi, ma quella mano artigliata che di tanto in tanto ti stringe il cuore e ti ricorda che non è vero. La stazione di Milano è un alveare di gente che fugge che corre, di borse piene di documenti e donne in blazer che sfilano al lavoro, di zingari che chiedono soldi, di ragazzi, di turisti, di vecchi, di giovani, un brulicare di vita che mi assorda abituato come sono alla quiete della mia casa in Appennino. Dietro l’ultima colonna prima del grande piazzale li vedo, sono seduti e scherzano, ridono tra loro e aspettano.
Aspettano me.
Hanno occhi grandi i miei figli, quanti sguardi ho visto passare in quegli occhi, di paura davanti all’asilo il primo giorno e di lacrime vedendomi andar via, di allegria davanti all’albero di Natale e di preoccupazione il giorno di un esame. Sguardi di sfida e di indipendenza, gli sguardi dell’adolescenza e poi via via, gli sguardi innamorati della prima cotta, quelli decisi della prima scelta consapevole, quelli tristi delle piccole sconfitte e quelli distratti di uomini in corsa per la vita.
Si voltano e mi vedono e non mi raccapezzo di quello sguardo che vedo nei loro occhi, non ha precedenti, non me lo ricordo, è uno sguardo strano quello che hanno entrambi mentre mi si avvicinano: tenerezza?
Mi commuovo come fanno sempre gli uomini quando si specchiano in figli diventati uomini, loro ridono e mi battono sulle spalle, andiamo a casa di Marco. In cucina dalla borsa, in silenzio, tiro fuori quel vecchio tovagliolo a quadroni rossi e bianchi, lo sciolgo e compare il melograno, lo guardano increduli e mi chiedono se è quello davvero il motivo per cui li ho voluti vedere, gli racconto del melograno di casa e del sogno poi, spacco il frutto in due metà uguali e glielo offro.
Assaporo i lunghi momenti dei due uomini con il muso rosso di succo e con le camicie bianche macchiate di melograno, ridono e si fanno gli scherzi poi mi guardano intensi, restituisco loro lo sguardo e mi sembrano tornati bambini. Penso al melograno e mi scendono due lacrime grasse al pensiero che non darà più frutto e che non potrò più rifarlo, riparto dopo qualche giorno per tornare, i due figli vanno al lavoro ed è tempo di casa.
Ho il cuore sollevato, non ho perso tutto, la stagione degli abbracci non è finita. Entro nel cortile, svolto l’angolo occidentale della casa e il melograno è lì, vivo, di nuovo carico di frutti da cogliere ancora.
Sulla vecchia torre il falco fa larghi giri, mi viene sopra la testa, gira, fa un richiamo e torna alla torre.
Condividi