
di Teri Volini
Il lapsus del presidente della Giunta regionale ligure, Giovanni Toti in merito al Covid-19, riguardo ai “pazienti molto anziani”, definiti “non indispensabili allo sforzo produttivo del Paese”, offre lo spunto per una serie di riflessioni in campo socio – economico – culturale non di poco conto.
Innanzitutto, evidenziamo il bisogno di fuggire dai luoghi comuni, per non scivolare in atteggiamenti e parole distruttive: quelle di cui la becera gaffe del “governatore” Toti è un esempio lampante, sono figlie di una tipologia di pensiero di stampo “patriarcale” – purtroppo prevalente – che misura le persone non per i valori di cui sono portatrici ( per valori, sensibilità, senso di solidarietà, integrità, empatia, responsabilità nella crescita sociale, etc.), ma solo in base alla loro capacità produttiva nel presente.
In questa prospettiva, gli anziani sono i primi ad essere considerati cittadini di serie B, non utili per la “produttività” economica, quasi dei parassiti. Insieme ad essi, i disabili, i malati, i “diversi”, per non parlare delle donne non più giovani, a proposito delle quali la sottrazione d’interesse e di valore inizia ancor prima della vecchiaia vera e propria: in un contesto socio – culturale in cui si vale perché si produce e perché si aderisce ai canoni estetici ed efficienziali sanciti dalla cultura dominante, la donna che, non solo non è più in grado di generare (quasi come ai tempi biblici), ma perde in giovinezza, bellezza e forza fisica, non vale più niente.
I vecchi – e le vecchie, per le quali il termine è percepito socialmente ancor più spregiativo – sono considerati/e delle nullità, invece di essere visti/e come depositari/ie dell’esperienza e dei saperi accumulati nel corso della vita…
Un’utile disambiguazione linguistica
Il fatto è che il termine “produttività” è stato manipolato dalla cultura materiale e utilitaristica, che ne ha deformato completamente il senso: vale la pena ritrovarne uno meno avariato dalle logiche del profitto fine a se stesso e per questo facciamo ricorso al filosofo Eric Fromm: egli parla del carattere produttivo in un’accezione molto più ampia, intendendo con esso “il pieno sviluppo dell’individuo, ciò che costituisce lo scopo dell’evoluzione umana e l’ideale cui tende l’etica umanistica”.
Dunque, la produttività come “capacità dell’essere umano di realizzare le proprie potenzialità, di far uso di ‘poteri’ rispetto ai quali non sia alienato, ma che siano percepiti come un tutt’uno con se stesso, come parte di sé”.
La persona produttiva, in questo senso nobile, non si relaziona al mondo per sfruttare gli altri, per trarne un profitto, ma “per crescere e migliorare se stesso e la società”.

Una gaffe tristemente significativa
La gaffe di Toti – indizio di una scompostezza comunicativa che va oltre l’appartenenza politico – partitica, è radicata profondamente nella società, anche se più astuti cercano di mimetizzarla, almeno nelle parole – rivela impietosamente il decadimento di una società e di una cultura mercantile, dove impera il dio Denaro e i suoi disvalori, in una logica aberrante la cui ovvia conseguenza è la considerazione negativa di quanti non sono funzionali al sistema e ai suoi diktat fondanti: soldi, profitto, tecnologia spinta, competizione …
A questo corrisponde d’altra parte la scarsa considerazione delle attività che non sono materialmente produttive, come l’insegnamento, la filosofia, la cultura in generale e l’arte. Le stesse materie “non produttive” rischiano di essere cancellate dai programmi scolastici, quando sono in realtà quelle più formative, come educazione civica, storia dell’arte, latino, greco, cui aggiungerei come indispensabili ambiente e alimentazione …
I capricci crudeli del virus
Si dice che il virus sia stato feroce nei confronti delle persone in età avanzata: in realtà non si è accanito capricciosamente su di esse, se non accompagnandosi a situazioni patologiche preesistenti, ma su cui – per i decessi – hanno avuto un peso rilevante la debolezza del sistema sanitario, provato dalle tante privazioni e privatizzazioni di questi ultimi anni, la disorganizzazione, errori nella valutazione delle diagnosi e di conseguenza delle terapie mediche, nonché, nelle zone di maggiore mortalità, le infauste situazioni ambientali (inquinamento estremo, biossido di azoto, particolato, polveri sottili, etc.), le vaccinazioni di massa inappropriate, e, nelle tristemente note RSA, la commistione degli anziani ospiti con malati di Covid: non per ultimo, la forzata solitudine e paura senza conforto.
È innegabile che si siano compiute delle scelte di sopravvivenza non privilegiando gli anziani: significativo ciò che è accaduto durante il 1°Corona virus nel Bergamasco. C’è chi anche chi ha scorto nel numero eccessivo di morti – poi inspiegabilmente cremati, senza essere stati sottoposti ad autopsia, indispensabile per rivelare la causa principale dei decessi, la trombo embolia polmonare, ciò che avrebbe potuto salvare migliaia di persone – un sottaciuto sfoltimento della popolazione anziana: quasi un modo per eliminare una parte della società considerata sottrattiva di risorse per le spese mediche e per le pensioni, dimenticando che queste sono il frutto dei contributi versati nel corso dell’attività lavorativa e comunque il giusto modo per andare incontro alle esigenze delle persone in una società civile.