WELCOME BACK, MARAJAZZ

0

ida leonedi IDA LEONE

Quando partono le prime note di Core ‘ngrato chiudo gli occhi e di colpo sono di nuovo una bambina coi codini, seduta a terra sul balcone che affaccia su via Pontenuovo a Foria a Napoli, le gambe penzolanti fra una colonnina di ferro smaltata e l’altra della ringhiera. Il vicolo è caldo e pieno di odori, salsedine, sapone da bucato, smog, pesce fritto e basoli di pietra lavica scaldati dal sole. E una voce canta, proprio quella canzone là, con una inconfondibile intonazione un po’ nasale, molto teatrale.

Indimenticabile. Come indimenticabile, a quanto pare, è stata l’esperienza Marajazz, festival estivo di jazz durato ben diciotto edizioni negli anni 90 e “ucciso da vivo”, ovvero quando era ancora ben sulla cresta dell’onda, dal suo accorto e geniale patron Pino Paciello, capace, come dice lui stesso, “di fare cose complesse curando l’organizzazione in fila di molte cose semplici” (e sembra facile solo a dirsi).

Marajazz torna, dunque: per una “pressione dal basso sui social network” di amici di Pino che lo hanno spronato a riprovarci  (ma il dubbio che la “pressione” sia stata in realtà una geniale operazione di comunicazione non ce lo leva nessuno), o per nostalgia, o per entrambe le cose.

L’assaggio di Marajazz redivivo ha significato una serata di dicembre a Potenza, all’Auditorium del Conservatorio gremito fino all’inverosimile (sedie aggiunte nelle ultime file, nei corridoi, e perfino sul palco) con il piano di Danilo Rea, che ha rivestito di limpide sonorità jazz le canzoni della migliore tradizione napoletana classica d’autore (Carosone, Russo, Di Capua, Modugno, Bovio), e la voce di Peppe Servillo, istrione, macchietta, commovente cantore di amore quasi sempre infelice, mai fermo un attimo sul palco, mai fermo un servillo rea marajazzattimo anche quando non si muove: digrignando le mascelle, tirando i versi fra i denti, allungando il collo come una tartaruga, piegandosi all’improvviso come una marionetta spezzata per ringraziare, sull’ultima nota di ogni canzone. Divertendo il pubblico con esilaranti siparietti fra una canzone e l’altra, per raccontare il contesto di ciascuna; guidandolo a cantare, o battere le mani a ritmo, con dolce autorevolezza; stregando il pubblico con la malìa della grande tradizione partenopea, calda di melodie struggenti, di parole dolcissime e affilate, di autentica poesia in musica.

L’assaggio di Marajazz redivivo è stato vissuto così: ognuno dei presenti ha messo dentro quelle note i propri ricordi personali, pezzi della propria vita; ognuno ha potuto constatare quanto e come quelle note siano parte del nostro DNA di italiani, e italiani del Sud, tanto da poter cantare insieme a Servillo e Rea, stupiti quasi di conoscere le parole e le melodie, pur trattandosi di cose scritte, spesso, cento e più anni fa.

Applausi scroscianti hanno accompagnato ogni canzone: Maruzzella, Uocchie c’arraggiunate, I’ te vurria vasa’, Era de Maggio,  Core ‘ngrato, I’ te voglio bene assaje, Scetate, Addo’ sta Zaza, Tu si’ ‘na cosa grande, Resta cu ‘mme, e decine di altre, senza dimenticare De Andrè de La canzone di Marinella e Bocca di rosa – in apertura – e Celentano di Una carezza in un pugnoStoria d’amore in chiusura. Due bis richiesti a gran voce e la certezza che se Rea e Servillo avessero continuato a suonare e cantare fino alle tre del mattino nessuno, ma proprio nessuno, si sarebbe alzato per andarsene.

Una gran serata di musica, una gran serata di bellezza.
Welcome back, Marajazz.

Condividi

Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

Lascia un Commento