Matera, spettroscopia della memoria

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LUCIO TUFANO

 

Quando dai Sassi veniva, da più punti, il canto dei galli, frammisto al brusio mattiniero di contadini e di animali da aggiogare ai carri per andare al lavoro nei campi, le chiese battevano le prime ore dai campanili emergenti su case e dirupi del Caveoso e del Barisano.

Erano gli anni quaranta e la città emanava da ogni suo angolo un forte odore di fieno, misto, nei rioni contadini, ad un ancestrale sentore di stallatico.

Si intuiva e si intravedeva la città granaria con la sua economia frumentaria, quella voluta dal regime autarchico del Fascismo e della “battaglia del grano”, della quota ’90, delle sementi elette, dei veliti nei clamori delle adunate nella piazza e presso il Consiglio Provinciale delle Corporazioni. Agricoltori e contadini organizzati per le manifestazioni e per le mostre con il fascio littorio, stendardi e bandiere, ornamenti di spighe, dotati di convinta ostentazione ed edotti di tomoli, staie, stoppelli e dei covoni in serbo dalle aie roventi. I forni a fascine per il pane erano numerosi con resse di donne esperte di crescenda e fecozz (focacce), la sapienza del cotto e del crudo, a sfornare decine di pani alti ed odoranti. Quella era la “capitale dei contadini” così definita da Carlo Levi, con i lunghi filari di traini lungo i lati delle rotabili e di stalle e dimore di uomini ed animali nelle vie parallele al corso e nella traversa a salire da Via Lucana. Mi portavano a Matera per le vacanze della scuola elementare, malgrado la calda estate mieteva quella città, ancora paese, dove tanto sapeva di rustico, di frugale, anche se c’erano i palazzi, gli uffici, i negozi, il cinema “Impero” nella piazza e lo stadio sulla strada in direzione di Bari. C’era nel corso “Unica”, la dolceria nazionale …

Nel 1949 proprio a Matera, si svolsero le “Assise del Mezzogiorno”. Rocco Scotellaro apparve come uno dei protagonisti di quel periodo di storia regionale, come il poeta del risveglio lucano. Si svolsero nella durata di tre giornate, dentro la città dei Sassi – scrive Vincenzo De Rosa in “Ricordo di Rocco Scotellaro” (Lucania, n. 1 ott. 1954, ed. Mario Nucci) e vi parteciparono Ezio Taddei, Enzo Santarelli, Michele Parrella, il regista Carlo Lizzani, la scrittrice Fausta Terni Cialende, deputati, sindaci e dirigenti. Fu in quella fase turbinosa che scrisse la poesia “Campagna”, dedicata alla vedova di Giuseppe Novello, il bracciante ucciso a Montescaglioso in una delle manifestazioni per la terra.

Più tardi negli anni ’50 mi sembrò di ritrovarla come l’avevo lasciata; afflitta dalla guerra e dall’eccidio nazifascista, descritto da Carlo Levi in “Le tre ore di Matera”. Vi era ancora quell’affabile e discreto senso di agrario con le solite file di traini per le strade di Picciano e Piccianello, su Via Gattini e nelle periferie.

Ma già c’era la città che palpitava il suo modernismo. Nei pressi della Villa Comunale accanto ad un atrio – portone nel quale vi era l’abitazione di un mio bravo compagno di liceo, Eustachio Loperfido, vi era la dimora, a piano terra, di un noto calzolaio, Mast’Minguccio Taratufolo, affabile conversatore, con la sua brava moglie e i suoi figli, Provetto esperto suole al bagno, di tomaie e semenzelle.

Percorrendo il lungo tratto che mi portava fino in Via Ridola, al liceo Duni, presso il Palazzo Lanfranchi, ove aveva insegnato Giovanni Pascoli, mi sentivo preso da una città in piena rivoluzione per i caffè, i negozi, i viali, i ristoranti, un collegio di ragazze tenuto dalle suore, la piazza con il palazzo della Prefettura, il vecchio cinema “Impero”, con i suoi due ordini di palchi, il Banco di Napoli ed il vecchio convento di Santa Lucia con la chiesa, il modernissimo caffè “La Calamita” e negozi, edicole, lungo il corso, con palazzi, case nuove ed alberghi ….

Ci distoglieva dall’ammirare il panorama dei Sassi affacciati a quelle breve ringhiera accanto al liceo, la solerte campanella che ci sollecitava l’immediato ingresso nelle aule. Sulla soglia, con piglio severo, ci accoglieva un anziano prete, il preside Quinto. Frequentavo il secondo liceo classico in una sezione di maschi, sempre in trepida attesa di essere chiamati a conferire.

Matera – CHIESA RUPESTRE DI S. MARIA DELLA VAGLIA (o Valle)

Nei periodi festivi del Natale e di fine anno, con mio cugino Cesare Manes e con qualche suo amico, frequentavamo, malgrado fossi impegnato con i miei studi, nel corso delle serate, gli ambienti del Circolo Lucano, dove ci si incontrava con il direttore della Camera di Commercio, dott. Felice Casillo, con il conte Gattini, con Lucio Masconi, con altri come Porcari, Orsi, Furlò … Questa la città che mi ridesta ricordi e sentimenti e dove venivo, in quell’anno, ospitato dagli zii. Accanto al Palazzo Lanfranchi, con i balconi sovrastanti via Ridola, vi era la casa dell’amico Ginetto Guerricchio, più tardi riconosciuto come un notevole artista. Al piano terra vi era la farmacia della dott.ssa Lucia Tamburrini. I professori di quell’anno (1950) indelebili nella mia memoria, nelle figure e nei nomi erano: Agata Dragone, di scienze, Giovanni Ancona, di lettere, Attilio Scandiffio, di greco, persona gradevole e gioviale, il solo che si sapeva, fosse di sinistra, Petronella, matematica e Leone, storia e filosofia … tra i compagni di classe vi erano: Rocco Scialpi, figlio dell’allora sindaco comunista di Irsina, Campanaro, Loschiavo, Petrone, Chieco, Baldassarre, Damiani, Cetera … e tra gli amici: Pasquale Blumetti, di Casalnuovo Lucano, Giandomenico Blasucci, il giovane fotografo Rosario Genovese, intelligente e bravo professionista.

Lo incontrai negli anni ’70 a Monaco di Baviera, in occasione della Fiera Mondiale dell’Artigianato, con una buona pattuglia di artigiani/artisti lucani, tra i quali quelli di Matera con il maestro del ferro battuto, Vito Pozzuoli.

Nella città vi erano, in quell’anno, vecchie cantine, lungo i boccaporti della grande voragine dei Sassi, tra scarpate basolate, viottoli scoscesi e scale, archi e trafori che si aprivano al mare di case e casupole, fino alle strade ed alle piazzette a valle, e dove, da studenti squattrinati, si riusciva a mangiare abbondanti spiedini di gnumirriedd. Il ristorante più noto, ubicato quasi di fronte al mercato, era “Il Moro”. Non conoscevo persone più giovani di me, come Nicola Buccico, Raffaello De Ruggieri, Vincenzo Viti, Raffaele Giuralongo, Michele Cascino …

Eppure era quella la stagione del più vigente Levismo. Carlo Levi era di casa, frequentato da pittori ed intellettuali. Erano fervide e vivaci le iniziative politiche e sindacali; era ancora attuale il tema dell’occupazione delle terre e si parlava di riforma agraria, con l’on. Michele Bianco, il presidente Michele Guanti, il giovane Domenico Notarangelo, puntuale ed attivo giornalista, Giannace di Pisticci (Marcora), Peppino Pace, il polemico e sarcastico Leonardo Sacco, amico di Adriano Olivetti, impegnato con “Comunità” e, mi pare, già alle prese con il suo giornale “Basilicata”, il giovane militante comunista, Angelo Ziccardi, preso dalla questione della terra ai contadini. Era appena uscito “Cronache dei tempi lunghi”.

Durante gli anni ’50 e per gli anni ’60, la città appariva in piena effervescenza culturale. Giovani intellettuali ed artisti ci contattavano spesso. Vi erano incontri con Nicola Filazzola, Franco Palumbo, Ginetto Guerricchio, Ugo Annona, con la partecipazione del nostro Vito Riviello, Michele Parrella ed altri …

Ci si incontrava con Piergiorgio Corazza, con Amerigo Restucci, e noti erano Marcello Fabbri, mi pare, Vincenzo Baldoni ed il fotografo Mario Cresci, Pancrazio Toscano di Tricarico …

Nel 1953, invece, si erano già svuotate le case dei Sassi, grazie all’intervento del Presidente De Gasperi e del nostro Emilio Colombo, e si deve alla solerzia e sensibilità culturale dell’ing. Adriano Olivetti che ne predispose la realizzazione. Fra l’altro con i fondi dell’Unra Casas, promosse la costituzione del borgo “La Martella”, capace di ospitare un rilevante numero di famiglie.

Anche in quegli anni vi erano contadini che, con abiti scuri e cappelli di feltro neri, indugiavano sulla piazza, o si raccoglievano nei comizi.

Ma la città annoverava i nuovi enti, i nuovi uffici, i negozi ed i caffè, trattorie e ristoranti ed un discreto numero di pastifici, come quelli di “Quinto & Manfredi”, di Andrisani, di Padula, la cui pasta varcò le frontiere; gli spaghetti in confezioni fornivano i migliori piatti del grande ristorante di Parigi, il famoso “Chez Maxim”. Questo senza omettere i molini ad alta macinazione. Vi arrivavano turisti, registi per girare i loro film, in una scenografia unica al mondo, degna di drammi sacri come quelli di Pasolini e poi di Gibson, agenti di affari, giornalisti e scrittori. I Sassi avevano una loro scenografia da vecchio Testamento.

Il traffico delle automobili era notevole. Erano in voga i “Leoncini” e gli autocarri della “OM” di Tommaso Ponte e si presentavano nuovi modelli di utilitarie presso le concessionarie; numerose le officine meccaniche ed i distributori di carburante. Si era nel vivo della politica e, per la Democrazia Cristiana, i Tantalo ed il giovane Vincenzo Viti, con altri giovani erano quelli che si distinguevanoproprio quando sembrava che gli intellettuali gravitassero attorno al PCI. Viti era il giovane che con quel suo modo di eloquiare, sommesso e quasi ansimante, svelto di fiato e di parola, negli interventi in pubblico e negli articoli sulla Gazzetta del Mezzogiorno, più di altri si muoveva in un ambiente dalla forte mitizzazione Leviana, e più di altri, vicina ad Emilio Colombo.

In quegli la DC non sentiva l’esigenza di produrre cultura, vigeva la convinzione che i partiti non dovessero essere club di intellettuali, forse proprio in antitesi al culto ed alla predilezione per gli intellettuali di matrice marxista. Come partito interclassista e per il quale il pluralismo diventava uno dei valori costitutivi, svolgeva attività e compiti diversi: negli anni ’50 fu crociana, con molte punte di filo clericalismo, negli anni ’60 fu pervasa di storicismo e di pseudo sinistrismo, negli anni ’70 si imbeveva di «prassi» e di apertura al PCI al punto di ratificare, in Regione le larghe intese per poi operare il connubio “cattocomunista”, fino all’attuale PD.

Ho incontrato Vincenzo Viti molto più tardi, negli anni ’70, quando si istituì la Regione, da assessore alle Attività Produttive e poi, da deputato, come amico nelle grandiose esperienze di “Città Domani”, di cui fui uno degli editorialisti con Patrizio Sicolo, Nuccia Nicoletti, Giovanni Scandiffio, Franco Martina, Emilio Salierno, don Basilio (da Potenza collaboravano Michele Traficante e Pasquale Tucciariello) con la IEM di Piero Viti …

In verità, mi pare, che tra i giovani DC di Matera, Vincenzo Viti fosse il più pronto a cogliere ed a valorizzare in attività politica ciò che in quegli anni e nella città si muoveva, senza mai cadere nel piatto conformismo e nella scarsa creatività. La tensione laica ed intellettuale con cui Viti svolse il suo ruolo politico, recitando, la sua parte nel teatro regionale, ancor prima della sua esperienza parlamentare. Lo rendeva protagonista ed originale interprete del “doroteismo Colombiano”, tanto da rivelarsi tra i navigatori più solerti, sin da quando navigava l’incrociatore DC.

Ecco che in una tale approssimata rassegna condotta sull’onda dei ricordi personali, riemergono nomi e figure che in quegli anni ’70 hanno costituito e rappresentato la linfa politica della città.

Vi è l’ex sindaco Saverio Acito che gestì la città con efficacia energia politica e culturale, al quale si devono riconoscere la rappresentanza di una conduzione urbana più moderna delle precedenti, conducendo una operazione di restauro nel centro storico non imposta dall’alto o dai tecnici, ottenendo la riscoperta della città, l’attuazione del Piano Regolatore Generale (Piccinato), la riprogettazione delle piazze più importanti, l’avvio dell’azione di recupero del comparto “Sassi” (Legge 771 del 1986), “opera pubblica, non come spreco, bensì per nuove occasioni di imprenditoria e di lavoro nel migliorare l’aspetto e le funzioni della città”. Ad Acito si devono le prime dichiarazioni sulla dissoluzione del Levismo che: «ha costituito linfa vitale per le demagogie politiche e per le politiche assistenziali del “cosiddetto meridionalismo”. Oggi una tale “finzione” storica non può avere più alcuna prospettiva di futuro. Con la “sinistra” al governo il vecchio retaggio del lamento meridionale non ha più ragione di essere».

Verso gli anni ’80 e ’90, si sono succeduti ingegni ed intelletti, notevoli energie come Michele Cascino, socialista, con il suo accorto modo di produrre dialettiche innovative e riformiste, con gli amici Pontrandolfi ed Agostiano, studiosi e storici come Giuralongo, la forte, assennata inquisitoria di Nicola Buccico, le sue arringhe e le sue filippiche nell’agone forense e nel Consiglio Regionale, come politico; l’etica letteraria, erudita ed intellettuale di Raffaello De Ruggieri, presidente di Zetema. La corrosiva, sarcastica intellettualità del grande giornalista Leonardo Sacco, la personalità del prof. Nicola Strammiello, le arringhe compiaciute di Danzi, la fattiva ed intelligente scaltrezza imprenditoriale moderna di Angelo Tosto, la sua TRM, ed anche come presidente della Camera di Commercio; la scrupolosa equidistanza di Minieri, anche sindaco della città, dopo la presidenza del Consiglio Regionale, la disponibile acquiescenza di Visceglia (social democratico), la profonda cultura filosofica e politica di Gaetano Michetti, uno degli esponenti non dorotei, e come espressione più avanzata della laicità democristiana, presidente della Regione Basilicata. Infine “la laboriosa presenza” del prof. Giovanni Caserta, che ho conosciuto da consigliere regionale, ottimo e bravo scrittore, storico della letteratura lucana, già insegnante al liceo classico e storico della città, intellettuale e politico, persona amabile e garbata. Tanti, tanti altri uomini ai quali la città di Matera deve riconoscenza e rispetto. Non è quindi cultura archeologica e turistica, quella di Matera, bensì cultura di spiriti, di azioni, di lotte, di emancipazione e progresso.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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