MENTRE LE FERITE BRUCIANO…

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ANNA MARIA SCARNATO

DI ANNA MARIA SCARNATO

10 luglio, ore 9,56, il sole che in questi giorni splendeva solitario in un cielo azzurro, è in compagnia di grandi nuvole di un bianco che non spicca tra le grigie sfumature. Ad un tratto illumina meno. I suoi raggi ostacolati dalla sovrapposizione di queste compagne in transito veloce, queste masse di vapore gassoso. E il gioco tra oscurità, che richiama ad una improvvisa eclissi, e la luce, si ripete repentinamente. Per diverse volte in pochi istanti. Mi fermo dalle incombenze quotidiane, attirata dal fenomeno. Realizzo l’immagine di un cielo, di questo universo immenso e misterioso che partecipa allo sconcerto, ai dubbi, ai pensieri che si rincorrono annullandosi l’un l’altro in ricostruzioni del giorno dopo. Sì, il giorno dopo la devastazione operata da numerosi incendi che hanno decimato secolari pinete e bruciato diversi stabilimenti balneari, che hanno lambito residenze turistiche, spaventato persone messe in fuga da un accadimento minaccioso. Il cielo, oggi, veste gli stessi colori delle emozioni terrene legate alle immagini fissate che l’accaduto ci rimanda.  Ed oggi luce ed ombra su un paesaggio che piange. Il grigio del fumo che ancora fuoriesce dalle ferite a morte delle membra di arbusti che hanno visto l’impegno di uomini, Nardino, Pinuccio, Massimiliano, Dino, Giuseppe e Massimo ed altri, tutti intenti ad offrire amenità e servizi di ristoro agli ospiti, convenuti ad annullare nella serenità di una vacanza le fatiche della vita quotidiana, è l’estremo pianto di vite, perché gli alberi sono vivi, che avrebbero voluto continuare ad essere lì, come le persone. Il sole, che occhieggia tra i rami risparmiati dalle fiamme, è comunque, messaggio che la vita dell’uomo, scoraggiato e deluso, confuso e disperato, è speranza in un nuovo inizio, in una ricostruzione. E la vita dell’uomo stesso che si dibatte da sempre tra il sole e le nubi, tra gioie e dolore, tra entusiasmo e abbattimento. Giornate radiose e fumose si alternano, è il tempo che scorre tra lucidità, razionalità e astrusità e accaduti criptici. Il giorno dopo è il resoconto dei danni, è la pausa che ti fa guardare le ferite, braccia impotenti cadute lungo i fianchi, è il tempo di un riavvolgimento di immagini sparse che ritornano a farsi vive, come ferite che bruciano. Parole di condanna, dovesse confermarsi la dolosità, per chi ha compiuto un insano gesto, un’azione che cade sotto la proibizione divina prima ancora che diventi oggetto di biasimo di uomini che vivono la terra, apprezzano le sue bellezze e stigmatizzano le violenze sociali.  il giorno dopo…… Il fuoco spento tenta di riprendere fiato, non ancora deciso a vivere ancora o morire, sussurrato dal vento.

La ricostruzione delle Tavole Palatine a Metaponto a cura del builder Tonino Lane entra a far parte del progetto Lucania, Terra Piena,

L’uomo della bellissima costa di Metaponto oltraggiata attende che esso risparmi ciò che è rimasto. Guarda il cielo, implora con le forze rimaste che Metaponto non muoia, che il suo lavoro, i sacrifici anche economici per investire in strutture che rispettassero i dettami legislativi previsti per gli insediamenti turistici, non finiscano bruciati. E rammenta la cura e l’attenzione per ricostruire l’arenile del suo lido che ogni anno ha ceduto la sabbia al mare, limitando lo spazio per piantare gli ombrelloni, e senza violentare la costa, cercando di andare avanti con sacrifici, per creare uno sviluppo durevole e sostenibile. Ed ora, tra mareggiate e azioni umane distruttive, si trova a guardare quello che teme possa essere l’ultimo respiro di tronchi di pino, di legno usato per la fabbricazione di strutture di ristoro, e a chiedersi il perché di tanto scempio. Non era già morta forse Metaponto? Non la ritenevano morta gli operatori turistici per la mancanza di investimenti pubblici a sostegno delle criticità costiere, per le assenti infrastrutture, per la scarsa competitività e la mancanza di politiche di rinnovamento, negli incontri infiniti tenuti con le istituzioni varie che in periodi elettorali visitavano solo i locali delle conferenze, rivolgendo sì o no uno sguardo al mare, alla costa e ai suoi problemi? Un luogo di mare conosciuto nel mondo per la storia magno-greca e gli uomini che vi approdarono, la macchia mediterranea, emblema della nostra identità, più di una bandiera blu da esibire, il lavoro di braccia abbrunite che non ci sono più e che chiedevano ai figli di aver fede e coraggio nell’impegno quotidiano che prima o poi avrebbe ripagato il sudore copioso, questa eredità, questa ricchezza non meritava un tale epilogo. Non servono tanto i ringraziamenti, già espressi a fuoco ancora non domato, al momento di questa scrittura, lodi a chi ha rischiato la vita, volontari, addetti allo spegnimento, forze dell’ordine, sanitari, poiché essi stessi non vogliono medaglie, non si ritengono eroi, poiché riconoscono il loro servizio, il salvamento umano e ambientale, un dovere. La loro abnegazione non ha bisogno di parole che possono volare via insieme al fumo di agonie che lasciano ferite, se non seguono i fatti, se non c’è la prevenzione, sinonimo di cura e attenzione. Basta con il formalismo a cose compiute, non basta esprimere afflizione, condivisione di un dolore per la morte di qualcuno o di qualcosa che ha rappresentato per altri una intera vita di affetti, lavoro, legami con la terra d’origine, se non ci si è adoperati per una lettura dei bisogni di un territorio come richiesto e come era evidente. Salvo fatto che un incendio doloso non sia prevedibile e mai dovrebbe essere strumentalizzato per motivi vari incolpando precisi organi pubblici di pianificazione territoriale, ma la salvaguardia ambientale e la sicurezza delle persone è un dovere in capo ai gestori della cosa pubblica e merita per tanto la massima attenzione e la conoscenza delle fragilità territoriali, di quelle che possono costituire un pericolo in casi come l’avvenuto. Ma è così difficile avere contezza, conoscenza delle aree geografiche attinenti al proprio comune e le loro caratteristiche? I servizi da predisporre per l’accoglienza turistica, per il soggiorno, non richiedono forse che venga riconosciuto come diritto, la predisposizione in tempo utile della guardia medica permanente, dare attenzione alla pulizia di sterpaglie che “campeggiano” indisturbate perfino nelle zone limitrofe al lungomare,  la predisposizione di segnaletica informativa, di aree di parcheggio non abusive, servizi igienici degni di un luogo di importanza storica o decidere di ritornare agli usi dell’antica Grecia, quando  i bisogni si facevano all’aperto e solo in tempo tardo nei vasi da notte?  E adesso che il fuoco ha bruciato tanto, è chiaro che si mettono a nudo altri malumori, tante mancanze che bruciavano dentro e che con rabbia oggi i video e le parole esprimono. La gente è stanca di busti ingombranti, di personalità pubbliche che accorrono per le esequie di un turismo di villaggio messo ulteriormente alla prova, di notizie, vere a metà evidentemente, in merito ad un servizio di accoglienza comunale degli sfollati se invero il tg3 Basilicata ha intervistato diversi turisti che nessuno ha contattato e che hanno trascorso la notte nella chiesa di Metaponto. Le promesse di aiuti, pronti a sostenere le perdite, non siano frutto di circostanza, come già accaduto, e le condizioni di Metaponto, critiche da tempo, lo dimostrano. L’opera di riparazione a tanta trascuratezza verso la valorizzazione delle risorse culturali e ambientali di questa terra, lasciata perire per incuria prima del fuoco stesso, avvenga veramente e non solo cosa annunciata “in odore di fumo”.

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