OLTRE IL LEVISMO

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lucio-tufanoLUCIO TUFANO

 

Vi furono quelli che testardamente spostarono l’identità della regione ai canoni ed alle condizioni meno indicate per esprimere una Basilicata in marcia, più ricca di vicende e di repertori culturali. Questo perché una facile rendita li ha agevolati nel ripercorrere, con l’aiuto della demagogia, un passato infamante e sfruttato come lamento e come denuncia.
Fu la fine del latifondo ad animare un’era della cultura meridionale e lucana per opera di Carlo Levi e Rocco Scotellaro, quasi in corrispondenza – si sostenne da parte dei socialcomunisti di allora – alle lotte della resistenza al nord.
20120412222549_20120409215710_cronache%20sito_210_320La sconfitta del latifondo costituì una spinta fondamentale alla rivendicazione globale non solo per la riforma agraria ma per mitigare l’asprezza dei rapporti agrari, nel processo di emancipazione del mondo contadino. Si parlò nei dibattiti, nelle manifestazioni, nelle conferenze, nelle varie edizioni di libri, riviste e giornali, di “civiltà contadina”, contro ogni politica di industrializzazione assistita e contro ogni forma di clientelismo e di profitto. “Se è chiaro che Cristo si è fermato a Eboli appartiene – scriveva, in Cronache Meridionali del settembre 1954, Mario Alicata[1] – senza dubbio alcuno alla tradizione «meridionalista» ed anzi si riallaccia alle sue correnti più progressiste … è anche vero che tutta l’opera di Levi è profondamente contraddittoria. “Se … hanno da un lato gran posto la denuncia della miseria in cui versano le nostre campagne, lo sfruttamento al quale i contadini sono sottoposti, le ingiustizie e le violenze attraverso le quali lo Stato borghese «mantiene» il Mezzogiorno, la critica di un’amministrazione corrotta; e poi l’odio istintivo dei contadini contro lo Stato fascista e contro i rappresentanti locali (i signori, il podestà, il prete, etc.), la cui insofferenza verso un sistema fiscale che li dissangua e verso una pratica burocratica che li avviluppa in una rete inestricabile di carta bollata; dall’altra parte c’è l’enunciazione di una serie di tesi senza consistenza teorica, nelle quali si rivela chiaramente come sia estraneo al Levi ogni proposito di spiegare storicisticamente le ragioni dell’inferiorità sociale del Mezzogiorno e quindi individuare le forze storiche che, oggi, possono spingere a soluzione la questione meridionale, e le vie per le quali ciò potrà avvenire … tutto nel Levi si riduce, invece, ad una spiegazione metafisica, misticheggiante, alla ipostatizzazione della «entità» campagna e della «entità» città: «Siamo anzitutto – aveva scritto infatti Levi – di fronte al coesistere di due civiltà diverse, nessuna delle quali è in grado di assimilare l’altra. Campagna e città, civiltà precristiana e civiltà non più cristiana stanno di fronte; e finché la seconda continuerà ad imporre alla prima la sua teocrazia statale, il dissidio continuerà». In questo Alicata scorgeva una notevole confusione; giacché come espressione della «civiltà contadina», infatti, non solo il liberalismo ed il fascismo, ma anche il socialismo sarebbe risultato affetto di una «teocrazia statale» e dunque, come lo Stato liberale e quello fascista, neppure lo stato socialista avrebbe potuto risolvere il problema delle campagne, il problema del Mezzogiorno”.
Il processo di industrializzazione sconfisse la campagna, creò lo squilibrio sociale ed economico e provocò la fuga, l’immigrazione in massa nei comparti urbani dell’edilizia e nelle fabbriche nel Nord Italia ed in Europa.
La “questione meridionale” infarcita di rivendicazione nazionale e di questo Levismo permeò il tessuto dialettico di partiti e sindacati, dando luogo ad un “meridionalismo” eccessivamente ostentato che teorizzava dovunque lo sviluppo diffuso e la continua erogazione di risorse finanziarie con gli interventi straordinari ed ordinari della Cassa per il Mezzogiorno.
MANLIO ROSSI DORIA

MANLIO ROSSI DORIA

Il riscatto del mondo contadino divenne il tema fondamentale che, dalle tensioni e lotte sociali nelle campagne, occupò le opere e l’impegno degli intellettuali degli anni ’50, opere ed impegno della cultura militante e che vide i Guttuso, i Treccani, i Rossi Doria, i De Martino, gli osservatori stranieri, i giovani pittori e poeti lucani a teorizzare una dimensione nazionale della questione meridionale.
Si crearono così, grazie alla vastissima eco del libro ed a tutto il dibattito susseguente, specie per le pubblicazioni del poeta di Tricarico, Rocco Scotellaro, per quelle di Carlo Muscetta, di De Martino con “Sud e magia”, di Rossi Doria e di tantissimi altri, mode e rendite culturali inestinguibili ed insopprimibili che da quegli anni a tutt’oggi costituiscono la tematica, sul piano antropologico e sociale, del “neorealismo” nella poesia, nella pittura nella letteratura e nel cinematografo, anche una sorta di finzione onnipresente, praticata fino all’ossesso, assorbente ed imprescindibile, del “repetita non juvant”, di fossa comune della cultura regionale con la “falsa coscienza” di chi si ostina ancora ad adottare vecchie formule e ripercorrere vecchi tracciati della letteratura e dell’arte con la baldanza di conservare a tutti i costi la leadership culturale della regione, nella convinzione di ottenere sempre il compiacimento di quelle forze politiche e di quelle ideologie che – nonostante la polemica di Alicata – di tali temi si erano rimpinguate, e che li avevano nel contempo enfatizzati al massimo grado.
In verità sin dalla fine degli anni ’60 e ’70, la scomparsa dei rapporti pre-capitalistici nelle campagne, il progresso tecnologico, il tipo di sviluppo industriale in funzione dell’esportazione di prodotti, la organizzazione del lavoro e le realizzazioni della Comunità Europea definitivamente fluidificarono le antiche contraddizioni e le vecchie problematiche.
La moltiplicazione di sempre più vaste aree dedicate al pubblico impiego, di giovani coinvolti nell’inflazione dei titoli di studio, la sperimentata possibilità di reddito nel terziario, l’intervento del capitalismo di Stato immediato o mediato con notevoli erogazioni finanziarie da parte degli istituti di credito o comunque operanti nel Mezzogiorno, l’Isveimer, l’Artigiancassa, gli enti di formazione ed i centri di studi, i vari laboratori di interesse culturale e di ricerca storico-economica, l’immensa mole di opere pubbliche e di quelle private, tutta la massa finanziaria derivata dalle leggi di ogni ricostruzione e sviluppo, la quantità di pensioni di anzianità a tutte le categorie dei lavoratori, di quelli autonomi e di quelli dipendenti, il consistente stipendio ai politici (consiglieri regionali, deputati, parlamentari nazionale ed europei, con relative pensioni, l’allargamento della spesa pubblica per la miriade di enti inutili, ivi compreso gli esuberi del personale, avevano finito con il creare l’era del benessere più diffuso. Si sono avuti infine tutti quegli “equivoci” provvedimenti amministrativi che Alicata paventava fossero emanati senza approfondire in quale direzione sarebbero andati e quali forze, all’interno della complessa società meridionale, avrebbero infine favorito.
Da ciò è derivata la mancanza di autonomia economica e politica, la collusione e l’identificazione col “potere” e la sudditanza conformista alle maggioranze politiche, oltre alla formazione di una classe di tecnocrati, programmatori, tecnici, la patologia della collocazione da lavoro, quella del “posto”, la pratica burocratica e del carrierismo, il sottogoverno ed il faccendierismo … l’opportunismo politico e culturale più violento e spregiudicato.
Ma questo già comportava, agli inizi degli anni ’70, uno sfogo da parte del PCI di Potenza in un documento della Commissione Culturale regionale, “questo ceto di tecnocrati si presenta con il volto della levigata competenza tecnica, del discorso efficientistico, della programmazione, trovando riscontro, a livello sociale, in un ceto di piccoli borghesi degli impieghi e delle professioni, insofferenze per le ristrettezze del potere costituito, talora polemico con la corruzione ed il clientelismo delle classi dominanti”.
Sin da allora il fenomeno della disoccupazione intellettuale, giovanile e di massa premeva alle porte dei partiti e delle istituzioni e custodiva la preoccupazione dei politici …
Molte contraddizioni sono tuttora collegate alla follia consumista, all’immensa e prorompente offerta di beni, al comfort ampiamente diffuso, alle supervendite di prodotti spinte dalla martellante pubblicità e vastità di apparecchiature, elettrodomestici, congegni elettronici della telematica, alla variegata produzione tecnologica, alla vastissima gamma di autovetture ed infine alla telefonia mobile.
Tali contraddizioni si identificano globalmente con il progresso di questi ultimi decenni che si oppongono in maniera stridente agli anni del Levismo e del lungo dopoguerra, ed a quelli oscuri che oramai li precedono, anche se siamo ancora oggi afflitti da mali tradizionali. I problemi da risolvere sono di altra natura rispetto agli anni del dopoguerra, e chi si appella o cita ancora Levi o Scotellaro, ivi compreso qualche pelandrone di inviato speciale che, quando scrive della Basilicata, lo fa con il solito compatimento patetico, in evidente malafede o perché disinformato, poco intelligente e pedissequo ripetitore di luoghi comuni, o qualche intellettualicchio nostrano che, convinto di rendere un gradito servigio alla sinistra, si sottopone a sforzi inauditi per rivelare la sacralità e l’invulnerabilità di Levi, non capendo neppure la distinzione che vi è tra Levi ed il “levismo”.mostra_scotellaro_clip_image059
È da sottolineare ancora come tutto ciò che dalle veglie funebri ostentate dai socialisti, in profondo contrasto con l’esempio e la militanza del poeta di Tricarico, ai convegni spesi per gli annosi anniversari del riscatto contadino, alle mostre ed ai fasti della questione meridionale e del confino di Levi, i libri e le poesie, il crogiolarsi dentro la tinozza di quei vecchi panni, risente di pedissequa retorica e di ipocrisia, non utili acché la Basilicata possa compiere ulteriori passi in avanti.
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Come ad Abramo, uomo saggio e puro, Yahvé confidò la grande missione di preparare il popolo d’Israele all’esodo … tant’è che i salmi, i cantici esprimono l’amore di quel popolo nella tradizione ed i propri usi, l’odio verso i nemici e contro il potere, l’anelito alla terra promessa ed alla libertà, l’attesa dell’avvento, così a Carlo Levi, pur individuando nella cultura contadina un grandioso patrimonio di tradizioni, linguaggio, riti e simboli, magie e credenze, con la strategia e la convinzione messianica, propria della sua congeniale formazione. Perfino il titolo del libro, “Cristo si è fermato a Eboli” è tratto dal vasto archivio delle sue radici culturali e religiose. Da ebreo forse, Levi avrebbe usato il nome di Cristo nel voler meglio rappresentare quale fosse in realtà il disagio inverosimile di quella parte della Basilicata dove ancora nessun soffio di civiltà s’era mai verificato, alcuna luce di civiltà era accesa, alcun aspetto o sintomo della modernità, né il progresso, né le innovazioni tecnologiche o le scoperte scientifiche, né gli ultimi rimedi della medicina si erano spinti ad Aliano, e quindi, allude al Cristo-antiscristo illuminista, al Satana carducciano del progresso globale; ma anche per meglio spiegare che lì Cristo non era mai arrivato giacché v’erano il regno del male, le plaghe dell’inferno, gli ambienti dell’aria corrotta, gli abituri del diavolo, i meandri dell’oscurantismo, le credenze e la magia nera, le superstizioni e la stravaganza, la sofferenza fisica e morale, l’ignoranza, il culto della morte. Non è da qui che si rileva una delle più stridenti contraddizioni dello scrittore, quando lui parla di “civiltà contadina”?

[1] Mario Alicata «Il meridionalismo non si è fermato a Eboli», in Cronache meridionali, a. I, n. 9, sett. 1954.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

[1] Mario Alicata «Il meridionalismo non si è fermato a Eboli», in Cronache meridionali, a. I, n. 9, sett. 1954.

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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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