Avevo preso l’abitudine di andare in ufficio a piedi, quell’inverno. E quella mattina c’era un bel sole, ero quasi arrivata, ero moderatamente felice. Quando mi squillò il cellulare e vidi che era il mio amico e sodale Giuseppe, risposi sicura volesse prendermi in giro, come faceva – e fa – spesso.
Invece, non riusciva a parlare. Quando in un soffio riuscí a dire “Cecilia” mi ci volle poco a capire cosa era accaduto. La nostra prima capa alla Regione, la nostra amica, la funzionaria della pubblica amministrazione geniale e competente che avevamo imparato a rispettare ed amare, non c’era piú. Sapevo che stava male, ma non credevo stesse così male. Di quel giorno ho ricordi confusi, molte lacrime, tanti abbracci. Noi, i “figli” di Cecilia, i tanti giovani funzionari regionali cui aveva insegnato tutto. Perché era brava, Cecilia Salvia. Un’avvocata esperta di diritto amministrativo, sempre capace di trovare soluzioni procedurali eleganti e ineccepibili, originali, per non far dormire le carte sui tavoli e nei cassetti, per risolvere problemi.
E poi era divertente lavorare con Cecilia, era appassionante, perchè la seconda parola chiave della sua esistenza, dopo competenza, era leggerezza. Una leggerezza che non era mai banalitá. Un sorriso c’era sempre, c’era sempre una battuta, soprattutto quando serviva a stemperare climi cupi e tensioni da fatica. Una ironia onnipresente e affilata, che non diventava mai sarcasmo: leggera, appunto, una spezia leggera e profumata che condiva le sue battute, le sue esilaranti irresistibili imitazioni, i soprannomi che assegnava un po’ a tutti. Anche quando si arrabbiava, ed accadeva, la procedura prevedeva che urlasse, sbattesse la porta, poi la riaprisse furiosamente per chiedere scusa di averla sbattuta, e poi la risbattesse. Una pantomima calibrata cui avevamo finito col fare l’abitudine.
Ancora gira per la cittá la sua macchina, una decapottabile sportiva verde bottiglia, e mi si ferma il cuore ogni volta che la incrocio. Mi aspetto di vederla – minuta, elegante, col suo chiodo di pelle marrone, allungare un braccio per salutarmi. Ancora ho il suo numero di cellulare in memoria, e non riesco a cancellarlo.
In quei lunghi mesi di lavoro insieme avevo attraversato un momento difficile. Cecilia lo aveva capito, senza fare nemmeno una domanda, e per settimane mi aveva messo ogni giorno un bacio Perugina sulla tastiera del computer. Un gesto di affetto, di sorellanza. Perché fra le tante sue passioni ed impegni professionali c’era la difesa dei diritti delle donne, che perseguiva con attenzione, con competenza (ancora una volta), con idee originali, mettendo a frutto la sua sterminata rete di contatti. Sua l’idea di bandi pubblici per l’assegnazione di voucher per conciliare tempi di vita e di lavoro, e per le imprese, per la creazione di asili nido aziendali. Sua l’idea della Short List Cultura, risorse assegnate alle aziende creative della Basilicata per formare profili professionali dello spettacolo e della cultura: una iniziativa pubblica “madre” del progetto Visioni Urbane, e “nonna” di Matera Capitale Europea della Cultura per il 2019. Quando il gruppo gestore di uno dei 5 centri per la creativitá nati dal progetto Visioni Urbane decise di chiamare quel luogo “il Cecilia”, a Tito, a tutti sembrò naturale, e io mi misi a piangere.
Semi, affondati nella terra. Abbiamo dissodato, concimato, innaffiato, protetto dal sole e dalla tempesta, e qualcosa, alla fine, é fiorito. Hai visto, Cecilia? Non ci siamo fatti fregare, come ci avevi raccomandato l’ultima volta che ci siamo visti. Speriamo tu sia sia felice, lí dove sei. Buon viaggio, e ricordati di noi.
