PAESI LUCANI, PAESI LONTANI

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Dott.ssa Margherita Marzario

 

 

C’erano una volta…

Figli numerosi e rumorosi.

Familiari vicini e lontani.

Festicciole improvvisate e condivise con i vicini di casa.

Fuoco (“focagna”) sempre acceso attorno a cui ci si ritrovava tra generazioni.

Fumo che impregnava ogni cosa e di cui nessuno si lamentava.

Foglie secche delle pannocchie nei materassi.

Finestre strette o inesistenti perché l’unica apertura era la porta d’ingresso (quasi in maniera simbolica per rappresentare l’intimità della casa e della famiglia), che si chiudeva (“inserrata”) agli altri solo di sera.

Foro quadrato, nella porta o nel muro, per il gatto.

Feritoie nei muri per mettere aste a cui si appendevano salsicce, serti di pomodori gialli, mazzetti di origano e altro.

Fondo di casa occupato dagli animali domestici salvaguardati dall’esterno o dal freddo perché fonte di lavoro e ricchezza per la famiglia.

Fascine sull’asinello o sulla testa delle donne al ritorno dalla campagna e aggrappate alla coda dell’asinello.

Frumento da schiacciare nel mulino del paese e farina nella madia in cui talvolta s’insinuavano topolini.

Frugali pasti ma in cui ci si stringeva tutti intorno alla stessa mensa in religioso silenzio (per il rispetto del cibo ritenuto quasi sacro o per la stanchezza o per il timore reverenziale del capofamiglia) o bastava poco per renderli momenti festosi seppur non fastosi, come il friggere la carne di maiale tagliata a punta di coltello per provarne la sapidità e mangiarla a turno dalla stessa padella quando tutti insieme, grandi e piccoli, si “faceva” la salsiccia in casa.

Fichi secchi come dolcetti e fave abbrustolite come frutta secca.

Frustino o altro con cui educare.

Fetore della stalla fatto respirare contro le malattie respiratorie.

Fischietti fatti con le canne di palude o altri giocattoli rudimentali.

Fermezza nei principi e fierezza nell’atteggiamento.

Fidanzamenti combinati o di nascosto e fidanzati imbarazzati guardati a vista o seguiti da un terzo incomodo.

Fessure nei grembiuli, nei calzettoni e nei pantaloni rammendati fino all’inverosimile.

Femminilità castigata sotto gonnelloni, grembiuli e toppe.

Fini ricami nel corredo che le ragazze preparavano sin da fanciulle, solo perché nate di sesso femminile, e cui si dovevano dedicare anche durante le chiacchierate tra amiche.

C’era una volta la famiglia, con le sue fatiche e le sue fustigazioni, che si amava o si avversava, ma almeno c’era!

Paese:

in casa c’erano funi appese ad un chiodo per ogni evenienza;

fruscii di topi e fastidiosi parassiti tra le pareti domestiche;

fili di lana colorata nei quadrati fatti all’uncinetto per le coperte (anticipando il patchwork);

frutti di cui si è perso il sapore e la biodiversità;

fionde con cui giocavano i bambini;

fischiettanti muratori su impalcature o tetti, lontani dalle norme di sicurezza di oggi, e con in testa i cappelli fatti con la carta dei sacchetti di cemento;

fronti aggrottate e rugose prima del tempo in volti senza tempo perché dovevano lottare contro ogni contrattempo;

folle nelle piazze e frotte di bambini nelle strade;

falsità personali e finzioni interpersonali quasi inesistenti perché quasi tutti, per vivere, stringevano i denti;

forme grandi di pane e formati pochi di pasta fatta a mano, tra cui quella con i ferri;

ferite medicate con lo “sparatrappo” (altro che cerotti indolori!);

funerali partecipati (sin dal suono della campana a morto che portava tutti a chiedersi chi fosse morto) e con la banda musicale al seguito;

fresco ovetto al mattino bevuto direttamente dal guscio bucato alle estremità o addirittura sottratto di nascosto pur di mangiare in un periodo in cui era tutto razionato;

forme di pecorino messe a stagionare sollevate (o ad arieggiare dalle finestrelle protette da retine a mo’ di zanzariere) e formaggio con i vermi, gradito ai contadini e che impressionava i bambini;

finestrelle che venivano aperte o allargate senza progetto e senza richiesta di autorizzazioni;

frasche raccolte dappertutto, anche i sarmenti in mezzo alle vigne;

file alla fontana e anche discussioni furibonde per chi non rispettava il turno;

fornetti in mattoni cotti, fuori dalle cantine o dalle casupole di campagna, e forni pubblici dove si portava il pane preparato in casa una volta alla settimana;

fagioli (in particolare quelli “occhipinti”) e altri legumi conservati con spicchi d’aglio in bottiglie sui cornicioni o tavoloni lungo le pareti;

frange all’uncinetto ai copriletti e agli altri capi importanti del corredo;

furti di galline che, la sera, venivano contate e contese dai proprietari;

fili di ferro o di cordicelle su crucce (diventate, poi, grucce) per stendere il bucato “lindo e pinto” in acqua e cenere e con olio di gomito;

focacce fatte in casa e tra le più prelibate quella con i frittoli del grasso di maiale;

frattaglie mangiate in umido, col soffritto o in involtini (“marretti”) alla brace.

Facevano così i nostri antenati!

Basilicata: quante risorse, materiali e umane, sprecate nella nostra regione e sono così vicine ma non ce ne accorgiamo. Oltre allo spopolamento, c’è un impoverimento di energia e di emozioni. E noi, che siamo rimasti e rimaniamo, siamo eroi del tempo perduto o di quel che è sperduto o semplicemente alberi vecchi che altrove non possono andare e altro non possono fare! Come i pini loricati sul Pollino.

LE FOTO SI RIFERISCONO AL VIAGGIO DI CARLO LEVI IN BASILICATA 1960 ( PATRIMONIO MIBACT)

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Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

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