COME UNA PIAZZA PUO’ DIVENTARE UNA PIAZZETTA

0

      LUCIO TUFANOlucio-tufano

 

QUANDO SI VIOLANO MEMORIA ED IDENTITA’

 

 

Chissà se le forme di democrazia imperfetta che hanno prevalso in tutti questi anni e quegli altri che ci dividono dal lontano regime fascista, sono riusciti a suscitare nei cittadini un certo interesse per tutto ciò che a Potenza si è deciso, di giusto o di sbagliato, sul destino della città.

E mentre l’uomo della strada – diceva un caro amico – sembra rimanere assente, figura retorica e qualunquista, gradita ai regimi totalitari e ai gruppi di potere, poiché guarda crescere i palazzi, le novità e gli sgorbi, osservando indifferente e ozioso, un po’ preda del conformismo e intimidito dal timore, il lavoro degli operai e il largo giro delle gru, non obiettando e limitandosi a vituperare le decisioni del potere, quando il potere non lo vede e non lo sente, il cittadino accorto invece obietta, critica e polemizza.

Nel novembre del 1914, nel fervore delle leggi 140/1904 e 445/1908 in favore della Basilicata e della Calabria e dopo che, nel 1912, fu prevista la predisposizione di un progetto speciale di risanamento della città nel vecchio rione Addone, senza alcun esito fino agli anni ’50, l’ingegner Stanislao De Mata approntò un progetto di risanamento ed ampliamento della città. Negli interventi previsti all’interno del centro storico vi era una nuova maglia viaria per il traffico e la copertura della piazza Prefettura con una enorme vetrata, alla guisa delle famose gallerie di Napoli e Milano …

Ecco che si parla di una città, della sua storia, del suo centro storico, senza prescindere dal considerare come spazio e tempo siano elementi da collegare alla sua identità.

La città, sostengono i più noti urbanisti, è sogno, mito, memoria di essa ed è spazio della memoria, e fa parte di un sistema simbolico, è metafora della nostra infanzia, della nostra vita, è creatura viva, testimone di noi.

Esiste perché ha un nome, ha una sua storia, perciò è necessario comprenderne i miti, le credenze, le religioni urbane, il suo linguaggio, i luoghi e gli angoli dove si torna perché sono spazi familiari a cui siamo devoti e dove si percepisce il tempo e il suo trascorrere.

Anche per questo le città sono diverse fra di loro e assumono un rapporto indissolubile con la loro storia, esse si raccontano. Occorre precisare come una piazza sia un bene culturale, un monumento il cui mito non va distorto o distrutto nel tempo, le cui chiavi servono per comprendere, interpretare la realtà della storia. Senza questi requisiti i cittadini sarebbero estranei rispetto agli ambienti in cui vivono.

E poiché la città è fatta di uomini, donne, bambini e vecchi e non solo di strade, di piazze di muri, sbaglia chi prescinde dalle connotazioni di “oggetto storico”, specie quando si riferisca al centro storico o a quello antico.

E se i luoghi hanno la loro storia, la piazza è il luogo principale della vita sociale e la sua storia è quella della comunità che nel tempo l’ha mantenuta, conservata e migliorata.

Sant’Agostino nelle sue Le Confessioni, libro X, cap. VIII: conservare il luogo, città significa conservare l’immensa stanza della memoria di una comunità.

È qui opportuno soffermarsi su cosa ha rappresentato una piazza, non solo come sbocco di strade, dove piazza e strade costituivano un trinomio o un binomio che era il nucleo genetico della città. Binomio o trinomio o quadrinomio in cui s’instaurava il divario tra l’incedere e il sostare, tra movimento e stasi, fra traiettoria lineare ed indugiare a circolo. Con il suo interno, la piazza tipologicamente combacia con una “corte”, centro di uno spazio libero e virtuale, i cui margini sono rappresentati dal tessuto dei palazzi circostanti.

A suo corredo e coreografia infatti vi è il palazzo del governo che, fa da fondale allo scenario della piazza, nonostante gli ampliamenti e le modifiche, rispetto alla vecchia struttura del convento, apportate nel corso dei decenni, e che si pone nel contesto urbano cittadino, come elemento significativo dell’ottocento potentino.

Allo spazio urbano antistante racchiuso sugli altri tre lati da fabbricati di epoca diversa come le antiche strutture di negozi e di abitazioni vi era il famoso Pergola, “caffè riposto”, antico di due secoli, vi è il Teatro Francesco Stabile, quasi coevo alla piazza.

Sul versante opposto, si staglia la mole imponente del Palazzo INA, costruito negli anni Trenta, al posto dell’area e delle vecchissime case di Portamendola.

“Potenza apre” ora lo slogan tanto caro all’architetto Michele Graziadei, invece questa volta Potenza chiude al futuro, chiude al suo passato e quello che è più grave, chiude ai suoi cittadini, isolandosi tra vicoli angusti, case corrose e strade disagevoli.

Ha ragione l’architetto Maroscia quando sostiene che i ragazzi hanno il diritto di pensare il futuro della loro città? Ma gli anziani che non sono vecchissimi e gli adulti che vogliono positivamente continuare a vivere ricordando la vecchia immagine, sanno che il profeta Zaccaria diceva: la città più bella è quella dove i bambini possono giocare indisturbati in una piazza ed i vecchi possono conversare compiacendosi dei loro ricordi (Zac. 8, 4-5). Giocare in una piazza e chiacchierarvi vuol dire essere amici del luogo, e noi siamo amici di piazza Prefettura, per la sua lunghissima storia, e contro il suo secondo perimetro, quello dei pali, che ce la restituisce più piccola, più pacchiana e quasi piazzetta, lontana dalle fatidiche epoche dei palazzi che la circondano.

Spetta a noi cittadini la salvaguardia di quel poco che resta, il mantenimento della antica edilizia dentro i centri storici minori, perché gli altri, gli amministratori locali e i loro elettori, hanno sempre programmaticamente distrutto tutto quanto di antico vi era, preferendo il mito del nuovo.

Vediamola nella nuova cartolina la nostra vecchia piazza perimetrata da pali come tanti idoli per i villaggi indiani del West, i totem dei pellirosse.

Così non si spiega il gusto per l’arredo urbano precedente. La gente cerca il passato, tant’è che un alloggio nel centro costa numerose volte più di quello in periferia, perché qui si possono riavere quei frammenti del passato che esaltano, qualificano e rassicurano chi li ritiene di propria appartenenza, perché potentino.

Il presente esiste in funzione del passato che solo lo qualifica. È la città della memoria, del racconto e dell’identità, quella che più ci sta a cuore. Perciò si abbattano i pali e si torni ai cari fanali del più romantico Novecento.

Vivere nel centro storico e amarlo significa essere un amatore dell’antico, di frammenti di storia, giacché conosce la cultura del frammento, ne ama la rarità come un antiquario; la città vive dentro di lui, nelle fotografie, nelle stampe, nelle vecchie immagini dell’800 e del ‘900, del dopoguerra.

Tutti gli altri, quelli che non vivono nel centro, finiscono per gravitarvi attorno, attratti dalle mitologie costruite dagli altri, è infatti nucleo di attrazione dei giovani che vi fanno le loro serali incursioni. È anche per questo che Potenza vive la contraddizione tra coloro che vivono la “storia” e coloro che invece vorrebbero viverla e non possono perché non la conoscono.

 

 

Condividi

Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

Lascia un Commento