POTENZA, CRONACHE DEL 1906

0

LUCIO TUFANO

Era il tempo del protagonismo militare, la divisa aveva un significato romantico e suscitava sensazioni di protezione, di ordine, di regalità.

            Uno spirito mordace scriveva su “Il Lucano” «… ti riconosco superbo Lucifero nelle corporee forme del cav. Addone e del cav. Angiolillo … quando apri alla corte dei desiderosi danzatori e al vago sciame femminile del circolo Lucano – sede di perdizione – le sale folgoranti di luce! Ma la tua malvagità è pari all’audacia, poiché ben sai che il valzer del mio Tripepi e la mazurka di Biscotti sanno destare le passioni di tutta l’élite potentina più che il canto di Casella e le voglie di Dante».

            Al teatro si tenne un comizio sul suffragio universale.

            Al Consiglio Comunale invece si parlò dei progetti di pavimentazione dei vicoli che da Piazza Sedile arrivano fino all’Ospedale “San Carlo”. Il sindaco dottor Vaccaro, fece notare, che non vi sarebbe stata più infiltrazione di acqua piovana nelle abitazioni sottoposte al livello stradale.

            «Nei progetti – disse – si sono comprese pure le costruzioni delle fogne nei vicoli che ne sono sprovvisti, e così ogni abitazione, con lieve spesa, potrà essere fornita di cesso.

            Come si è praticato nello scorso anno, mediante opportune ordinanze, sarà provveduto per la costruzione e riparazione delle grondaie e per l’immissione degli scarichi nelle fogne.

            Furono rimossi i gradini situati sul suolo di Piazza Sedile e di molti vicoli che intralciavano il transito ai traini e alle carrozze.

            Nello stesso anno oltre alla sistemazione dei vicoli Vinciguerra, S. Bonaventura, Fornaci, Iasone, Rendina, Lacorte, Marino, Corrado, Falcinelli, Santa Croce, Maffei, Cordasco, Occhialone, e Laurita, si acquistò dal proprietario Scafarelli Giuseppe, che aderì gentilmente alla proposta del Comune, evitando così l’espropriazione forzata, il suolo per la costruzione del pubblico macello.

            Si iniziò la sistemazione del tratto extra-murale tra S. Carlo e Porta S. Giovanni. Si ampliò il cimitero.

            Iniziarono anche i lavori di restauro e la sostituzione delle poltrone al teatro Stabile, che per riaprirsi, malgrado l’impresa efficiente e costituita da gentiluomini, aveva bisogno degli abbonamenti di tutti gli impiegati e dei cittadini facoltosi.

            Nel giugno ebbe inizio una delle più lunghe stagioni liriche a Potenza.

            La Forza del Destino, II Trovatore, la Lucia di Lammermoor e L’elisir d’Amore riempirono il teatro di pubblico attirato dalla magica bacchetta del maestro Sarmiento: Amalia Del Giudice, il tenore Sciarretti, il basso Allegri, il baritono Lucini riscossero, durante i loro debutti, calorosi applausi.

            Col Rigoletto, poi, gli onori del successo toccarono al baritono Giorgio Schottler, mentre l’interpretazione della Sonnambula vide il trionfo di Elvira Lossa ripetutamente chiamata, dagli spettatori entusiasti, alla ribalta.

L’impresa Mustacchio tenne rappresentazioni liriche per più di due mesi, fino alla fine di luglio.

            Nella sera del ventidue iI teatro aveva l’aspetto delle grandi occasioni, una vera serra di fiori gremiva i palchi, non un posto vuoto in platea. Il maestro Arturo Sigismondo, non ancora ventenne, attaccò il preludio del primo atto della Traviata. Il pubblico malgrado la calura estiva, partecipò a questa grande serie di rappresentazioni.

            Il critico Fa Diesis scrisse pagine di critica teatrale lusinghiere nei giornali dell’epoca.

            La stagione si concluse col Faust di Arrigo Boito e con l’amarezza espressa fatta dal solito critico per lo scarso concorso a teatro tutti i piagnoni che trovavano Potenza «difettosa di trattenimenti e di svaghi». La stagione lirica testé chiusa ha dimostrato che le sorti dello Stabile si possono rialzare, però occorre concederlo il meno possibile e per spettacoli decorosi per l’arte e per la morale .

            La commissione teatrale richiese all’amministrazione comunale la pulizia del teatro e la fornitura di poltrone per almeno altre due file oltre alla porta unica necessaria per l’equilibrio degli incassi e per un reddito sicuro a qualsiasi impresa.

            In quel settembre del 1906 il sindaco Vaccaro proclamò l’abolizione della barriera daziaria, mitigò i tributi fiscali, diede luogo all’esecuzione di opere pubbliche, (il primo sindaco socialista di Potenza).

            Ma la cosa più degna di nota fu la festosa gazzarra dei monelli scalzi e cenciosi che danzavano davanti alla massa dei prismi colorati; il polverone d’arcobaleno sollevato dall’acqua ai primi tentativi di innaffiamento delle strade nei caldi meriggi estivi.

            La polvere s’infiltrava nelle vetrine dei negozi, nelle vie, nei vicoli, nelle case.

            Le strade non erano né ampie, né col marciapiede , e dovunque un fruttivendolo avrebbe potuto vendere i suoi prodotti. Nella piazza principale il mellonaro o il castagnaro potevano erigere le loro baracche, e le fontanine pubbliche raccoglievano le lavandaie o diventavano abbeveratoi per cavalli e muli, e le stalle emanavano il puzzo del letame, e le vetture da nolo erano luridi e malsicuri veicoli che facevano il turno all’arrivo dei treni e nei punti più centrali si scaricavano le fascine davanti ai forni ingombrati di muli e di asini.

            Quattro guardie municipali e un caporale attendevano ai servizi cittadini, vigilando sulla polizia urbana e sulla vendita dei generi di consumo, e pochissimi spazzini lasciavano le immondizie nei vicoli alla mercé di insaziabili galline e del vento e un numero assai esiguo di carri era adibito al trasporto della spazzatura fuori della città.

In quell’anno per parecchi mesi al pianterreno del palazzo Ciccotti, al Largo Liceo, Fausto Polizzy faceva sganasciare dalle risate contadini, operai, donne, e ragazzi col suo teatrino delle marionette.

            Le gesta di Orlando, Rinaldo, Carlo Magno e dei Paladini di Francia richiamavano molta gente.

            I tradimenti di Gano di Magonza indignavano tutti, mentre Don Fausto e la moglie erano contenti degli incassi.

Una sera di settembre dello stesso anno l’on. Nitti, con numerosi amici ed ammiratori, partecipò ad un banchetto “Al Lombardo” e vi partecipò anche l’ing. Decio Severini venuto da Melfi ed altri, come il Prefetto, il Commissario Civile, l’ing. Pistoiese ed il cav. Mazzini Finto, sindaco di Rapone.

            II giorno seguente Nitti e Fortunato, col cav. Saraceno e coi consiglieri provinciali Longo Corbo, d’Addezio, i sindaci di Castelgrande, Rapone, Bella, Ruvo, S. Fele, coi cavalieri Biscotti, Brienza, Mennella, e moltissimi altri in otto carrozze di gala si recarono ad Atella.

            Nitti parlò della mancanza nel Parlamento e nel paese di grandi correnti d’opinioni, da cui l’incerta azione politica: «La necessità di una politica radicale sentita così dall’on. Sonnino, come dall’on. Giolitti che solo per complicazioni parlamentari fu portato a costituire in altro senso l’attuale ministero. Col contribuire alla formazione di un grande partito radicale, base del quale dev’essere necessariamente la democrazia industriale, si rende un grande servizio alla vita pubblica italiana, agevolando il dibattito delle idee per un’azione politica più forte, più chiara e precisa … Bisogna dirigere tutti gli sforzi – disse Nitti nel suo discorso – a stimolare la produzione aiutando in tutti i modi possibili l’agricoltura e l’industria. Ecco i cardini della nuova grande politica. L’Italia non è preparata certo alle nuove difficoltà della politica estera e deve volere soltanto il raccoglimento e la pace. Per conto mio negherò il voto all’aumento degli stipendi. Dubito degli avanzi e definisco il bilancio italiano la lista civile della borghesia».

       In fine Nitti ricordò l’opera dell’on. Giustino Fortunato ed entrambi furono applauditi e salutati.

       Dopo, tutti gli amici banchettarono lautamente in casa del sindaco di Atella avv. Michele Saraceno.

 

Condividi

Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

Rispondi