POTENZA DEL SETTECENTO, COME NESSUNO L’HA RACCONTATA

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LUCIO TUFANO

 

Nella città di Potenza, gran parte della sua popolazione era dedita ai lavori di terra. Vi erano anche persone civili, dottori, uomini vocati alle arti meccaniche, ma erano assai pochi gli artigiani qualificati, tant’è che per l’ordinaria manutenzione dell’organo della chiesa della Trinità, si faceva venire un organista dalla città di Salerno; per la fabbricazione di un altare intagliato in legno, la Congregazione dei Morti commissionò l’opera ad un mastro intagliatore di Forenza, con un prezzo di 40 ducati, di cui 37 da versare in contanti ed il resto, di 30 carlini, in messe per i defunti; per la fusione della campana di bronzo della chiesa di San Michele, al solo fine di ripararla, si fece venire da Trivigno un mastro campanaro, certo Antonio Raga, che si impegnò a fornire una campana rinnovata di peso cantaja uno e venti rotoli, un gruppo di fabbri o mastri ferrari di Potenza ordinarono nel maggio 1742 ad un mastro forestiero, di Padula, un’incudine di ferro pieno, necessaria al loro lavoro, del peso di 80 rotoli, stabilendo un prezzo di carlini 3 al rotolo.La somma complessiva si pagò in due fasi, una parte alla consegna dell’attrezzo, avvenuta il 21 agosto 1742, di 15 ducati, l’altra a saldo, alla data della fiera di ottobre dello stesso anno, la fiera piovosa e che pertanto si definiva «di li zanghi» per il terreno umido e fangoso che veniva rimosso dalle migliaia di animali e di persone che andavano e venivano da un punto all’altro, nell’eccitata fatica della contrattazione, del Monte Reale, e che consentiva loro il guadagno sulla vendita di arnesi e sulla ferratura dei muli e delle giumente.

Però è anche da dire che la Potenza del ‘700 aveva pure delle maestranze intelligenti e, se si vuole, qualificate. Dai documenti, elementi essenziali al nostro discorso, si apprende che anche due scalpellini lavorarono ad una croce di pietra da installare davanti alla Cappella di S. Croce, che i fabbricanti di Altamura varchiavano i loro prodotti nelle rinomate gualchiere potentine, e che le fornaci fabbricavano gli embrici ed i mattoni per i mastri fabbricatori locali, alcuni dei quali erano dei veri e propri piccoli imprenditori edili, anche se lavoravano con dilazioni rateali e gravando di censo, in attesa di essere pagati, l’immobile da essi fabbricato.

Né erano assenti gli altri come i mastri bardari, i mastri scarpari, i mastri carpentieri ed i mastri sartori dei quali si fa cenno per le usanze di apprendistato e del modo di assumere nelle proprie botteghe, i ragazzi apprendisti dai paesi della provincia.   

 In generale nei centri abitati, meno poveri, quasi tutti i cittadini erano assorbiti dall’attività agricola nella quale investivano tutto, le fatiche di un anno e possibilità di lavoro di tutta la famiglia, per procacciarsi il poco sufficiente a mantenersi. Coltivavano le terre del paese, e se questo non diventava possibile uscivano anche fuori dalla provincia, per mietere, zappare e fare altri lavori.

Vi erano quasi sempre con questi, gli artigiani muratori, falegnami, fabbri e calzolai che lavoravano quel tanto che era necessario a soddisfare la domanda del pubblico abbiente.

È proprio dall’inchiesta Gaudioso, se vogliamo, che si arguisce il fatto della lenta mutazione economica in Basilicata e dell’avviato processo di depauperamento del patrimonio zootecnico. Anche se, malgrado la natura dei terreni e l’instabilità del clima, si introdussero nuove forme di coltivazione tali da permettere, pur se modestamente, attività che resero possibile una produzione locale di manufatti di primario consumo e di attrezzi indispensabili ai lavori di campagna, e che venivano proposti nei mercati e nelle fiere più vicine alle città.

Alla fine del secolo e precisamente nel 1799 «Nei centri lucani», scrive Pedio, «lontani dalle grandi strade commerciali, l’autorità del barone non è scossa dal sorgere di una classe mercantile: gli scarsi artigiani, i rarissimi mercanti vivono in uno stato che non consente loro di distinguersi nettamente dal ceto contadino con il quale dividono privazioni e miserie. Soltanto pochi cittadini che si dedicano alle professioni liberali o alla carriera ecclesiastica riescono a distinguersi dalla plebe e forniscono, insieme ai più intelligenti massari di campo, gli uomini ai quali il feudatario affida l’amministrazione dei propri beni».

Allora non soltanto i baroni di Napoli o i locali erano i nobili dei nostri paesi, ma anche coloro che erano riusciti a laurearsi in diritto o in teologia, venivano poi i notai, i dottori fisici, i preti non laureati in teologia ed i proprietari che non si intessevano della condizione dei propri fondi. A questi seguivano i gruppi delle famiglie cosiddette civili, cioè dei maestri artigiani abbienti, dei negozianti con bottega e dei mercanti, i primi operatori ambulanti.

Distinti erano i ricchi massari di campo, gli artigiani senza propria bottega e gli armigeri baronali; infine i coltivatori della terra (massari, coltivatori campagnoli, bracciali, valani). In ultimo, i mendicanti, erano coloro che, non inclusi negli elenchi fiscali, non avevano alcuna dignità. Più sintetico il Riviello nel capitolo IV delle costumanze …: «Potenza, sul finire del secolo scorso, aveva un aspetto ancora medievale; quindi, rimasugli di signoria comitale e reggimento di Università, clero numeroso e ricchissimi monasteri, titolo di città e vita campagnola, schiettezza di credenza e vigoria popolare. La popolazione si divideva nei ceti dei galantuomini, dei massari, degli artigiani e dei bracciali».

I nostri artigiani, quelli più agiati nella Potenza del ‘700, non erano da meno dei massari, o della gente agiata e civile, che portava le brache, i codini, le fibbie d’argento e lo spadino. Essi pure conservavano nei canterani, «gli abiti di seta arabesca, e le gonnelle di seta di un colore, che servivano solo per le cerimonie di nozze e di feste solenni».

Furono le fiere che funsero da alveo fondamentale per gli ambulanti, vi espletarono mestieri e professioni, e nel corso dei secoli segnarono tappe significative nella loro ininterrotta evoluzione.

È noto come – scrive Vincenzo Perretti, citando il noto “Usi e costumanze” del Riviello – le due fiere di Potenza, una in onore di Sant’Oronzo e l’altra di San Gerardo, subissero variazioni di data e di luogo. La fiera di agosto, si teneva dal termine di via Pretoria in giù, “con tutte le buffette o banche dei venditori lungo il vico Largo o di Pilescia (oggi vico Orazio Flacco), mentre gli animali erano portati fuori dell’abitato, alle falde del Monte, sulle terre di un tale Alianello, detto Ciunnella. Perretti riporta, nel suo lavoro, un raro documento di storia locale dell’800 in cui viene riportato il conto preciso degli ambulanti presenti ad entrambe le fiere del 1823. Da tale “Notamento” del Comune, allegato allo “Stato Discusso” municipale per gli anni 1823-27, «si ricava una “statistica” dei mestieri, il cui peso economico – scrive Perretti[1] – si può valutare dall’entità del tributo pagato al Comune di Potenza».

«Il tributo maggiore, di 60 grani, lo pagano quattro zuccari, un ceraiuolo e uno speziale. Quasi nessuno di costoro pare che sia potentino: i primi rispondono ai cognomi di De Feudis, Di Pinto e Mastrogianni. Uno soltanto è il venditore di cera, tal Domenico Gatti, ed uno è lo speziale, che si chiama Mariano Caprio. I venditori di cappelli, detti cappellari, sono nove, e pagano dai 30 ai 60 grani, evidentemente a seconda dello spazio utilizzato; per rimanere in tema di abbigliamento, sono presenti i merciali o merciaj, che sono quindici, con una tassa, in media, di 40 grani. Per 50 grani sono tassati invece i saponari che sono cinque, due solaj, cinque negozianti, ventiquattro bottegai (a seconda della quantità della importanza e qualità delle merci) e un drochiere».

Non mancano andritari, i venditori di serrature, catenacci e similari, i mascaturari, i capezzari o venditori di finimenti per animali, i venditori di cuoiame, i pannaiuoli per la vendita di pezze di stoffe.

«Sono tassati per 30 grani un chiavaro, e tre funari: il primo, detto anche chiavettiere, gli altri venditori di corde e funi».

Un andritaro, un campanaro, un tamburriere, un accettaro e un scandajo, pagano solo 20 grani pro-capite, ed ancora meno un sementaro ed uno scotellaro, che pagano 10 grani.

Il primo manifesto porta la data del 7 novembre 1843, il secondo è del 22 maggio 1850, il riferimento alla Piazza dell’Intendenza è importante, in quanto la piazza era stata creata solo intorno al 1840, e quindi il mercato settimanale, prima di quella data, doveva tenersi negli altri luoghi cittadini sopra citati. Comunque, due fiere di minore importanza si tenevano in occasione delle festività per il Sangue di Cristo e S. Gerardo, come si legge nella Delibera Decurionale del 1° dicembre 1831, conservata nell’Archivio Storico Comunale di Potenza. Perretti parla anche di un gruppo di Montemurresi, scarponari che pagano in tutto ducati 14.

«Nella successiva fiera di ottobre sono presenti soltanto 86 mercanti, per un introito complessivo di 29 ducati, e nell’indicazione dei mestieri e dei nomi si ripropongono, grosso modo, gli stessi individui. Sono specificati quindi un galanteriale, tre telajuoli, un acciararo, ed un coppolaro. Il primo è un tal Florio, che vende cianfrusaglie e ninnoli, i telaiuoli sono De Marco, Santangelo e Bertondo, l’acciararo, che vende il ferro ed oggetti e strumenti di metallo si chiama Simone, ed il cappellaro è Angelo Farina.

Come si è accennato, la maggioranza di questi mercanti è forestiera, tanto che i cognomi potentini si riscontrano solo in minima parte, e sono presenti solo tra i bottegai e negozianti, e non tra coloro che occupano i posti volanti: sono citati Riviezzi, Marino, Giacummo, Mancino, Aquino, Pace, Grippo, Pippa, Palese, Marsico e Riviello».

[1] Vincenzo Perretti – Cronache potentine dell’800 e del ‘900. Ed. Castrignano, Anzi (Pz). 2006-2007.

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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