POTENZA DI UNA VOLTA: CRONACHE DI UN SALTIMBANCO

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LUCIO TUFANO

Mentre Franchìne ai tribunali ottiene due lire dal Presidente e Giggino, munito di bancariello dalla mattina fino alle 14,00, vende pennini usati, turturedde e palline di vetro ricavate dalle bottigliette delle bibite, Sarakè ha ballato tutta la notte nei vicoli dei coriandoli e delle pezze, delle strisce e dei portoni, per qualche capo di salsiccia, buttatogli dalle finestre, dalle massaie e dalle ragazze. Spossato di visceri e di ginocchia, si è accovacciato per un po’, davanti alla bocca del forno dove di solito, con Giappone e Miseria, sosta per riscaldarsi. Per via Pretoria invece c’è baldoria, gli avvocati camminano impettiti, coperti dai cappotti e avvolti nelle sciarpe, alcuni appena usciti dai palazzi, altri dal salone dei barbieri, e si recano al caffè Brucoli. Don Ugo, il ghiottone, trangugia babà al rhum e chou alla crema nella pasticceria Viggiano, e quando incontra i compagni di Sarakè molla a ciascuno mezza lira. C’è neve! Tuffi e zumbi, capriole e scivùgli sono gli spericolati giochi preferiti nella vicenda invernale della soffice neve. Quindi risate, schiamazzi, nonostante s’inzuppino i poveri indumenti e si bagnino i piedi dentro le scarpacce rotte. Si gelano le mani e il naso ostenta il rosso paonazzo dei clown. Scherzi da polmonite e da malanni che la sfrenata foga riesce a tenere lontani grazie a Sant’Antonio Abate che esige quegli scherzi e quell’allegria. Perciò folla di gente e branchi di animali, rito di benedizioni e baccano di aria pagana, scalmanati spari di battagliarìe e frastuono di tric trac, guerra di paddaroni e movimento tra devoti, muli e cavalli. Ma una volta ritornata l’estate c’è un nuovo modo di darsi da fare. Si opera l’acchiappascunn, coprendosi gli occhi con le mani, mentre Mezzacavezetta, Scarrozza e Bisciuline 1 D. M. Giornale d’Italia. “Potenza d’una volta: Pregiudizi e leggende”, anno XII.  si nascondono dietro gli spigoli dei muri e nei portoni. Sarakè conta fino a dieci e poi va alla loro ricerca, cercando dappertutto, mentre quelli, sgattaiolando dai loro nascondigli, tornano al punto dal quale sono partiti. Il povero Sarakè rimane buzzerato dalla velocità e dalla furbizia dei compagni, perciò deve subire il rito de “la vecchia”, in voga sin dal 1850, quando una vecchia che cercava un po’ di pane presso un forno, e infierendo il colera, fu scambiata per untrice e straziata dalla folla inferocita. L’umiliazione spetta agli sconfitti, ai traditori, e consiste in un vero e proprio oltraggio. Si afferra il Sarakè. Gli si strappano gli indumenti di dosso, lo si riempe di erba, di fieno o di paglia, e poi gli si dovrebbe appiccare il fuoco. Sarakè, subisce tutta la prassi tranne quella del fuoco. Queste le fantastiche avventure-disavventure che il Sarakè vive in una dimensione tutta sua, animata e piena d’imprevisti. Al cospetto della disperazione di una lucertola colpita e che si agita e si contrae per aver perduto la coda, Sarakè si giustifica: nun so stà io, è stà la vecchia … Spesso il Sarakè preferisce una tregua in questa sorta di scherzi. Perciò chiede ai compagni chi si “scocchia” con lui, e mettendo i due indici delle mani uno sull’altro, in forma di croce e, voltandoli, li bacia e ribacia con il monito: meh, sta vota scorr’ uogl’ sal’e pepe! Così allude ai condimenti più pregiati e d’obbligo per la frugalità del sacro mangiare e volendo invocare su di sé la pena o la iattura se non fosse mantenuto il giuramento. Difatti ancora nella tradizione potentina è cattivo augurio se si fa cadere per terra l’olio o il sale. Mentre il vino si vende a un grano la araffa (caraffa), e le cantine sono affollate di contadini, mulattieri e artigiani, misteriosi locali e ambienti promiscui in cui il bere è sempre più gradito, tanto da far scaturire melanconiche cantilene e assordanti conversazioni, il gioco della morra è il più ossessivo e frequente. Si grida d’un solo fiato, le dita aperte e poste a mò di sfida all’avversario, specie quando si guadagnano i punti. Finita la morra, chi perde deve pagare il vino, si mena lu tuocc’ per quelli “patrone e sotto, che devono amministrare le bevute: sottopatrò, bevemm n’anzenga prima noi!”. Si beve a garganella (a canna lunga) dall’ucciuolo colmo di vino fresco e zampillante e si tergono le labbra con il dorso della mano. Ma fra le tante cose che riesce a fare, Sarakè balla anche la tarantella. Si balla nelle case, nelle piazzette, nei vicoli, tra compagni e donne dei sottani, al suono de lu tammuriedd, ricco di sciscile, o piastre di latta colorata e di campaniedduzz di ottone; fanno così battere, scorrere e saltare le punte delle dita sulla pelle tesa e sonora, nel bel mezzo della cuntana o del chiassuolo … ballano e saltano e gridano “viriviri cum’abballano sti figliole … eh, diavl’pigliatell’ …, ove s’invoca il maschio per fare l’amore. Ballano intrepidamente, presi da un fremito di allegria improvvisa, dandosi le mani sui fianchi e alzando le gambe nei passi, Cucaredda, Canestredda e Cicirenella, scambiandosi strette di mani con Visce Vasce, Cinnanai, Sarakè e Calandriedd. Insomma, accanto alla bandiera del Regno, della Repubblica e al leone rampante della città occorre innalzare lo stendardo del popolo di Sarakè, una sorta di gnocco portato in trionfo, quando si abbatte, ogni volta che accade, l’abero dei giacobini ciarlatani e della demagogia e si suole brindare al leone rampante del buon senso, e della commedia popolare. Eppoi ecco la beffarda, carnevalesca resurrezione del Sarakè, macabra o alla luce del giorno. Una morte alla quale i potentini si sono abituati pigramente. La sua casa era una rodda e la sua povertà infinita, la sua condizione, disperata e nel contempo bizzarra; insomma una maschera malinconica e grottesca, scheletrica e allungata, donchisciottesca, e insieme anche sanciopanzesca, quando affiorava in lui l’infingardaggine del piacere e l’ingordigia, calata nei vicoli pieni di ragnatele e di tetra animazione. Ora occorre finalmente instaurare una saga del Sarakè, gobbo e inquietante, vagamente discolo, blasfemo e birbante, che conosce il ghigno, la risata e interpreta il sarcasmo contro i ricchi, i potenti e la sorte ostile e dura.
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Sull' Autore

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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