QUEL GIANTURCO, PROVETTO MUSICISTA

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Leonardo Pisani

di LEONARDO PISANI

Un famoso lucano di certo,  e anche su molti aspetti poco conosciuto, di certo Emanuele Gianturco è stato un genio poliedrico, giurista, accademico, politico di rilievo, principe del foro ed  anche un ottimo musicista.  Nato in un’ umile famiglia dell’ Avigliano, nella Basilicata di metà ottocento, con enormi sacrifici riuscì a studiare prima privatamente con il fratello sacerdote Giuseppe – ancora si racconta ad Avigliano del piccolo Emanuele che studiava di sera sotto i lampioni  – poi a Napoli ottenendo la laurea in  Giurisprudenza e  il Diploma di Maestro di Musica al Conservatorio di San Pietro a Maiella. La musica fu importante per tutta la sua vita, anche se  decise di non intraprenderne la carriera, ascoltando sia  i consigli del padre, che intravedeva un futuro sicuro nell’esercizio dell’avvocatura, più che in quello dell’artista, e quelli dei conterranei Ernesto e Giustino Fortunato, che espressero lo stesso parere. Decise allora di rifiutare l’offerta di dirigere un’orchestra a New York e di darsi all’avvocatura ma senza rinunciare alla sua arte prediletta che anzi continuò a praticare. Quando infatti poteva trascorrere un po’ del suo tempo in casa con la sua famiglia, amava suonare al pianoforte difficili composizioni di Bach, Beethoven e Schubert e creare nuove composizioni. Compose una ninna nanna presso la culla del suo primo figliuolo e intonava con la sua voce da tenore le melodie delle sue opere. Opere che la moglie Remigia, dalla quale ebbe sette figli, fece pubblicare postume in una raccolta “Opere per orchestra, per istrumenti e per piano”. (fonte Consiglio Regionale della Basilicata  autrice Eva Bonitatibus) .

Tra le grandi battaglie parlamentari ne citiamo due in particolare a favore della salvaguardia dell’integrità della famiglia: contro il divorzio e contro il divieto della ricerca della paternità. Le sue proposte di legge riguardarono, inoltre, la conduzione giuridica dei figli naturali e delle donne sedotte, la costituzione del Comune di Banzi, la tassa di bollo sulle ricevute di stipendio rilasciate dagli impiegati governativi e delle pubbliche amministrazioni a favore dell’Istituto Nazionale per gli orfani degli impiegati. Ma il suo impegno, al di là di quello speso tra gli scranni parlamentari, lo profuse nell’attività di insigne giurista e docente di diritto civile presso l’Università di Napoli. Qui fondò la scuola italiana di diritto romano ove si formarono i più eminenti giuristi italiani: da Vincenzo Simoncelli ai fratelli Coviello, a Michele De Palo, a Vincenzo Ianfolla, a Francesco Perrone, ai fratelli Claps e tanti altri ancora. Introdusse una nuova metodologia per lo studio del diritto privato e scrisse in un mese le “Istituzioni di diritto civile italiano”, esempio di sintesi organica di una mente poderosa, che conobbe immediata diffusione. Si fece assertore del metodo scientifico e scrisse il “Sistema del Diritto Civile italiano”, una delle pietre miliari, nel progresso della scienza giuridica italiana. La sua visione del diritto andò al di là della pura esegesi, essa poggiò sull’organicità della materia che non poteva non considerare la realtà della vita e questa impostazione fu lo sfondo delle sue lezioni durante le quali poneva all’attenzione degli studenti veri casi giuridici che utilizzava come spunto di riflessione e momento partecipativo, giacché invitava gli allievi ad esprimersi e a scrivere commenti sui casi esaminati. Il risultato fu il numero di studenti sempre maggiore nei suoi corsi, e anche quelli che non studiavano il diritto cominciarono a frequentare le sue lezioni e ne uscivano desiderosi di approfondirne la materia. Dalla cattedra alla bigoncia forense il successo non mutò, anzi quando doveva impugnare una causa in tribunale tutti, colleghi e conoscitori, accorrevano in aula per ascoltarne la parola. Emanuele Gianturco fu definito la voce dell’equità poiché patrocinava solo le cause che riteneva giuste. Assunse molte cause gratuitamente, soprattutto per le Congregazioni di carità e per i poveri ai quali devolveva i compensi stessi. Con l’onorario della causa sul naufragio del piroscafo “Utopia” costituì un fondo per gli emigranti della Basilicata, cui diede il nome della sua amata moglie, Remigia, che serviva ad assicurare loro “le cure assidue, pronte, affettuose di una vigilanza protettrice”. I suoi colleghi, suoi grandi ammiratori, lo vollero componente dell’Ordine degli Avvocati.

Come i Ministro della Pubblica Istruzione fu accorto ed attento al tema del sistema scolastico e a quello dell’educazione dei giovani. Approntò una riforma radicale che partiva dalle scuole dell’infanzia per giungere all’Università, non tralasciando alcun aspetto della questione: dall’edilizia, ai libri di testo, al mondo docente, agli scolari. “È l’anima civitatis che bisogna rinvigorire e nobilitare; è la scuola che bisogna rifare secondo il genio italiano, poiché in essa, più e meglio che nelle piazze d’armi, si preparano i destini delle nazioni”. (fonte Consiglio Regionale della Basilicata  autrice Eva Bonitatibus)

Gianturco, oltre che politico, fu assieme ad altri giuristi come gli Scialoja, Nicola e Leonardo Coviello, Nicola e Giuseppe Stolfi, uno dei capifila della “Scuola Napoletana” di diritto civile, anzi meglio definirla la Scuola Aviglianese del diritto.  Portò contributi di rilevante interesse al dibattito giuridico del periodo a cavallo fra diciannovesimo e ventesimo secolo, di particolare fioritura in tale campo del diritto: convinto che i grandi cambiamenti sociali e culturali del suo tempo e della conseguente crescente insufficienza del tradizionale approccio liberale e borghese al diritto privato, ne propugnò un rinnovamento auspicando l’avvento di un “diritto privato sociale” che fosse in grado di dare risposte alla nascente società di massa, pur rimanendo in politica un conservatore.

Pubblicò diverse opere giuridiche, tra cui Sistema del diritto civile e le Istituzioni di diritto civile. Ma il suo desiderio di rinnovamento fu però destinato a non realizzarsi, per via della sua morte e, soprattutto, dell’ascesa del regime fascista, contrario a cambiamenti che potessero pregiudicare gli interessi delle “classi forti” che ne avevano appoggiato l’avvento.

Nel 1926, nella piazza principale di Avigliano, fu inaugurato il monumento dedicato ad Emanuele Gianturco, da cui la stessa piazza prende il nome, mentre prima era piazza Gagliardi, e partecipò anche il ministro della Giustizia Alfredo Rocco

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