UNA CITTA’ DA CAPIRE

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LUCIO TUFANO

Soffiava imperterrito sulla piazza esposta a borea e alle tramontane il vento impetuoso, precipitoso, che riempiva di aria fredda i suoi otri capienti sull’Arioso o su Montocchio e li scaricava sui comignoli e sui tetti da Portasalza al Muraglione. Batteva vigoroso le coste e sferzava la cordigliera delle mura e delle finestre, fino al rantolo delle grondaie. Fischiava nei vicoli il sibilo delle sue canne. Erano qui orientati, secondo il tracciato del vento, le stradine, le torri, i balconi, le porte aperte al freddo degli inverni che con la veste nevosa ricoprivano la città. Alcuni uffici erano imbacuccati nei muri, al caldo dei termosifoni: corridoi ovattati dal silenzio. La messa della domenica raccoglieva nella Trinità gli artigiani, i commercianti e gli impiegati, la gente tutta: uomini e donne erano separati.

Borghi non più imbevuti di rusticità che facevano parte della città per l’andamento delle case, delle sue rotabili, per il rosario dei negozi e delle botteghe di via Pretoria e di via Roma, per gli alberghi, i cinema e il Teatro Stabile, la fabbrica di laterizi, le chiese e i portoni, i caffè, le librerie, le farmacie, gli alimentari e le piazze …

Rispetto ai finestroni del Municipio e della Prefettura e in genere degli edifici adibiti ad uffici pubblici, la fiaba delle contrade rurali suonava eresia per le denominazioni: Poggio tre Galli, Merdaruolo, Cacabotte, Malvaccaro, Cugno del Finocchio … sconvenienti rispetto alla toponomastica patriottica e risorgimentale, nobiliare insomma, di una città che faceva pompa della sua altezza a capo della valle del Basento. Le tormente invernali hanno condizionato le uscite e le entrate. Il clima glaciale, le rabbiose intemperie, le plumbee giornate hanno pesato sulle generazioni di cappotti indossati nei decenni, nel corso delle grigie, noiose epopee e dei conformismi di regime. La polvere degli anni ha inflitto una spessa coltre alla città che pur era trapunta di alberi e di verde, nelle vie, nelle scarpate e nelle piazze.

Questa è la città degli impiegati, queste sono le scuole, le feste, gli amori degli impiegati, la mentalità, il peccato, le passioni, la fame ancestrale, la paura, l’educazione, il vilipendio e la bestemmia. Invece della cultura del mare, della cultura della serie, della fabbrica, vi è la cultura dei corridoi, dello stipendio, dell’assistenza, del libretto postale. I salumieri vendono salsiccia paesana, il prosciutto. La mortadella arriva da Bologna. Modernità ed arcaismi si confondono in molti esercizi, e su molti deschi, perché il grado del sapore si elevi dalla rozza “carchiola”, dal pane nero, dallo “strascinaro” e si liberi nel gusto più evoluto, in uno stadio di signorilità, ripudiando le forme grossolane e cafone del mangiare, col delicato aroma della pastina glutinata e del brodo, del pane bianco, degli sfilatini e tramezzini, fino al dado per brodo. La piccola borghesia ha fatto da tramite imperituro ai servizi e al consumo.

Questa è l’immagine della città nel primo novecento. Poi vennero i diurni e i notturni, i bar, gli autobus e i palazzi, gli alberghi Moderno, e il sottoproletariato sale dai bassi, dai luridi sottani dei vicoli, ai balconi, ed ora ha soggiorni e saloni, mansarde e camere alte, ville al mare e in campagna. Ora ci sono i semafori e la segnaletica, le luci al neon, le lampade di Amsterdam su tutte le strade di circonvallazione. Ora c’è quello che si chiama confort urbano. La ricerca delle origini è forse qui? Qui si è avuta l’origine e qui si ha la fine, nella città corridoio, alveo, canale, luogo di sosta, recipiente, vaso comunicante. La città ha ormai abitanti diversi, prima del novecento c’erano potentini, nel novecento ci sono ancora i potentini, negli ultimi decenni invece si è avviato un processo d’immigrazione e d’inurbamento sconvolgente e massiccio. Come mai un microcosmo, un’acropoli circondata da case e da vicoli così cresciuta, non ha voglia di farsi scrutare? E questo accade in una sorta di conformismo: la città, il sistema nervoso, il suo tessuto connettivo. Si prima c’erano i rioni contadini, e lungo le sue membra articolate, gli artigiani e i bottegai, i sottani, la commedia civile, il suo teatro colto quello zotico e buffo, le sue maschere. Dai ventricoli chiusi, i vicoli tortuosi e stretti, la città versava i suoi estuari nella campagna. È veramente cambiata la città? Un organismo biologico che respira, vive, cresce e ansima, si trova di fronte ad un’accelerata trasformazione. Mutano i rapporti di essa con il territorio, le funzioni, le dinamiche demografiche. L’economia si evolve in direzione di un più vasto consumismo, ma anche di un’economia del terziario. Che cosa è accaduto nelle sue arterie, in questa sua vena giugulare, nell’aorta di via Pretoria? La qualità delle antiche strutture urbane risulta compromessa dalle nuove esposizioni e dalle nuove forme d’uso. Cresce il disagio sociale per la non soddisfatta “domanda” di città, cresce la complessità funzionale della città e, di conseguenza, le difficoltà di guidarne e controllare i processi con l’ausilio di collaudati modelli operativi. Mutano i ruoli urbani … Ma, nel voler tanto storicizzare la città, si rischia di destoricizzarla. Alla fine del discorso anche il presente e il futuro sono storia. È qui che si verifica quella contrapposizione tra la città vecchia, “quella immagine dell’immobilismo, della stagnazione, della arretratezza”, alla quale di solito si attribuiscono tutti i pregi e la città moderna, alla quale si attribuiscono tutti i difetti. E non mancano quelli che sostengono che la vera città moderna sia la città antica o che l’unica città antica sia quella moderna. Eppure il terziario e la piccola borghesia scoppiano di benessere. Dai primi, secondi e terzi piani delle palazzine IACP condominiali, dai soggiorni e dalle “cucine degli italiani”, dalle consolies e dai capodimonte, dai saloni con tappeti, acquario e piante grasse, escono fratelli e sorelle ingegneri, cugini architetti, nipoti medici e assessori, dottori in scienze economiche e commerciali.

 

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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