by DINO DE ANGELIS
L’uomo entrò nel bar ancora vestito da muratore. Non era più giovane, anzi era piuttosto avanti nell’età, ma evidentemente era ancora in piena attività lavorativa. Salutò, come faceva spesso, la proprietaria del bar e indicò con aria interrogativa il reparto slot machine posto sul retro del bar. La signora fece un segno del capo come di aspettare, evidentemente le macchinette erano tutte occupate. Allora l’uomo si fermò al bancone a prendere un caffè. Non avevano mai avuto occasione di parlare e mentre gli preparava il caffè la signora – forse incuriosita dalla tenuta di lavoro dell’uomo – gli chiese: – Si trova qui in una pausa della sua giornata lavorativa? L’uomo guardava fisso nel vuoto, senza rispondere. La signora mise il caffè nel piattino, con la cura che si riserva ad una persona di riguardo, e poi lo guardò senza dire nulla. Allora lui si svegliò da quell’attimo in cui sembrava essersi perduto e le disse: – Si, alla mia età sono costretto ancora a lavorare, la mia pensione non mi basta più. La signora continuò a non dire nulla, aspettando che fosse lui a continuare, se lo avesse ritenuto opportuno. È sempre indelicato, per un gestore di un locale pubblico fare una domanda di troppo per non rischiare di sembrare troppo curiosa nei confronti della clientela. Lei conosceva bene questa regola non scritta e infatti non disse nulla. Ma lui sentiva di continuare. Forse era il suo modo di sfogarsi, con una sconosciuta, certo, ma a volte sono quelli che ti capiscono di più. – Si, sono un pensionato, ma faccio il muratore per tirare a campare. Poi mise la mano in tasca e continuò. – E questi sono gli ultimi duecento euro che mi restano per tirare avanti fino alla fine del mese. Ecco perché sono qui, come mi capita spesso, per sperare almeno in un colpo di fortuna. Era solo la prima settimana del mese – pensò rapidamente la proprietaria del bar – e quell’uomo aveva già esaurito tutte le sue risorse. E dentro di sé provò un senso di frustrazione, di colpevolezza. E di impotenza. Nel frattempo la macchinetta mangia soldi e mangia-vita si era liberata, e l’uomo vi si precipitò lasciando la tazzina del caffè piena a metà. I duecento euro durarono mezz’ora, trentacinque minuti al massimo. Poi l’uomo ripassò nuovamente davanti al bancone per pagare il caffè, ma la signora, vedendo le lacrime che rigavano il suo viso, disse che andava bene così, ma dentro si sentì di morire. Per essere stata anche lei, attraverso quelle macchinette infernali, una causa che contribuiva a fare di quell’uomo una persona che viveva attaccata ad una vana speranza: quella di imbroccare tre figure uguali nel gioco perverso delle slot machines. Appena l’uomo uscì dal locale, la signora si mise al telefono contattando il concessionario delle slot machines per chiederne la rimozione immediata. Fu lì che scoprì che la cosa era molto, ma molto più complicata di quello che sembrava. Quelle macchinette le procuravano anche un certo vantaggio economico, ma il senso di colpa che aveva provato a seguito della vicenda che aveva appena sentito (e delle mille altre che non conosceva e che presumibilmente potevano avere lo stesso finale), le fece assumere una decisione importante. Quelle macchinette dovevano immediatamente sparire dalla sua attività. Gli attori di questo business perverso della nostra società malata che si aspettano di guadagnare sulle macchinette infernali sono quattro: il giocatore, il gestore (il proprietario del bar) il concessionario (che da al gestore le macchine in comodato) e lo stato attraverso le tasse (l’unico che è sicuro di guadagnarci). Le slot sono programmate per assegnare vincite ai giocatori per il 75% del giocato, distribuendoli un po’ alla volta. Allo stato va il 12,6% della percentuale che sale però, con le spese di monopolio e di gestione, al 15% circa. L’ultimo 10% viene diviso quindi fra i due ultimi attori, gestore e concessionario. Sarebbe il caso che si consentisse ai gestori di locali la possibilità di recedere dai contratti con le slot machines senza troppi intoppi burocratici e senza rimetterci l’osso del collo. Ultima cosa: la storia del pensionato-muratore e della signora proprietaria del bar è una storia vera, e la signora, dopo immani fatiche, domande ed esborsi di migliaia di euro di multe per estinzione anticipata del contratto con le slot machines, gestisce adesso un bar senza più macchine mangia vite al suo interno. E vive con meno guadagni ma anche molti, molti meno sensi di colpa.
