La controffensiva di Matteo Renzi sul referendum costituzionale è partita alla grande, con un partito, il Pd, che ha messo la sordina ai litigi interni ( forse in cambio di una revisione della legge elettorale), con un investimento sulla comunicazione e con la chiamata alle armi dei cavalieri per la crociata referendaria, il più rapido dei quali ad accorrere è stato il sen. Margiotta, che a Napoli ha messo sù il comitato del Si per il Sud, con tanto di supporto di costituzionalisti, opinion leaders e via discorrendo. Questo quello che si vede. Non meno importante però si annuncia un lavoro che non si vedrà ufficialmente ma che animerà il dibattito all’interno dei partiti e che riguarda il quesito : a chi giova far perdere Renzi in momento in cui i 5 stelle sono sull’onda alta di un successo elettorale? . Non alla minoranza interna del partito che, se pure si toglie dalle scatole un premier indigeribile, ha già capito che non si toglierà il segretario del Pd e che i conti da fare dopo saranno calcolati con gli interessi. Non ai moderati del centro destra, la cui idea di realizzare un polo moderato è naufragata in mille divisioni, non a Salvini, che ha bisogno di altro tempo per preparare l’assalto alla digilenza, visto che con la voce grossa e sguaiata ( vedi l’incivile assalto alla Boldrini, roba da trivio) fa audience ma non numeri elettorali. Sicuramente la partita vera vedrà cinque stelle da un lato, con qualche supporto più o meno esplicito della sinistra italiana, e i Renziani dall’altra con l’apporto dei partiti che stanno al governo e di qualche componente moderata che non vuole gettare il bambino con tutta l’acqua calda. Se dal lato dei partiti la battaglia è incerta, il vero rebus riguarderà la capacità di Renzi di convincere l’opinione pubblica sulla necessità di uscire dalla palude di un quadro costituzionale che non può rimanere incompiuto , e che i rischi adombrati, di un combinato disposto (riforma e legge elettorale) capace di produrre un deficit di democrazia, non sono reali. Se non si inventa le parole giuste per fugare questa preoccupazione,il successo non arriverà perché il premier , pur dando vitalità ed energia ad un Paese avvilito, ha ecceduto nel suo atteggiamento di arrogante decisionismo che gli ha fatto perdere molte simpatie, anche di quelle che lo avevano accolto come l’uomo del riscatto. Quindi, meno attenzione al dibattito tra partiti e più attenzione al corpo ed alla mente del paese che comprende un cinquanta per cento che dalla politica gridata si è allontanata da tempo. Parlare, spiegare, convincere, fare autocritica se possibile, fugare ogni preoccupazione giusta o strumentalmente agitata: far capire che se ci sono voluti vent’anni per fare una riforma, oggi non possiamo tornare al punto di partenza, avendo l’opportunità in futuro di procedere ad aggiustamenti per quello che proprio non funziona. Una cosa è tagliare i rami, altra è segare la pianta.Quel cinquanta per cento non schierato sarà il vero protagonista silenzioso di questa tornata referendaria.
RENZI ALLE CROCIATE E I CAVALIERI SI FANNO AVANTI
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