armando tita*
Chissà se gli ottant’anni della Festa della Liberazione saranno giustamente onorati e celebrati dai Fratelli d’Italia lucani o saranno “alienati” alla Meloni /Larussa, con presunti impegni istituzionali? Chissà se il nostro sconquassato centrosinistra onorerà i testamenti spirituali lasciati dai 467ragazzi
ventenni che si sono immolati per la nostra libertà e la nostra democrazia? Dobbiamo ricordare ai vari Giovanni Lettieri, Provenzano e Lacorazza che 13 degli eroici 467 ragazzi condannati brutalmente a morte dai nazifascisti risultano ancora anonimi. Anonimi martiri della libertà. Chissà se i cento ragazzi delle Primarie di Matera , la prima città italiana a ribellarsi ai nazifascisti il 21 settembre 1943, leggeranno le struggenti lettere di questi giovanissimi eroi: “Mamma adoratissima, quando riceverai queste mie poche righe io sarò già in cielo, da cui ti proteggerò. Sono stato travolto dall’odio e dalla violenza e sono colpevole solo di aver amato libertà e democrazia”. Da ottant’anni la Festa della Liberazione è stata una ritualità stanca, retorica e qualche volta stucchevole. Mai abbiamo assistito a un vero “pathos” popolare. Ci siamo dovuti cibare di sprazzi di memorie e di qualche aneddoto. Memorabile fu il dialogo in Parlamento tra il senatore Vittorio Foa e il senatore del MSI Giorgio Pisanò. Giorgio Pisanò gli disse: “Ci siamo combattuti da fronti contrapposti, ognuno con onore, possiamo darci la mano.” Vittorio Foa gli rispose: “E’ vero abbiamo vinto noi e tu sei potuto diventare senatore, avessi vinto tu, io sarei ancora in carcere”. Credo che in questo dialogo sia racchiuso il “condensato” della liberazione dal nazifascismo e della vittoria della libertà e della democrazia. Da ottant’anni la retorica ha preso il sopravvento con una dettagliata e storica programmazione scolastica dedita all’oblio. La mia generazione e le generazioni successive conoscono a menadito, alla perfezione i sette re di Roma e le guerre puniche. Non abbiamo conosciuto mai la contemporaneità, la narrazione storica del novecento e delle sue tragiche guerre.
Abbiamo ignorato per secoli la storia della Resistenza, il sottoscritto l’ha conosciuta nella Facoltà di Lettere e Filosofia con l’esame di storia contemporanea alla “veneranda” età di ventitré anni. In ventitré anni era bandita la magica parola Resistenza. La resistenza riguardava solo gli elettricisti del luogo. Mai un dialogo in casa, eppure mio nonno Mauro aveva preteso che il suo primo nipote portasse il nome del generale Armando Diaz. Eppure nella Resistenza andavano individuate le origini stesse della Repubblica democratica italiana: l’Assemblea Costituente fu in massima parte composta da esponenti dei partiti che avevano dato vita al Comitato di Liberazione Nazionale (CLN) e che, a guerra finita, scrissero la Costituzione fondandola sulla sintesi tra le rispettive tradizioni politiche e ispirandola ai principi della democrazia e dell’antifascismo. Il movimento della Resistenza inquadrabile storicamente nel più ampio fenomeno europeo della resistenza al nazifascismo fu caratterizzato in Italia dall’impegno unitario di molteplici e talora opposti orientamenti politici (comunisti, democristiani, socialisti, monarchici, liberali, azionisti, repubblicani e perfino anarchici) in maggioranza riuniti nel CLN (Comitato di Liberazione Nazionale, i cui partiti componenti avrebbero più tardi costituito i primi governi del dopoguerra. La scelta di associare la fine della guerra con il 25 aprile 1945 fa riferimento alla data dell’appello diramato dal Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia (CLNAI)per l’insurrezione armata di Milano. La catastrofe dello Stato Nazionale e la rapida e aggressiva occupazione di gran parte dell’Italia dal parte dell’esercito del Terzo Reich offrì alle forze politiche antifasciste uscite dalla clandestinità, la possibilità di organizzare la lotta politica e militare contro l’occupante e con il governo collaborazionista di Salò, subito costituito dalle autorità naziste intorno a Mussolini, liberato dalla prigionia sul Gran Sasso dai paracadutisti tedeschi, nonché, contro i superstiti fascisti, decisi a riprendere la lotta a fianco della Germania e a vendicarsi dei traditori “interni”. A tutto ciò va aggiunto il contributo di sangue fornito da centinaia di migliaia di ragazzi americani, polacchi, australiani e canadesi che hanno immolato la loro vita per liberare l’Italia e sconfiggere con i partigiani definitivamente il nazifascismo. Sono poche annotazioni storiche che tanti ragazzi italiani hanno sempre ignorato. Fare una seria ricognizione storica può servire alla riconciliazione nazionale e alle vere verità storiche, stanchi come siamo di “fanatismi” ideologici e di “negazionismi” della peggiore specie. In Basilicata per oltre cinquant’anni la retorica e l’oblio ha prevalso sulla conoscenza dei fatti storici. I programmi scolastici, cosiddetti ministeriali, non hanno mai avuto l’ardire di riferire cenni di storia contemporanea. Il bieco nozionismo, l’oblio e l’opacità storica di questa importante pagina dell’Italia repubblicana e democratica hanno sempre prevalso. Non aver mai coltivato la vera verità sulla Resistenza, aver ignorato il significato politico delle “Repubbliche partigiane” è stata vera slealtà, vera scorrettezza storica. La Storia delle Repubbliche Partigiane, Val d’Ossola, in primis, narrate brillantemente nello sceneggiato di Leandro Castellani “Quaranta giorni di libertà” e nel libro di Giorgio Bocca: “Una Repubblica partigiana” ebbero, per dirla, alla Aldo Moro, in occasione del XV° anniversario della Repubblica dell’Ossola, “un indiscutibile valore politico in quanto rivelò la carica spontanea dei valori civili del movimento resistenziale che non esauriva il suo impegno nella lotta di liberazione della Patria dallo straniero, ma esprimeva l’aspirazione ad un ordine nuovo della Società, secondo le naturali vocazioni popolari della democrazia che la dittatura fascista non era riuscita a distruggere”. Niente da aggiungere… così parlava Aldo Moro… non un pericoloso bolscevico.
*Sociologo e saggista