RICCARDO ACHILLI : IN DIFESA DEL FEDERALISMO DIFFERENZIATO

0

 

La verità da cui occorre partire per ragionare onestamente è che nessuno, oggi, è in grado di fornire una stima attendibile del fiume mostruoso di denaro pubblico affluito al Mezzogiorno sotto forma di investimento per lo sviluppo, o di trasferimento per la gestione di servizi essenziali, dal dopoguerra ad oggi. Stiamo parlando di un monte-risorse incomparabilmente superiore a quello che la ben più potente economia tedesca ha speso per la reindustrializzazione della ex DDR. Secondo una stima indicativa della Svimez, dal 1950 ad oggi, soltanto per spesa di investimento, al netto quindi dei ben più consistenti trasferimenti per spesa ordinaria di gestione dei servizi, il Sud ha ricevuto dal resto del Paese circa 450 miliardi di euro. Qualcosa come 20 leggi di bilancio nazionali.

Nonostante tale incredibile sforzo finanziario da parte dello Stato, prima, e dei fondi strutturali della Ue poi, il divario di sviluppo fra Mezzogiorno e Centro Nord, dopo una prima fase di recupero (quando non a caso la spesa pubblica era gestita a livello centrale, dalla Casmez, e non lasciata in mano alle oligarchie politiche del Sud) si è costantemente allargato. Oggi il Mezzogiorno d’Italia cresce meno dell’Albania o della Bulgaria.

 Nel tempo, peraltro, il peso decisionale delle Regioni del Sud nella destinazione della spesa si è accresciuto per salti quantici, dalla riforma sanitaria degli anni Settanta, che ha di fatto messo nelle mani dei Presidenti delle Regioni la spesa per la sanità pubblica, un mostro che assorbe il 70% circa del bilancio di una Regione ordinaria, con risultati che, nel Sud, al netto di alcuni casi di migliore gestione (come nel caso della Basilicata pre-pittelliana) sono stati disastrosi ed hanno disteso su quasi tutto il Mezzogiorno il manto dei piani di rientro, a fronte di gestioni finanziariamente catastrofiche, operate da dirigenti sanitari nominati fiduciariamente dai Governatori, pagate al prezzo di liste di attesa bibliche, emigrazione sanitaria verso il Nord, ospedali fatiscenti e in condizioni igieniche da terzo mondo.  Per non parlare della fallimentare stagione della programmazione negoziata e del bric-à-brac dello sviluppo territoriale per patti territoriali e contratti d’area buoni perlopiù per finanziare micro clientele locali delle baronie politiche, aprendo la strada al capolavoro finale, la riforma costituzionale di Bassanini, che ha messo in mano alle Regioni la programmazione e gestione di praticamente tutti i servizi essenziali, dai trasporti alle politiche sociali, ai Centri per l’Impiego, fino al ciclo idrico o a quello dei rifiuti. La stagione della programmazione dei fondi strutturali europei, avviata a fine anni Ottanta, ha poi consacrato una autonomia programmatica e gestionale molto ampia da parte delle Regioni rispetto a quelli che sono diventati gli strumenti fondamentali con i quali fare politiche di sviluppo. 

Con tanti soldi e tanta autonomia, le classi dirigenti meridionali sono state incapaci di mettere in piedi un benché minimo straccio non dico di tendenza al catch-up rispetto al Centro-Nord, ma anche soltanto di miglioramento della qualità della vita dei loro residenti (anche in questo caso, ovviamente, salvo pregevoli ma isolate eccezioni, dalla Salerno di De Luca all’avanguardia nel ciclo dei rifiuti alla Basilicata di Bubbico e Colangelo che, anche con la mia modestissima partecipazione operativa, sperimentò il reddito di cittadinanza 15 anni prima che arrivassero i pentastellati). I dati Istat parlano chiaro: fra 1995 e 2014, il Pil pro capite dei meridionali non ha avuto nessun miglioramento relativo, rimanendo fisso al 66% della media nazionale.

Di fronte alla realtà, che è la realtà dei fatti, trovo intellettualmente molto disonesto che i cantori universitari e giornalistici al soldo delle stesse classi dirigenti meridionali responsabili del fallimento suddetto critichino il progetto di autonomia differenziata delle Regioni del Nord, peraltro fatto usufruendo di una clausola costituzionale prevista proprio dalla riforma del Titolo V voluta dal centrosinistra a fine anni Novanta, e di un negoziato con le Regioni interessate avviato dal Governo Gentiloni nel 2017, non certo da Salvini, quindi. E’ intellettualmente disonesto criticare da Sud l’autonomia differenziata richiesta dalle Regioni settentrionali, nel nome della volontà di proseguire nello status quo, ovvero continuare a gestire risorse pubbliche molto ingenti con notevoli margini di autonomia, come già avviene oggi, e con i risultati disastrosi che abbiamo detto. Di due cose l’una: o si chiede di mantenere autonomia regionale nella gestione dei soldi pubblici per determinati servizi, come quelli sanitari, ma allora, coerentemente, non si può criticare la richiesta di maggiore autonomia proveniente dagli altri, oppure si chiede meno autonomia, ma per tutti, accettando che, ad esempio, il servizio sanitario venga ricentralizzato a livello statale. Tertium non datur.

Da parte dei cantori di un meridionalismo da operetta viene demonizzata persino la versione più “buonista” dell’autonomia differenziata, il calcolo al costo storico del servizio, che è quella che sarà utilizzata inizialmente, in base agli accordi preliminari già stipulati dal Governo con Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, anche se non produce alcuna perdita di risorse finanziarie. E spiego il perché: In tale modalità, ogni singola Regione trattiene dal gettito fiscale prodotto sul suo territorio esattamente il costo storico per il servizio devoluto che è stato specificamente registrato per detta Regione negli ultimi anni, anziché ricevere detto ammontare sotto forma di trasferimento statale. Di conseguenza, se il costo storico di gestione di un servizio devoluto è pari a 100, la Regione tratterrà 100 dal gettito fiscale delle imposte nazionali pagate sul suo territorio, che normalmente avrebbero dovuto essere integralmente versate all’Erario centrale, e non riceverà più l’ammontare pari a 100 di trasferimenti da Roma sino a quel momento erogati per gestire il servizio stesso. Nel caso in cui il servizio costi più di 100 e superi la capacità fiscale della Regione, essa potrà scegliere di continuare a farlo gestire dall’Amministrazione centrale, senza quindi chiederne la devoluzione. Si tratta, evidentemente, di un meccanismo fiscalmente neutrale, nel quale nessuno, né la Regione, né lo Stato, né le altre Regioni, guadagna o perde un euro rispetto a ciò che succede attualmente.

Che il meccanismo non sia necessariamente favorevole alle Regioni del Nord lo dicono anche alcune proiezioni fatte da istituti di ricerca indipendenti: il motivo è semplice. Tali Regioni, infatti, sono più efficienti della media nella gestione dei servizi, per cui il costo storico di tali servizi, rapportato alla popolazione, è più basso della media. Con un criterio di finanziamento dell’autonomia basato sul costo storico, dette Regioni riceverebbero meno soldi rispetto a quelle del Sud.

Il punto di fondo è che il chiagni-e-fotti è un meccanismo psicologico tipico di classi dirigenti meridionali  incapaci di spiegare il fallimento storico del loro operato, e si coniuga con una cultura che, al sud, tende spesso a privilegiare la forma sulla sostanza, l’etica della solidarietà sui risultati concreti che la solidarietà dovrebbe comunque consentire di ottenere. E che bisognerebbe passare immediatamente dal costo storico, che come abbiamo visto è un criterio neutrale che non sottrae risorse a nessuno, al criterio del fabbisogno storico: una TAC, o un chilometro di percorrenza di un autobus, dovrebbero tendenzialmente avere lo stesso costo a Palermo ed a Abbiategrasso, dopo alcune ragionevoli correzioni basate sulla considerazione esplicita di determinate esternalità negative presumibilmente più gravi a Palermo. Dopo aver operato tali correzioni basate su condizioni territoriali meno vantaggiose, le classi dirigenti del Sud dovrebbero, letteralmente e non metaforicamente, essere impiccate al rispetto dei fabbisogni standard così calcolati. Introducendo finalmente l’etica della responsabilità sul solidarismo piagnone che non ha prodotto alcun beneficio per il Sud. Ma ha ingrassato caste di ingordi manipolatori di risorse.

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

Lascia un Commento