Rocco Scotellaro: d’amore, di lotta, di terra e di altre passioni.

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giuseppe melillo

 “Gli eroi son tutti giovani e belli!”
Mi è tornata in mente questo verso di una canzone di Francesco Guccini pensando a quanta giusta e condivisa attenzione ci sia intorno a Rocco Scotellaro.
Rocco era giovane e bello. Giovane perché è morto a trent’anni e sarà per sempre giovane.
Bello perché nelle sue opere, nella sua vita, nelle sue azioni c’è la bellezza delle passioni, della gioventù, del futuro, di un mondo diverso e possibile. La bellezza delle passioni che arde in ogni giovane uomo e donna. Passioni che sono state il prezzo che ha pagato, che hanno fiaccato il suo corpo e il suo animo, passioni di riscatto dalla “bellezza dolente” del suo luogo natio.
In questi mesi, nel centenario della sua nascita è avvenuto un pellegrinaggio sua alla tomba a Tricarico.
In tanti si sono recati a rendere omaggio alla sua figura, al giovane Rocco, sepolto in una terra senza i merletti della gentilezza. Per la prima volta che una collettività si è ritrovata attorno ad un personaggio capace di riunire diverse molte sensibilità, diverse generazioni, paesi lontani.

Un intero popolo si è riconosciuto nell’immagine di Rocco Scotellaro e da lui si sente rappresentato. Una guida visionaria in una regione che “dove spesso la natura si integra all’arte fornendo aspetti di estrema originalità”, così come afferma Amerigo Restucci, rettore dell’Università Ca’ Foscari di Venezia .

C’è però il rischio di una trappola; quella di creare il santino di Rocco Scotellaro.

“Noi non siamo qui per fabbricare il mito di una poesia contadina; non siamo qui per nutrire la leggenda del piccolo sindaco-poeta. Siamo qui per continuare la nostra conversazione con lui”.
Così ammonisce già nel 1955, il poeta, Franco Fortini, in un intervento al convegno dedicato a Rocco Scotellaro a Matera.

Scotellaro è un’anima critica e sofferente, generosa e uguale a ognuno, e si sente appartenere all’umanità intera:

“Sono uno degli altri”

Carlo Levi, che adoperando le strutture narrative di uno scrittore, lo inquadra (e ingabbia) con «un’intelligente e affettuosa invenzione» come «poeta contadino» , in una intervista del 1974 riconosce il suo essere oltre quello stesso mondo contadino:

“Rocco in una pagina per me estremamente commovente dell’’Uva puttanella, quando racconta come egli leggesse ai suoi compagni di cella in quel periodo nel carcere di Matera il mio libro “Cristo si e è fermato a Eboli” e comincia il suo racconto dicendo: l’autore non è veramente un mio amico, e non e è neanche un vostro amico, perché l’amico e è l’avvocato, il deputato, il prete, questi sono gli amici che possono aiutarci, ma questo non è un amico, è un qualcuno che ha avuto la stessa esperienza che noi abbiamo avuto, e allora non è per noi un amico, ma un fratello, o un fratellastro a cui siamo legati dall’amore della nostra somiglianza, che io trovo la definizione non soltanto più bella e per me più emozionante dei nostri rapporti, ma e è anche la definizione del rapporto di Rocco Scotellaro con il mondo. Cioè esiste questo senso della nostra somiglianza e dell’amore per la somiglianza, che si estende ai compagni, ai poveri, ai contadini, ma che si può allargare a tutti gli uomini dei quali si comprendono e si amano anche i peccati, anche il male, che e è quello che fa di Rocco Scotellaro un personaggio straordinario e unico, che non è soltanto un politico militante, non è soltanto un poeta che racconta e che canta i valori del mondo in cui vive, ma è qualcuno che a questo mondo è legato proprio da questo unico rapporto possibile, che è un rapporto di somiglianza, di comune esperienza e quindi di fratellanza e di comprensione totale, comprensione che comporta anche la severità di giudizio, ma che insieme porta a questo rapporto che e è un rapporto di identità e di distacco da chi ci è simile e uguale.”   

Parole che sono un omaggio allo Scotellaro poeta, uomo, politico, intellettuale che spesso è stato , invece, relegato a icona delle aree marginali e interne.

Nel 1953, quando Scotellaro è ancora pressoché sconosciuto al grande pubblico italiano, alcune sue poesie furono pubblicate negli Stati Uniti.

“Nonostante i premi e i riconoscimenti l’opera di Scotellaro, ed in particolare la sua poesia, è rimasta confinata in quella sorta di periferia culturale ben separata dal novero di autori “degni” di essere inseriti nelle antologie nazionali. Non così nel sistema culturale anglo-americano. Scotellaro fu infatti uno dei primi poeti italiani ad essere tradotto e presentato al pubblico americano e le sue poesie furono inserite in antologie e riviste accanto a quelle di Ungaretti, Montale, Saba e Quasimodo”

“Tra i poeti del passato che sento più profondamente vicini vorrei citare Pier Paolo Pasolini, Rocco Scotellaro e Cesare Pavese” (Hirschman, 2014)

Hirschman lo associa ad altri due protagonisti venuti anch’essi dalla profonda provincia rurale, le Langhe, il Friuli, ma che hanno avuto il tempo e il modo, urbanizzandosi nelle metropoli, di diventare protagonisti dell’industria culturale. Jack Hirschman (1933 –2021) poeta della Beat generation , docente universitario alla UCLA, fondatore della “Brigata dei poeti rivoluzionari” alla quale partecipavano poeti scrittori e intellettuali impegnati politicamente nonché traduttore delle liriche di Rocco Scotellaro, in un’intervista su ad un quotidiano italiano disse:
«In Italia pochi sanno, ma uno dei poeti più letti negli ambienti della controcultura del mio Paese è Rocco Scotellaro, il quale non è da considerare solo un cantore delle lotte contadine della sua povera terra, ma una voce di libertà per ogni tempo, un grido di riscatto per ogni uomo ferito dalla subalterna condizione sociale in cui versa».
Rocco Scotellaro non usa un linguaggio “primitivo” o “nativo”. Non è poeta del mondo contadino perché non esiste un mondo contadino. Sopravvive e prolifera, invece, un mondo di sconfitte e sconfitti, ed è a questi , ai vinti della società contemporanea urbana e rurale a lui contemporanea, che Scotellaro rivolge lo sguardo, ai loro bisogni individuali e collettivi. Lui è figlio del suo tempo, fatto anche di contadini ma non solo di contadini.
Lui lotta insieme ai suoi compagni per le conquiste sociali, per il lavoro, le terre, la costruzione di un ospedale.

Da sindaco del suo paese, sindaco il più giovane d’Italia, aziona procedimenti a favore di chi il favore era abituato, invece, a chiederlo con la “coppola in mano”.
Scuole, mense, servizi, lavoro, lotta all’analfabetismo, farmaci gratuiti agli indigenti, tassazione progressiva: erano questi alcuni dei temi verso cui si indirizza la sua azione amministrativa in totale discontinuità da quello quella del regime fascista, che lo ha preceduto e che ideologicamente ha avversato, militando nel CNL e frequentando fin da giovane ambienti antifascisti.
Tutto questo gli ha creato nemici “potenti”, sopravvissuti a quel regime e riciclati poi nel nuovo corso della storia repubblicana, cambiando solamente il colore della camicia.

In una lettera inviata al poeta e intellettuale Luciano Erba che cura la prefazione della pubblicazione di versi di giovani poeti nella raccolta “Quarta Generazione”, in stampa pochi mesi la sua morte, Scotellaro si presenta:

“Politicamente ho fiducia che cessi la indegna e mortifera divisione del mondo perché l’umanità posa curarsi dei suoi mali: la povertà economica e il decadimento culturale”.

Un eretico, un idealista, un disobbediente, un fastidioso che bisogna bloccare e limitare e, infatti, viene costruita contro di lui una macchina del fango che lo porta il carcere con l’accusa di concussione. E’ scagionato con piena assoluzione poiché il fatto non sussiste ed è vittima di «una vendetta politica» come è indicato nell’atto di proscioglimento della Sezione istruttoria della Corte di Appello di Potenza.

La sua passione civile diventa politica: una scelta di vita. Nel 1943, a vent’anni, aderisce al Partito Socialista e intitola la sede di Tricarico a Giacomo Matteotti. La sua formazione politica e di intellettuale cresce si rafforza nel tempo anche grazie ai continui incontri e scambi, con intellettuali del tempo, come il dottor Mazzarone, Tommaso Pedio, Monsignor Delle Nocche, Carlo Levi, Manlio Rossi Doria, Pietro Ingrao, Einaudi, Amelia Rosselli, Italo Calvino, Natalia Ginzburg. Uomini e donne che hanno contribuito alla sua crescita come intellettuale e uomo ma hanno ricevuto anche tanto dall’intellettuale e dall’uomo.

Rocco Scotellaro si sente parte di un tutto e di questo tutto è parte. Significativo un episodio durante l’esperienza in carcere a Matera raccontato dal suo avvocato De Ruggieri:

“Carlo Levi mi telegrafò annunciando che a Rocco era stato conferito il premio Roma di poesia e che la premiazione doveva aver luogo in Campidoglio. Mi precipitai nelle carceri per comunicare la notizia così a me tanto grata. Rocco restò interdetto, quasi sbigottito: sorpresi nella perenne luminosità dei suoi occhi un velo di malinconia. Ma questo scoramento fu fugacissimo, subito riacquistò la abituale sua serenità e stringendomi le mani disse -le 100 mila lire del premio Roma saranno distribuite ai miei infelici compagni di galera-. L’impegno fu poi puntualmente mantenuto.”

Anche se “con le pezze al culo”, come gli rimprovera qualcuno della sua famiglia, non si sottrae nell’aiutare chi era indietro. Così come alcuni suoi concittadini, braccianti e lavoratori che rinunciarono a quel poco che guadagnavano per contribuire alla creazione dell’Ospedale a Tricarico mentre la chiesa pretese il pagamento dell’affitto per l’uso di alcuni suoi locali.

Rocco Scotellaro rappresenta una lente sulla geografia del mondo rurale, fatto da braccianti, pastori, contadini, carrettieri, artigiani, preti, monache, proprietari terrieri, intellettuali del secolo scorso. Non subisce la sudditanza politica culturale. Ha uno scambio polemico sull’idea dell’agire politico con Carlo Levi e Manlio Rossi Doria. Entra in disputa con Ernesto De Martino e in un alcune lettere inviate all’allora direttore de L’Unità, Pietro Ingrao, critica l’impostazione dell’antropologo.
È militante nei gesti, tra le parole e le pagine, tra la libertà contadina e la schiavitù della città in cui si sente in esilio:

Ho perduto la schiavitù contadina,
non mi farò più un bicchiere contento,
ho perduto la mia libertà.

Scotellaro è un disobbediente ispirato e colto, spesso isolato ed esiliato, in lui convivono sradicamento e restanza, speranza e disincanto, come i paesi del nostro Sud che si inaridiscono di energie sociali e intelligenze mentre le terre rimangono fertili:

Sradicarmi?
La terra mi tiene
e la tempesta se viene
mi trova pronto.

Definito da Calvino, “un intellettuale di tipo nuovo”, rappresenta l’interprete più denso delle contraddizioni umane, delle passioni sopite e degli slanci universali verso il prossimo, della bellezza dolente e dei silenzi pieni che accompagnano chi ha attraversato e attraversa questi luoghi scordati.
Scrive di contadini, carrettieri, rivoluzionari, ma scrive anche di donne, di solitudini, di esili, partenze, ritorni. Tratteggia i colori della terra, i sapori dei suoi prodotti. Descrive i tormenti delle passioni che attraversa in pieno senza mai risparmiarsi. Pronto al dono, finanche di se stesso lasciando a mo’ di testamento, come incisi nella pietra, versi immortali come questi:

Io sono un filo d’erba
un filo d’erba che trema
e E la mia patria è dove l’erba trema.
Un alito può trapiantare
il mio seme lontano.

Correvano gli anni 1948 e 1949, in Italia meridionale i contadini e i braccianti occupavano le terre stanchi della loro secolare secolari miseria e sfruttamento. Forte era l’eco della strage e di Portella della Ginestra, in Sicilia, dove forze reazionarie avallate da quelle mafiose della banda Giuliano spararono sulla folla di contadini, che si erano riuniti con le famiglie per celebrare il Primo maggio, provocando decine di morti e feriti.
Anche in tanti paesi della Basilicata la lotta per le terre è un fenomeno sociale ormai diffuso e in crescita. Un bracciante di Montescaglioso, Giuseppe Novello, perse la vita durante in uno di questi disordini ferito mortalmente da un colpo sparato dalle forze dell’ordine durante una mobilitazione per le occupazione dei terreni incolti. Scotellaro scosso da questi avvenimenti e compose una poesia dedicandola alla vedova di Novello:

…È caduto Novello sulla strada all’alba,
a quel punto si domina la campagna,
a quell’ora si è padroni del tempo che viene,
il mondo è vicino da Chicago a qui
sulla montagna scagliosa che pare una prua,
una vecchia prua emersa
che ha lungamente sfaldato le onde.

La sua voce e il suo agire è sempre in prima linea, un grido di aiuto verso gli assopiti del mondo, verso i derelitti, gli ultimi, i diseguali. E la poesia diventa il suo strumento, Perché ha il potere dello strumento della scrittura, della conoscenza, del pensiero e avverte il dovere di mettere a disposizione questo suo strumento per far arrivare lontano le voci dei senza voce.
La passione come il vento non ha gabbie e confini e non può appartenere a qualcuno: ma è di tutti. Esattamente come quelle passioni di cui Scotellaro si nutre e che sono portate lontano e trasportate nelle sue poesie. Non si può rinchiudere e circoscrivere Rocco Scotellaro come non si possono tenere rinchiusi in una caverna i venti. E Rocco esce dalla caverna, dalle viscere della terra, e lo fa anche richiamando il vento che torna costante nelle sue poesie. La poesia è Eolo per Scotellaro che modera e incanala le sue passioni, le descrive e le insegue:

Andiamo, venite nel vento africano
a scavare il suo cuore di polvere…
È il vento africano, soffia dal pantano,
regge le nuvole fosche sulle criniere dei boschi.
E io chiamo e canto, e inseguo quel vento.

L’amore e l’elemento femminile riecheggiano potenti nei suoi versi. L’ amore primitivo, quello gioioso o sofferto, l’ amore filiale e l’amore carnale, quello di una notte e l’amore che ruba il sonno e punge l’anima:

Cosa t’importa del gelso potato
Non mena più una foglia
Mi stai pungendo l’anima
Non ho nemmeno la gioia di piangere
Dove si posa l’occhi mio
Ti trova

Scotellaro cerca l’amore e di esso si nutre:

Avevi tutti gli odori dei giardini
Seppelliti nei fossi attorno a le case;
tu sei , rèseda selvaggia, che mi nutri
l’amore che cerco, che mi fa sperare,
non puoi chiudere la bocca ai germogli,
non serrare la le persiane a questo sole,
io ti guardo e mi bevo il tuo sorriso,
amica del caso, scoperta del cuore
che deve colmare la sua sera.

Non costruisce rapporti duraturi con i suoi amori, attratto più dall’idea dell’amore che dal soggetto in cui egli trovava l’incarnazione di questa passione mai volgare:

Hai tu la veste succinta dell’alba
Hai le labbra di carne macellata
I seni divaricati
Sono stato con te. Ciao me ne vado.
Non ti scordar di me
Dei braccianti impiccioliti
Nel fascio dei fanali
Che scappano nei campi come lepri.

Le parole di Scotellaro lavorano sulla semplicità e sulla quotidianità, abbracciando anche chi non ha strumenti culturali, entrando direttamente nelle pieghe del vissuto di ognuno. Richiamano ed evocano forme, colori, immagini conosciute. Dipingono sensazioni, tormenti, paesaggi, uomini, donne:

Fra me e te
voglio piantare un frutteto.
Con le tue braccia intreccerò una vite
e quando la pioggia verrà
non ti lascerò sola.
Appena il sole sarà alto
ti canterò nelle vene.
Ogni sera verrò a bere
ai tuoi grappoli,
poi l’ alba verrà.

Vive un grande amore con Amelia Rosselli, poetessa conosciuta a Venezia. I poeti si incontrano per destino e per destino si legano. La passione per la poesia, per la vita, sembra legarli in fili doppi. Quando apprende della sua morte, Amelia Rosselli dedica a Scotellaro dei versi di una struggente bellezza, intrisi di amore e disperazione:

Dopo che la luna fu immediatamente calata
ti presi tra le braccia, morto…
… Un Cristo piccolino
a cui m’inchino
non crocefisso ma dolcemente abbandonato
disincantato
rocco morto
terra straniera, l’avete avvolto male
i vostri lenzuoli sono senza ricami
Lo dovevate fare, il merletto della gentilezza!…

La notizia della sua morte nel dicembre del 1955, a 30 anni, lontano da casa, a Portici (NA) dove aveva un incarico all’Osservatorio Agrario, si diffonde rapidamente. Quando la bara del giovane Rocco giunge al paese, gli abitanti di Tricarico, non credono alla sua morte e tentano di aprire la bara per controllare che il suo corpo sia lì dentro. Credono fosse stato rapito. Altre storie si raccontano, in quei giorni, sulla sua morte.

È da morto che Rocco Scotellaro che si rende immortale. È da morto che Rocco Scotellaro si consegna alla poesia e alla storia.

È presente in tanti noi, è parte di questa terra, di questo cielo, dentro questo vento, eppure oggi Scotellaro non si legge a scuola ed è fuori dai programmi ministeriali.
Da morto si ripete quello che gli fecero in vita, limitarlo, come fece il PSI che non mostrò nessuna vicinanza durante gli attacchi politici-giudiziari, e il carcere, il PCI che lo avversava perché poco organico, la DC che lo inserì nella lista nera dei sindaci pericolosi d’Italia.

C’è sempre un però: la sua gente!
Dopo la sua morte in molte case del suo paese era facile vedere la fotografia di Scotellaro e chiunque aveva qualcosa da raccontare sul quel ragazzo.

Oggi, ciascuno può essere quel “però”: imparare una sua poesia , leggere sua storia, andare in pellegrinaggio alla sua tomba, regalare un suo libro , raccontare un pezzo di vita.
Soprattutto assumere un impegno: non creare un santino ma alimentare quel vento di passioni di cui Scotellaro, ragazzo in un mondo di adulti, si è nutrito e a portare quel vento con noi, ovunque andiamo e andremo.
Per parafrasare Gustav Mahler che “La tradizione è custodire il fuoco, non adorare le ceneri”, diventa necessario alimentare e custodire quel sacro fuoco che bruciava in Scotellaro e nel suo sguardo comunque fiducioso, nonostante tutto, e a non limitarsi ad adorare le fredde ceneri di un pseudo cantore di una civiltà perduta.

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Sull' Autore

Sviluppo territoriale, passione per l'antropologia e i fenomeni di massa. Collaborazione per enti pubblici e privati, nella formazione, sviluppo territoriale e culturale. Ha collaborato con Inturjoven, dipartimento del turismo dell'Andalusia, Università degli studi della Basilicata, cattedra di antropologia culturale, APT (Agenzia Promozione Territoriale) Regione Basilicata Consorzi Turistici GAL ( Gruppi di Azione Locale) Enti di Formazione, in ambito culturale / territoriale e turistico. Settori di competenza: branding e identità, e sviluppo locale

1 commento

  1. Giuseppe Alfonso Grassi il

    ,,,sicuramente questa recensione critica sulla figura di Scotellaro è quella che più condivido e si avvicina alla mia…lontana da ogni santificazione o sconfinamento nelle sabbie mobili dei miti e delle leggende o strumentali vacheggiamenti di una “civiltà contadina” di cui Scotellaro non ne esalta i valori ma con “lucidità rivoluzionaria” con grande sensibilità poetica ne mette a nudo la cruda realtà !!!

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