SONDAGGI ELETTORALI ED ELEZIONE DEL CAPO DELLO STATO

0

GERARDO LISCO

Le variazioni che emergono dai sondaggi sulle indicazioni di voto per le elezioni politiche sono talmente irrisorie che di fatto non significano proprio nulla soprattutto in presenza di una percentuale elevata di indecisi e di astenuti. Lo 0,qualcosa % in più o in meno non è in grado di incidere sugli equilibri politici. Al netto dell’elevata percentuale di astenuti e indecisi la coalizione di centrodestra continua ad essere vincente; l’alleanza M5S, LeU e PD, invece, continua ad essere indietro di oltre dieci punti percentuale, divario che nemmeno una eventuale alleanza con i cartelli centristi (per capirci Azione, Italia Viva e Più Europa) è in grado di colmare e questo al netto della compatibilità di questi cartelli elettorali con il resto della coalizione M5S-Centrosinistra. Per ribaltare il risultato serve una proposta politica in grado di intercettare parte consistente dell’astensione e del non-voto. Questo è il compito che, nell’ambito della coalizione, dovrebbe svolgere il  M5S. È questa forza politica ad avere, rispetto al PD, la possibilità di parlare alle fasce sociali disagiate che stanno pagando la crisi economica e quella pandemica. Il punto è che i margini per un’operazione di questo tipo sono molto ristretti, come prova il confronto sulla elezione del Presidente della Repubblica. Dagli anni ‘90 la politica dei governi che si sono succeduti è finalizzata a trasformare il nostro sistema politico ed economico ordoliberale. In linea con questo obiettivo sono l’integrazione del nostro sistema economico nell’ambito del mercato unico, rappresentato appunto dall’U.E., la trasformazione delle istituzioni politiche e amministrative a favore di un decentramento sempre maggiore come si evince dal dibattito sottotraccia del regionalismo differenziato, il  potenziamento dell’esecutivo al fine di garantire l’attuazione delle politiche economiche e istituzionale appena richiamate, l’adeguamento del nostro sistema giuridico alle direttive comunitarie ormai unica e sola fonte normativa. Rispetto a questo contesto l’elezione del presidente della Repubblica segnerà un passaggio fondamentale in funzione della ristrutturazione in senso ordoliberale del nostro sistema politico ed economico. I nomi che si fanno hanno tutti lo stesso profilo e la stessa culturale politica. Qualcuno dovrebbe avere la cortesia di spiegarmi la differenza che esiste tra Draghi, Cartabia, Moratti, Casini o Gentiloni, infatti, a parte quella di essere collocati in partiti politici diversi sono accomunati tutti dalla stessa culturale politica. Le differenze sono sfumature legate al carattere della persona, al curricolo professionale, alle frequentazioni personali. L’ impressione è quella di una competizione tutta interna alle elite che nulla ha che vedere con le reali esigenze della società sempre più massacrata da politiche economiche e sociali funzionali agli interessi di quelle élite ben rappresentate da ciascuno dei potenziali candidati. Il rapporto Oxfam reso pubblico ieri ha detto una cosa molto semplice e cioè che la pandemia ha allargato ancora di più la forbice tra ricchi e poveri. Le crisi, verrebbe da dire, fanno bene ai ricchi cioè a chi ha già tanto. Le cause della disuguaglianza crescente sono da ascrivere in primo luogo al lavoro sempre più precario, regolato da contratti atipici, alla riduzione dei diritti sociali, alla mancanza di un sistema fiscale sempre meno progressivo incapace quindi di aggredire privilegi e posizioni di rendita. Altra causa il sistema industriale e produttivo italiano posizionato su una concorrenza fatta sulla riduzione del costo del lavoro leggasi, appunto, moderazione salariale e precarietà del lavoro. I candidati alternativi alla Presidenza della Repubblica che circolano fanno venire da piangere. Mi chiedo come sia possibile proporre la Segre, ormai ultra novantenne. Anche le altre proposte alternative sono delle pure e semplici butade fondate sul nulla. Le candidature alternative provano la povertà della politica o meglio l’egemonia della cultura politica liberale da una parte e il nulla da tutte le altre parti. Il tirare fuori personalità simboliche sta a significare una sola cosa e cioè la povertà di pensiero e quindi di prospettiva politica alternativa. Il Presidente della Repubblica rappresenta l’unità del Paese e non solo quella. Dalla Storia recente e nemmeno tanto recente si evince che il ruolo del Presente della Repubblica dipende molto dalla personalità di chi viene eletto e il ruolo di garante non è più solo rispetto allo Stato italiano ma per i trattati sottoscritti, ormai parti integrante del nostro sistema giuridico – politico, deve essere garante anche del sistema giuridico – politico rappresentato dall’U.E.   A partire da Pertini in poi abbiamo avuto Presidenti della Repubblica che hanno saputo interpretare il proprio ruolo in modo attivo. Negli ultimi anni solo il settennato di Ciampi è in qualche modo riconducibile a quello dei presidenti della Repubblica eletti prima di Pertini. Tutti gli altri Presidenti hanno inciso sulla vita politica italiana. Come si fa a non ricordare il ruolo di Cossiga, il ” picconatore”, o quello di Oscar Luigi Scalfaro, per non parlare della Presidenza Napolitano o dell’uscente Mattarella. Ciampi si è limitato a fare il presidente della Repubblica, per così dire, “notaio”, perché aveva già inciso e tanto sul sistema Italia per cui durante il suo settennato si è astenuto dal fare altro. A partire da Pertini gli italiani si sono poco alla volta abituati a Presidenti nuovi, energici, capaci di incidere e indirizzare le scelte politiche. L’ Italia è prossima per il semipresidenzialismo ? Il mantra che gira è quello di dover potenziare l’esecutivo. Penso che la vera domanda alla quale dare una risposta sia potenziare la figura del Presidente della Repubblica o quella del Presidente del Consiglio? Per fare questa operazione le élite hanno bisogno di un Mattarella bis fino al prossimo anno con Draghi alla presidenza del Consiglio, in alternativa Draghi alla presidenza della Repubblica con un presidente del consiglio suo fiduciario. Se entrambe le opzioni non saranno possibili un presidente allineato al Governo Draghi. I nomi che girano garantiscono tutti continuità politica. In sostanza il nuovo Presidente della Repubblica dovrà essere il garante della continuità del processo in corso che ho provato a delineare per sommi capi per cui, alla fine, non ci sarà nessun elemento di rottura rispetto a quanto è stato fatto negli ultimi anni. Se qualcuno pensa che ci possano essere presidenti della repubblica di rottura è fuori strada rispetto alla realtà i sondaggi, in questa fase, lasciano il tempo che trovano.

 

Condividi

Sull' Autore

Gerardo Lisco

Capo Unità Org.Amm. presso Ferrovie Appulo Lucane Ha studiato Giurisprudenza presso Università degli Studi di Roma "La Sapienza" e Sociologia presso l'Università di Salerno

Rispondi