Sorgi: bastava documentarsi un po

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donne lucane dopoguerra

by DINO DE ANGELIS

Capisco il coro di indignazione contro Marcello Sorgi per aver etichettato frettolosamente e superficialmente la Basilicata come “la regione più desolata d’Italia tranne quattordici chilometri di coste. Basta leggere Cristo si è fermato ad Eboli di Carlo Levi o vedere il film di Rosi che fu tratto dal libro. Se togli quei quattordici chilometri di coste, il resto del territorio è veramente abbandonato, completamente desolato”.

Si continua ad etichettare questa regione in base a stereotipi risalenti agli anni del secondo dopoguerra. Come se negli ultimi settant’anni quello scialle nero è ancora lì a coprire le spalle e le teste delle austere signore dei nostri paesini arroccati sulle pendici delle montagne dell’Appennino. Come se gli asini da soma fossero ancora l’unico mezzo di trasporto valido per le cose e anche per le persone. Come se le massaie, prive dei moderni sistemi di lavaggio dei panni, scendessero ancora alla fiumara a lavare la biancheria sulle pietre bianche accanto al corso d’acqua. Come se certi riti pagani documentati da Ernesto De Martino fossero ancora l’unico rimedio a cui le nonne della nostra terra ricorrano per curare le malattie dei nostri figli.

La verità è che in questo paese si parla troppo spesso in maniera approssimativa, per stereotipi e luoghi comuni, e non si ha la voglia di approfondire un fenomeno, di studiarne le cause profonde, di comprendere fino in fondo l’evoluzione di una terra, di una regione, di un popolo. Come se il web per certi personaggi non fosse mai stato inventato, eppure basterebbe accendere un qualunque computer in dotazione alla prestigiosa redazione de La Stampa, di cui Sorgi non è un giornalista qualunque, ma un prestigioso editorialista, per scoprire cose della Basilicata che sono inimmaginabili. Se solo si fosse preso la briga di documentarsi, non di fare approfondimenti ma solo documentarsi e basta, avrebbe forse capito che la Basilicata è diventata un’altra cosa rispetto al banale stereotipo con cui l’ha etichettata, fotografandola in un tempo che non esiste più, neppure da queste parti.

Sembra che una della maggiori firme del giornalismo italiano non abbia mai  sentito parlare, ad esempio, neppure di Matera e di tutto quello che le sta capitando, e viene spontaneo pensare che certe clamorose insufficienze ce le aspettavamo più da qualche improvvisato politicante da quattro soldi, tipo Razzi o Scilipoti tanto per capirci, che da un giornalista – ovvero da una persona che, per informare, deve necessariamente essere informato -.

Caro Sorgi, seppure non conosci in quale direzione la Basilicata è cresciuta negli ultimi settant’anni, avresti almeno dovuto sapere che le nostre coste non sono di quattordici chilometri, come hai più volte ripetuto in diretta a Ballarò, ma sono trentacinque chilometri la sola costa jonica, e diventano quasi sessanta sommati al litorale tirrenico.

Queste informazioni si trovano lì, gratis, a portata di mano, in una scatola magica che si chiama web e, pensa, è in grado di accedervi perfino un cittadino qualunque di questa terra nella quale Cristo non è mai voluto arrivare, fermandosi qualche chilometro prima. Pazzesco, vero?

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