STORIA DI GUITTI E DI GIULLARI

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LUCIO TUFANO

I giullari (joculares, giocoiatori, giocolieri) furono buffoni di mestiere che, scriveva Parini, spandevano facezie e novelle sopra la tetra noia della gente. Venivano da lontano verso il castello, sotto gli occhi attenti delle case e dei fanciulli con due file di sonagli al farsetto, alle brache, al mantello, con un imbuto a tre punte e campanelli sulla testa, un liuto o una mandola ad armacollo, rossi e viola, incuriosendo le donne del paese e divertendo le corti. Cantori popolari, buffoni delle regge, per le vie e per le piazze battevano la grancassa della risata.

            Mille giochi e scherzi, mille invenzioni e bizzarrie, le beffe più sorprendenti e le storie più originali venivano ordite da questi arcieri temerari di frizzi mordaci ed insolenti contro potenti gentiluomini noti per la loro crudeltà e che non consentivano ad alcuno di prendersi beffa di loro.

            Ma i giullari facevano ridere non solo per le smorfie e per le capriole, ma essenzialmente per le battute pronunciate in volgare, ed in una maniera che sbeffeggiava la lingua tradizionale alterandola della solennità regale che le era propria.

            Oggi forse diventa possibile una operazione siffatta per una lingua che non sia quella degli artefici del gentile idioma e della tradizione, pieno dominio della borghesia. Una lingua volgare nuova da usare perfino nella poesia come lingua dei residui, mentre il pregiato manufatto linguistico sembra di più appartenere alla gran mole della produzione in serie.

            I meccanismi di recupero delle produzioni verbali sono in moto per un mercato ampio che va dagli slogans pubblicitari, ai discorsi di regime, alle frasi ricorrenti, alle canzoni, agli articoli di fondo, ai saggi critici, alle recensioni d’arte, ai trattati, ai comunicati stampa, alle conferenze, etc.

            L’industria della parola non conosce ostacoli, la sua catena di montaggio è in piena efficienza. La poesia, che è la parte più pregiata dell’elaborato linguistico, risente di questa superproduzione al punto da subire una forte recessione. Nella riscoperta del nuovo manufatto linguistico, un revival di frasi popolano comuni, portatrici di significati diversi oggi rispetto al contesto del quale facevano parte, si innesta nei processi di sedimentazione della poesia, non più come attenta selezione delle espressioni sublimi, ma come utilizzo delle scorte e dei detriti per un nuovo modo di fare poesia.

Di quale poesia si tratti è facile comprenderlo non appena la si incontri.

È fatta di parole usate da sempre e che perciò hanno subito un forte processo di obsolescenza, o di quelle che, relegate in vecchi frasari da cerimonia o nei repertori delle frasi banali o dei luoghi comuni, si riscoprono e si inseriscono in un testo originale ed allegorico come vecchi perni arrugginiti o bulloni in un congegno tecnicamente moderno. Si tratta d’interventi a senso unidirezionale, l’anticipazione di una nuova poesia comica.

            Le esperienze ci sono, canovacci geniali e ricchi, monologhi esilaranti, stupendi dialoghi del comicismo italiano, da Petrolini a Totò, a quelli dell’avanspettacolo e dell’operetta e fanno si che si possa recuperare tutta una quantità di fenomeni che hanno caratterizzato la evoluzione della comicità parlata. Epoche e regioni della piccola borghesia, del sottoproletariato e della società perbenista vanno attentamente osservate quindi con il precipuo intento di riutilizzare i materiali per una comicità intesa come elaborazione culturale.

            Per il vasto pubblico borghese e piccolo borghese certe cose erano di casa, il linguaggio di ogni giorno e quello di circostanza, tutto un labirinto di frasi ed espressioni usuali che avevano avuto la massima importanza in un ambiente ed in una società ove la forma era da salvare su tutto e il conformismo costituiva la facciata, ivi compresi i gerghi militari o militararisti e quelli del fascismo. Queste in sostanza sono le cose che vanno rielaborate e trasmesse a pubblici diversi, colti e meno colti.

            Quanto è caduto dai polverosi palcoscenici, va ripassato con meticolosa attenzione per ricavare da una poltiglia di cocci una buona pasta di madreperla, rovistando nelle casse piene di battute, di parolacce, di mosse bisillabe.

            È assistendo soprattutto alle proprie macerie che la poesia può svincolarsi per sempre dalla retorica che la attanaglia nel viluppo del linguaggio di élite e la rende goffa di sentimentalismi e di conio.

            Ci imbattiamo nella poesia dimessa che non dovrà più essere recitata da un attore, ma dall’uomo, personaggio in condizioni di poeta e quindi al cospetto della verità, nuda solo come un guitto.

            La poesia comica significa anche il ritorno alla tradizione orale per la quale non esisteva alcun confine tra sogno e realtà. Sin dai tempi di Omero non era distinguibile la realtà dalla poesia, difatti era proprio la commistione tra realtà e il sogno che faceva scaturire il canto ai poeti; questo valeva per Aristofane, per Menandro, per Plauto, per Petronio, per Apuleio, ecc.

            La poesia borghese invece ha sempre mantenuto una abissale differenza tra i due solchi, il sogno e la realtà.

Questo tipo di poesia si sdoppia, presenta due facce, due fonetiche, contiene un significato ambiguo – è recitata dall’ultimo giullare del 1200 che si può incontrare a Roma o a Napoli o a Milano una sorta di omosessuale a due voci, una sottile da soprano, gentile ed aristocratica – l’altra volgare, dialettale e da basso.

            Tutto questo non costituisce una scoperta, perché il comico era stato solamente accantonato dalla letteratura come un genere satirico, invece si trattava di tutt’altra cosa. Era il comico ritenuto osceno da un tradizionale perbenismo che aveva finito col fare di un gusto un criterio e di un criterio una accademia, ritenendo il resto come licenzioso.

            Il comico invece è proprio il genere che può far ritornare alla poesia molto pubblico perché è orale e non presenta barriere tra il conscio e l’inconscio.

            Oggi non ci si può stupire se il pubblico della poesia è fatto dai soli poeti, specie se si pensa al ruolo tenuto dal poeta quale vate, aedo, veggente, professore, filosofo.

            Ma il poeta, finalmente esposto al pubblico verrebbe da tutti ascoltato. Si tratterrebbe di un nuovo tipo di poeta, né pitocco, né vate: di un poeta che sfotte con la complicità del pubblico la società ed il potere, il giullare che sfotte il re questa volta, quel re del quale un tempo era il pagato buffone. Potrebbe al limite chiedere i soldi col piattino e col cane ed otterrebbe di tutto, dal fiasco di vino, al profumo o alla rosa delle signore, o forse anche un rubino.

            È un genere di poesia che si può fare negli ambienti dove la gente ha smesso di lavorare e riposa, nei ristoranti, nei piano-bar, nei night, dove perfino i camerieri smettono di servire per ascoltare e ridere, nelle fabbriche o nei circoli culturali; dovunque vi sia naturalmente la vocazione del ridere. Entra, si presenta, avverte i signori che quello che sta per fare e per dire è un gioco, che è un gioco da medium, ossia ispirato e legando il conscio all’inconscio.

            È insomma la poesia del recupero di tutto ciò che si è perduto, del teatro della infanzia, di quegli spazi vitali entro i quali la spontanea, commossa, forte risata prorompe perché sollecitata nel profondo intrigo di memoria, nostalgia, critica ed ironia, nevrosi ed angoscia.

            Henri Bergson, nel suo saggio su «II riso» (1900), sosteneva che il comico serve a neutralizzare i meccanismi di offesa. Attualizzando questo concetto possiamo aggiungere che la parola comica disinnesca la parola burocratica o quella militare ed autoritaria, che sono imperative anche se usuali e falsamente sociali e tribali. Soprattutto se scomposta e scomponibile la parola partecipa in maniera più decisiva ed intensa, alle ipotesi linguistiche di una società nuova e cresce insieme ad essa.

            In questo modo essendo la parola “duttile”, componibile, ricomponibile, può caricarsi di valori sperimentali i più vari, i cui effetti come acustica, come fonetica e come capacità plurilingue, nel senso della lingua straniera o del dialetto, del gergo o dell’argot (linguaggio da trivio, clownistico, da cocchieri o da facchini, ecc.), sono irresistibili perché assumono le dimensioni anticonformiste dell’ilare, dell’impertinente, dello spudorato, al punto da sconvolgere qualsiasi atmosfera piccolo borghese e perbenista.

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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