
Lidia Lavecchia
Il recente rapporto Svimez offre uno spaccato impietoso ma realistico della situazione economica della Basilicata. Se da un lato si registra un tenue miglioramento dell’occupazione, dall’altro emerge una fragilità strutturale del tessuto produttivo regionale che non può essere ignorata. Il cuore dell’economia lucana – l’industria – è in evidente difficoltà, con un calo del 4% degli occupati nel settore manifatturiero solo nel 2024 e una perdita del 25% del valore aggiunto negli ultimi cinque anni. Un dato che dovrebbe allarmare, non essere archiviato come semplice “fase di transizione”.
Al contrario, la crescita nei settori delle costruzioni e del turismo viene presentata quasi come una vittoria. Eppure, si tratta di comparti che, sebbene importanti, restano a basso valore aggiunto, con occupazione spesso precaria, stagionale e scarsamente qualificata. Si rischia così di consolidare un modello economico fragile, privo di visione e destinato a non reggere nel medio-lungo periodo.
La cosiddetta “ripresa” dell’occupazione è trainata più da bonus edilizi e incentivi temporanei che da un reale sviluppo produttivo. È un’illusione di benessere che non produce innovazione, né vera ricchezza per il territorio. La crescita del PIL prevista per i prossimi anni (+0,6% nel 2025, +0,7% nel 2026) è del tutto insufficiente a colmare il divario con il resto del Paese, figuriamoci con l’Europa.
Preoccupa anche l’emorragia demografica: la Basilicata ha perso oltre il 7% della popolazione tra il 2019 e il 2023. Senza una popolazione giovane, formata e stabile, ogni investimento rischia di essere una goccia nel deserto. Eppure, si continua a procedere con politiche deboli e interventi poco coordinati, come se il tempo non fosse un fattore critico.
La verità è che la Basilicata ha bisogno di un nuovo patto industriale e sociale, che vada oltre l’assistenzialismo e la logica dell’emergenza. Servono politiche pubbliche coraggiose, che investano in ricerca, innovazione, filiere produttive avanzate, infrastrutture strategiche e formazione. Bisognerebbe smettere di celebrare la resilienza e cominciare a pretendere sviluppo.
Continuare ad accontentarsi di qualche punto percentuale in più nel turismo o nell’edilizia, mentre l’industria crolla, è come tappare le crepe di una diga con il nastro adesivo: funziona finché non arriva la prossima crisi.
La Basilicata merita molto di più. E il tempo per invertire la rotta è sempre meno.