LA RENDITA DEL LEVISMO

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 lucio-tufanoLUCIO TUFANO

 

 

 

 

 

Fermi ancora a quella fase di denuncia poetica che ha caratterizzato il “levismo” e che ha procurato una notevole rendita di pretenziosa intellettualità, a chi ha voluto ostinatamente e pedissequamente sfruttarne le orme percorrendo lo stesso tracciato, senza alcuno sprazzo di originale talento.

Certamente non fu nostra la colpa se il “levismo” finì con l’imporre una tunica mesta anzi funerea alla Lucania, trascurando gran parte della sua identità e della sua storia, sia di quella arcaica, sia di quella moderna, e non valutando a fondo i suoli lirismi, le sue stagioni, i suoi regimi, il costume, la commedia e il grottesco del suo teatro popolare e urbano. La sua civiltà urbana, e quella buona borghesia costernata e colta. Ma che da decenni pontifica su di essa e sulla sua identità e cultura, gli inviati del centro e del Nord, delle grandi testate (stampa e Tv), spesso frettolosi e superficiali, gli studiosi stranieri ed altri, hanno sempre preso spunto dai canoni leviani; nulla da aggiungere al brigantismo, nota folcloristica cui viene reclamizzata la Basilicata.

Non capire la Lucania di oggi vuol dire non conoscere quanto è accaduto da settant’anni ad oggi, di come un regime per buona parte ipocrita abbia ancora i suoi epigoni in difesa di numerosi e ben retribuiti seggi nella mappa del potere locale, fra l’altro ormai legittimati e condivisi dalla sini­stra. Non sa di personaggi che oggi vengono ancora contrabbandati come i detentori del tutto, intel­lettuali, storici, economisti, docenti universitari, leader di partiti o di formazioni, create dalla sera alla mattina, consulenti e direttori generali, la cui rendita è composta di conti in banca semplice­mente faraonici, senza nulla togliere ai portavoce, portaborse e porgi-cappotto.

Com’è potuto accadere tutto questo? Molti, anche con notevoli qualità e prerogative acclara­te, hanno voluto inseguire la suggestione della “centralità del successo”. Se ne andarono e continua­no ad andarsene, alla ricerca di lavoro, di affermazione e di fortuna. Se Napoleone Buonaparte fosse nato qui – qualcuno potrà oggi dire che – sarebbe finito come impiegato al Catasto, proprio per quella sua mania di appuntare le bandierine sulle mappe e sulle particelle.

Meglio così, come è andata, poiché i benefici effetti della più grande delle rivoluzioni, la meglio riuscita, vennero in fondo annientati dal “bonapartismo” di famiglia, tirannico e nepotista.

La verità è che c’è quest’antica, ancestrale ansia, di emigrare sull’esempio di tanti che si an­corarono a Mecenate (Orazio FIacco), o ad “Il mondo” di Pannunzio, al “Corriere della Sera”, alla Rai, alla politica parlamentare, alle industrie del nord e via di seguito …

Fu Felice Scardaccione che inneggiò all’Esodo degli intellettuali e dei poeti, lievitandoli alla guisa di un esercito in fuga, alla ricerca di applausi, di pubblico, di ribalte e di mercato.

Ora, con la fabbrica delle lauree, con l’imposizione egualitaria del “diritto allo studio”, con la scomparsa dei mestieri più tradizionali, da quelli umili a quelli d’arte e creativi, con la scomparsa dell’etica nel modo di vivere e di convivere nella politica ed in questa nostra società, ha ragione chi parla di una società immersa in una bolgia delle presunzioni, di vane competizioni, dì invidie e di esibizionismi disperati … Tutti sono scrittori, tutti scrivono e pochissimi leggono, tutti sono poeti, tutti sono geniali politici, sono pensatori e sono in grado di essere all’altezza di ogni situazione …

Questo probabilmente si è verificato anche a causa della scomparsa delle classi, di quelle contadine e artigiane, mentre si assiste alla formazione di un magma senza identità, dentro il quale si sono inseriti i nipoti degli ex contadini, qualche della vecchia borghesia, i piccoli borghesi ed infi­ne i sottoproletari con titolo di studio.

In tale bailamme emergono, come sempre è accaduto, i soliti furbi, con le sopraggiunte ulte­riori componenti di ambizione, di avidità, di corruzione e di quelle componenti quasi isteriche di nuove rivendicazioni come quelle delle femministe per la battaglia di un’emancipazione che tarda a venire, quelle dei nuovi frettolosi e facili trasformismi, le componenti di quelle che tenacemente difendono le vistosissime rendite del nuovo fascismo corporativo, e poi l’orgoglio gay e la spavalderia di chi viene “eletto dal popolo”: governatori, presidenti, consiglieri regionali, di amministra­zioni, onorevoli leader della base e leader delle altezze, difensori ed offensori delle istituzioni, tutto nel quadro delle celebrazioni per i 150 anni dell’Unità d’Italia e dei 40 anni di regionalismo e di de­centramento dei poteri dallo Stato agli Enti locali. Sempre omettendo una seria e profonda riflessio­ne sulla spesa pubblica, sugli sperperi e sulla condizione della perversa spirale del debito pubblico. A tutto questo occorre aggiungere uno dei peggiori difetti del “provincialismo”, quello di fregiarsi dei grandi nomi che vengono invitati a tenere le loro ponderose conferenze sul nostro povero e de­solato deserto. L’esterofilia di chi è sempre e solo disposto a riconoscere e applaudire il già noto, per altro, applaudito altrove, perché possa far lievitare il decoro ed il prestigio di chi ha invocato la sua presenza.

La “centralità del successo” è sempre stato un fenomeno gravitazionale, non è mai stato un fenomeno di periferia, tranne per coloro che, fruendo della spinta elettorale, specie oggi, vengono elevati al rango di detentori del potere locale con i vari crismi del privilegio, assumendo anche il ruolo degli antichi baroni o dei ricchi borghesi di un tempo. È possibile decentrare il successo, come sono stati decentrati i poteri, o come furono decentrati i programmi radiofonici dell’accesso? Occor­re forse abbattere la televisione komeinista, la televisione totalitaria, la televisione che impone i suoi programmi, le sue didattiche, le sue pedagogie – così come lamentava Pasolini – senza che vi sia al­cuno che dal basso possa interloquire e contraddire.

A tutto questo bisogna opporre un dibattito democratico, se non si tratta di situazioni patolo­giche, altrimenti bisognerà ricorrere alle terapie d’urto.

 

 

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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