Se si guarda dall’alto una qualunque citta’ americana la prima cosa che si nota e’ l’immensita’ delle aree verdi disponibili, di territorio non consumato. Di questo dono di madre natura – gli immensi spazi – gli statunitensi non hanno alcun merito; della cura pero’, e della sistemazione del verde il merito lo hanno si’, e questo dettaglio e’ esemplificativo di una delle principali differenze con l’italica stirpe.
La mattina vado a correre al parco Rowland Francis.
Un rettangolo di verde e bosco di 2 km. circa, con campi da tennis, una vasca con fontana, vialetti interni, aree per picnic e tanto, tanto spazio aperto, con erba rasata, su cui ci si puo’ stendere, leggere, prendere il sole. Andare la mattina all’alba a correre lungo il perimetro e’ una esperienza zen.
Aria pulitissima, che profuma di tiglio, erba tagliata, resina scaldata dal sole.
Poche persone, per lo piu’ arzille signore oltre la sessantina a coppie o a gruppi, che ti sorridono e trillano “Hi, darling” anche se ti vedono per la prima volta in vita loro; ragazzi giovani che inseguono i loro personali traguardi, con la musica nelle orecchie; adulti con cani di ogni taglia e razza, rigorosamente al guinzaglio.
Attorno, verde a perdita d’occhio. Aiuole curate e pensate ad ogni angolo del rettangolo, ben mantenute.
Certo, le non poche tasse che ogni cittadino residente versa alla municipalita’ servono anche a questo; ma mi dicono che esistono piu’ associazioni di “amici del parco Francis” che periodicamente ripiantano, e soprattutto vigilano sul decoro dell’area, organizzano feste e concerti, mantengono il parco vivo. Neppure un bicchiere, una cartaccia, un mozzicone. Uno spettacolo che fa subito respirare aria di civilta’, e a rilassare oltre ogni immaginazione. 
Lungo tutto il perimetro, sono posizionate a distanze regolari panchine di metallo verde. Sono state donate dai cittadini al parco, ed in cambio dello sforzo economico i donatori hanno avuto la possibilita’ di apporre una targhetta “in loving memory”, di dedicare la panchina a qualcuno che non c’e’ piu’. E le dediche spesso sono commoventi. Se qualcuno perde qualcosa lungo il tragitto, sicuramente una mano raccogliera’ l’oggetto perso e lo posizionera’ su una delle suddette panchine, cosi’ che possa essere subito ritrovato dal proprietario, e li’ restera’ fino a che questo non accade.
Le case private americane al loro interno spesso sono non perfettamente manutenute, ne’ arredate con cura; nelle stanze, soprattutto se abitate da adolescenti, spesso sembra sia esploso un ordigno che dall’armadio ha fatto tracimare i vestiti sul pavimento e su tutte le superfici disponibili; spesso la pulizia, complici moquette e tappeti, lascia un po’ a desiderare. Ma il pezzo di giardino privato che da’ sulla strada sara’ sempre, sempre perfettamente rasato, le piante sempre perfettamente potate e innaffiate, le siepi sempre perfettamente allineate. Tutto cio’ che e’ pubblico e’ palesemente roba di tutti, e di cui tutti devono avere la massima cura possibile.
In Italia accade esattamente il contrario. Usciamo da case perfette, per le quali abbiamo speso tempo e denaro, curatissime e quasi sempre pulitissime, con dettagli preziosi, quadri, soprammobili ben assortiti. Appena fuori, e’ terra di nessuno: monnezza, cicche, cartoni di pizza, bicchieri di carta e bottiglie e lattine strizzate sono il tristissimo corollario di ogni risveglio dei parchi pubblici, almeno nella mia citta’; tanto poi mani pubbliche o private ripristineranno piu’ o meno il decoro, fino al prossimo festino con relativo trogolo. L’erba cresce fino a diventare rovo; le aiuole si spennano nella mancanza di potature; le edere infestano l’infestabile, senza che l’istituzione pubblica intervenga, e senza che nessuno – tranne pochissimi eroici volenterosi – senta il bisogno di non sporcare, o di prendere una cesoia e ripulire, potare, aggiustare.
Su questa banale differenza di valore pubblico-privato si gioca, temo, una battaglia di civilta’ ben piu’ ampia. Che ci vede, al momento, abbastanza perdenti.
