TRA BERLINGUER E PAPA FRANCESCO. A COLLOQUIO CON PIETRO FOLENA

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Leonardo Pisani

di LEONARDO PISANI

Intervistare Pietro Folena, significa addentrarsi nella complessità e nella molteplicità della storia della sinistra italiana degli ultimi 40 anni, storia della quale Folena è stato protagonistA, attore fondamentale e osservatore attento e acuto. Pietro Folena è stato l’organizzatore  nel giugno 1984 dell’ultimo comizio di Enrico Berlinguer e da giovane segretario cittadino del Pci di Padova; è stato sempre a fianco del carismatico segretario del Pci. Una vita a sinistra, tra svolte, e cambiamenti e esperienze di notevole spessore politico come la direzione della Federazione Giovanile Comunista Italiana dal 1985 al 1988, organizzatissima e  capace di muoversi, grazie a Folena, in grande  autonomia .. Poi il Pci e il Pds come segretario regionale in una Sicilia attanagliata dalla morsa dei Corleonesi di Riina, degli omicidi eccellenti. Dal 1988 fu tra i promotori della Primavera di Palermo e tra gli organizzatori  della grande mobilitazione civile antimafia dopo gli assassinii di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Protagonista anche nei Ds, assumendo il coordinamento nazionale dei Democratici di Sinistra durante la segreteria Veltroni. Poi le scelte e le divergenze. Da deputato  in alcune occasioni, molto significative, a partire dalla richiesta di ritiro dall’Iraq, ha votato in dissenso dal gruppo Ds. “Ritengo infatti che la sinistra debba essere pacifista, laica, libertaria e socialista. Mi piace Zapatero. Non mi piace Blair – spiega nel suo blog Terra di Nessuno Nel 2005 sono uscito dai DS, che stavano diventando PD, non condividendo quest’operazione, e vedendone tutti i pericoli. Sono entrato come indipendente nel gruppo del PRC, quando Bertinotti promuoveva la svolta verso una sinistra nuova. Ho fondato Uniti a Sinistra, un movimento che si è battuto e si batte per un nuovo inizio della sinistra italiana. Nel 2006 sono diventato Presidente della Commissione Cultura della Camera, sviluppando un lavoro molto importante, soprattutto contro la precarietà nella scuola e nella cultura”.

La complessità di Pietro Folena, sta anche in queste temi al centro dell’intervista: formazione, scuola, cultura.

Sei  uno dei “ Ragazzi di Berlinguer” per citare un tuo saggio; hai vissuto le maggiori trasformazioni della sinistra italiana dal “Compromesso storico”  all’Eurocomunismo di Berlinguer; eri con lui nella tua Padova quando si sentì male, Poi la trasformazione Pci/Pds/ Ds e Pd, al quale inizialmente non hai aderito, preferendo l’esperienza di Rifondazione Comunista. Cosa è rimasta della tradizione della sinistra storica in Italia.?

“È abbastanza sorprendente  quanto la forza della tradizione della sinistra italiana sia andata ben al di là del momento in cui le forme politiche che essa aveva assunto sono state superate, o si sono dissolte. L’egemonia culturale della sinistra ha avuto un lunghissimo ciclo, malgrado il fatto che, dopo l’89, le forze che hanno ereditato quella storia abbiano voluto o rinnegarla o nasconderla, concependo la propria funzione in termini di partito leggero il cui unico compito era la competizione per il governo. Si  può senza dubbio affermare che, soprattutto per quello che riguarda il PCI, l’onda della forza delle sue idee abbia attraversato la società nei decenni successivi al suo scioglimento. Purtroppo, a partire dagli anni 90, è iniziata un’offensiva culturale della destra, volta a riabilitare storicamente il fascismo e soprattutto alcune delle sue idee, come quella razzista. Rimango convinto che la sinistra potrà rialzare la testa e conquistare consensi prima di tutto se saprà ricollegarsi, non nostalgicamente, alle tradizioni comunista e socialista italiane, e al senso di una lotta per il riscatto degli ultimi, l’emancipazione delle classi più disagiate, la cultura come fattore di liberazione umana. Oggi Papa Francesco rappresenta un punto di riferimento morale per chi vuole cambiare il mondo”.

 

Dopo le dimissioni di Zingaretti, nel Pd torna Letta, e trova più correnti – scusami la battuta – che razze aliene dell’Universo di Star Trek, con un partito che prende voti nei quartieri vip delle città ma non in quelli popolari. Si parla più di ministeri che di rider, lavoratori  precari o disoccupati. Che è successo agli eredi dei partiti di massa?

“Mi sembra che anche in quest’ultima vicenda ci sia la riprova di quanto ho appena detto. La natura del PD, e degli altri partiti, è oggi prevalentemente istituzionale e elettoralistica. E’ il fenomeno che è stato chiamato da molti -e anche da me, nel mio ultimo saggio “Servirsi del popolo”, pubblicato da La Nave di Teseo, che analizza la crescita impetuosa dei populismi nel nostro Paese- “governismo”. Si è  perduta ogni idea di radicamento sociale, e di partito di massa, come fu nella prima parte della storia della Repubblica, fino al quinquennio 89-94. Enrico Letta nel suo discorso programmatico ha denunciato questo aspetto, di un partito che si pensa solo nel potere e solo al Governo. Le correnti non sono più tendenze di idee diverse, ma aggregati volti a condizionare gli assetti di potere, a dividersi le candidature e a portare i propri affiliati nelle istituzioni. A questa tendenza si è aggiunta e soprapposta quella leaderistica, al punto di mettere il nome del leader nel simbolo elettorale e di dar vita nei territori -come si è visto in molte realtà in occasioni di recenti elezioni locali e regionali- a veri e propri partiti personali. Questa situazione allontana i cittadini dalla politica, semina sfiducia e sprigiona spinte antipolitiche che possono giovare a una destra populista e radicale”.

Governo Draghi, sembra che in nome dell’Europa si possa fare qualunque tipo di maggioranza e chi sceglie di essere minoranza quasi compia un “delitto politico” Che ne pensi?

“La vicenda della formazione di questo Governo, e della caduta di quello giallorosso, è fortemente segnata dalla volontà dei grandi gruppi economici e finanziari del nord del paese di gestire direttamente i 209 miliardi del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, ovvero di condizionarne in modo determinante la gestione. Un ruolo importante nella demolizione mediatica del Governo Conte lo ha giocato l’ex-gruppo Fiat che controlla Stampa e Repubblica. In qualche modo FCA, De Benedetti, Berlusconi, Benetton e molti altri, pur mossi da interessi diversi, avevano necessità di aprire questa nuova stagione. Matteo Renzi è stato solo il loro strumento per far cadere il Governo, strumento divenuto poi un po’ ingombrante oramai, anche a causa delle sue frequentazioni saudite. Ciò detto io penso che siano stati fatti degli errori da Giuseppe Conte e dal PD. Due in particolare: il primo, di Conte, quello di non aver investito in una grande discussione popolare, dal basso, i corpi intermedi e la cittadinanza attiva sul PNRR; è rimasta, la preparazione del Piano, nel Palazzo, ed è bastato un prevedibile colpo di Palazzo per far cadere il Governo; il secondo errore è stato quello del PD di affidarsi solo a Conte come leader della coalizione (sempre alla ricerca di un Papa straniero…), e quando inevitabilmente l’oramai ex-premier ha accettato la proposta di Beppe Grillo, il castello del PD zingarettiano è crollato immediatamente. Ora sinceramente non c’erano alternative al sostegno a Mario Draghi: un moderato, per bene, con un grande prestigio internazionale. Ma occorre che si faccia sentire con forza la voce della sinistra e del centrosinistra, all’interno di questo scenario nuovo. Rispetto alla tua domanda ritengo che il problema non sia l’Europa. All’Europa, tutti lo hanno capito più o meno, non ci sono alternative. Il problema è quale Europa…”

Cuperlo e Folena a Bologna, 1988

Sei stato un grande e amato segretario nazionale della Fgci, fammelo dire perché anche io ero “un ragazzo di Folena” e quando hai lasciato ero tra i delegati del congresso di Bologna nel 1988. Ricordo con emozione il messaggio di Sandro Pertini che ricordava il suo amico Antonio Gramsci e il lungo applauso a Niki Vendola che ricordava il nostro Franchino  Acquasanta, il dirigente del Pci  lucano morto prematuramente in Messico la stessa estate. In quel congresso, dove eleggemmo Gianni Cuperlo, ricordo le altre delegazioni, Fgsi, Giovani Dc, Giovani repubblicani ecc ecc. Oggi si fa poca formazione politica? O si fa ma sono cambiate le modalità?

“La nostra è stata un’esperienza davvero straordinaria e irripetibile. La prova sta nel fatto che quarant’anni dopo rimane un legame, una colleganza, un sentire comune tra chi ha fatto quell’esperienza. Hai citato un compagno splendido, come Frankie Acquasanta, per non parlare di Antonio Luongo e di altri che non ci sono più, come Tom Benetollo, Alex Iriondo, Angela Benassi, solo per citarne alcuni. Il problema, di cui parlo nel mio libro, è che alla fine dei partiti di massa, e delle grandi organizzazioni giovanili, come fu la nostra, soprattutto in quegli anni, si è sostituito il modello di una politica leaderistica, con strutture leggere, fondata sulla fedeltà al capo nella speranza di poter essere premiati. Non si fa quasi più formazione politica. Al contrario in molto volontariato e associazionismo si fa formazione sociale, culturale, civica. Per queste ragioni, insieme ad alcuni compagni della “nuova FGCI” di allora, e ad alcuni giovani, abbiamo promosso l’Università dell’Uguaglianza, un’associazione volta alla formazione politico-culturale di alcune centinaia di giovani, che ha cominciato le sue attività, a causa della pandemia, a distanza, ma che si propone di diventare la scuola di politica indipendente che aiuti una nuova generazione, come dicevamo una volta, a scendere in campo”.

Il linguaggio, la comunicazione politica. Tuo padre fu un grande linguista e autore di un innovativo dizionario. Trovo il linguaggio politico più povero di termini e anche stereotipato. E parole come riformismo forse anche snaturate. Che ne pensi?

“Proprio quest’anno il Ministero della Cultura ha istituito un Comitato nazionale per il centenario della nascita di Gianfranco Folena. Le iniziative che abbiamo fatto si sono fortemente indirizzate a questo tema: quello della ricchezza del linguaggio e della molteplicità delle parole e del loro uso. Eccome, se c’è stato un impoverimento nel linguaggio politico. Drammatico direi. Sembra di essere entrati nella trama di 1984, di George Orwell, quando il regime per consolidarsi incarica gli esperti di costruire una neolingua, riducendo il numero delle parole e stravolgendone il significato. Meno sono le parole, più sono semplificati i concetti, meno c’è il rischio che si pensi, che si critichi, che si sia liberi. Torna quanto insegnava Don Lorenzo Milani: la tua libertà dipende da quante parole sai. Oggi, nel linguaggio politico, con un uso delle semplificazioni imposte dalla rete, è cresciuto un nuovo linguaggio violento, razzista, odioso. C’è un fascismo digitale che va contrastato riscoprendo il valore della cultura, della formazione, della poesia, dell’arte. E’ questo il campo, non a caso, nel quale negli ultimi dodici anni, dopo aver lasciato l’impegno politico a tempo pieno, ho deciso di impegnarmi, fondando Metamorfosi, un’associazione leader in Italia e all’estero nel campo delle mostre e di progetti culturali e artistici che valorizzino il patrimonio italiano”.

Sovranismo, populismo, nazionalismo… C’è una destra in ascesa in Italia. La sinistra e il centrosinistra hanno una possibilità di risalire la china?

“La destra populista, anche durante la pandemia, ha continuato ad accrescere i suoi consensi. Ma non c’è nulla di irreversibile, come dimostra anzitutto lo scenario degli Stati Uniti d’America. La sconfitta di Donald Trump può aiutare chi crede che al nazionalismo populista si può contrapporre una democrazia più prossima al popolo, più vicina ai suoi sentimenti e alle sue esigenze. La pandemia ha spazzato via decenni di mistificazioni neoliberiste che avevano portato a tagliare drasticamente gli investimenti nella sanità pubblica e, in generale, in tutti i  servizi pubblici e nella scuola. Oggi i cittadini chiedono protezione, salute, prevenzione, vaccini, medicina di prossimità. Un cambiamento positivo è in atto, e finita l’attuale emergenza non bisognerà tornare indietro. Sì, penso che la sinistra e il centrosinistra possano risalire la china. Ho molto apprezzato le parole di Enrico Letta, quando si è candidato, e i suoi primi atti politici da segretario, pur avendo io posizioni più a sinistra. Occorre però che un pensiero socialista, femminista, ecologista trovi nella nuova coalizione che Letta ha proposto di costruire una forza e una visibilità ben superiori a quelle avute finora. Ci vuole coraggio, ora. Non si può affrontare a capo chino questa fase nuova”.

Ultima domanda. Ma si deve essere europeisti a tutti i costi o l’Europa si può rivedere?. Qualcuno lancia l’allarme di troppa tecnocrazia e troppa finanza egemone. 

“Proprio perché siamo europeisti dobbiamo criticare l’Europa com’è -è stato un bene cominciare ad avere una posizione forte rispetto ad errori fatti a livello europeo nell’approvvigionamento dei vaccini-, snellire le procedure e soprattutto, sull’onda della pandemia, costruire un’Europa sociale, della salute, del lavoro, dell’ambiente e della cultura. Questa è la nostra sfida più importante, e mi auguro che attorno a queste idee, e a idee simili a queste, possa nascere una nuova partecipazione politica e civile”.

 

 

 

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