Potentina, 53 anni, laureata in filosofia. Una vita nella politica, prima a Potenza, al liceo, poi a Roma, dove nel 1988 diventa dirigente nazionale della Federazione Giovanile Comunista. Da luglio del 2013 è consulente del Presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti per le politiche di genere e presiede su sua delega la Cabina di regia regionale per la prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne. Ha scritto articoli e interventi in materia di politica delle donne e politiche di genere per giornali e riviste, e numerose altre monografie. E’ amica di Antonio Luongo da quando era una ragazzina, e ne ha condiviso esperienze politiche e battaglie, sia a Potenza che a Roma. Questo il suo ricordo dell’amico di sempre.
Ricordare Antonio è anche ricordare un tempo della nostra vita che ha determinato le persone che siamo, pur avendo ognuno di noi preso strade diverse. Il primo ricordo legato alla vita pubblica che ho di Antonio è del 16 marzo 1978. Lo conoscevo da qualche mese. Era venuto a vivere vicino casa mia, in quello che doveva diventare il nuovo quartiere residenziale di Potenza. Capitava che mi riaccompagnasse a casa dopo la scuola.
Aveva cinque anni più di me. All’epoca significava una generazione di differenza. Del resto lo incrociai al liceo solo perchè l’anno prima era stato bocciato all’esame di maturità. Alla commissione che lo interrogava su “A Luigia Pallavicini caduta da cavallo” aveva provocatoriamente e lapidariamente risposto che sicuramente si era fatta male.
Come spesso accadeva, il 16 marzo 1978 non era a scuola. Sentì alla radio la notizia del rapimento di Aldo Moro e andò di corsa dal Preside a chiedere la convocazione di un’assemblea straordinaria. Ci sono eventi così impossibili che lasciano senza parole, momenti in cui ci si guarda sgomenti e nessuno sa cosa dire. E ci sono persone che le parole le cercano, ci provano, rischiano. Non so se siano queste le circostanze in cui si riconoscono i leader. So solo che quella mattina, accanto al Preside balbettante e alla gran parte dei docenti muti, quel ragazzo che non aveva ancora vent’anni parlò. Fece capire a tanti studenti e a una giovane ginnasiale che si pensava comunista che il rapimento del capo della Democrazia Cristiana era una cosa molto grave per la democrazia.
Un passaggio decisivo della militanza politica fu il terremoto del 1980. Nella nostra terra martoriata arrivò l’onda lunga di quella spinta all’impegno civile che aveva attraversato il decennio precedente. Gli anni settanta non erano stati solo terrorismo, ma avevano visto la trasformazione nella vita quotidiana delle persone e la democratizzazione dei luoghi della produzione e del sapere. Erano stati anni d’impegno e una grande ondata di solidarietà attraversò l’Italia. Io e Antonio ci iscrivemmo alla Federazione Giovanile Comunista il giorno di Natale, nella mensa montata dalla Cgil di Bologna, dopo un brindisi di auguri tra due città che in quell’anno erano state colpite dalla tragedia. A Bologna ad agosto era esploso un’ordigno alla stazione, provocando una strage. Con me, e con altri che in seguito si iscrissero, la FGCI entrava al Liceo classico. Fino ad allora era stata un’organizzazione radicata nei paesi, meno presente a Potenza città.
Segretario di federazione del PCI era Piero Di Siena, mentre Umberto Ranieri era il segretario regionale. Il partito della Basilicata, a differenza di quello che successe in Irpina sotto la guida di Antonio Bassolino (ne parla Di Siena nel suo libro “Nel PCI del mezzogiorno. Frammenti di storia sul filo della memoria“, Calice Editore) dove i comitati popolari furono quasi un contropotere rispetto ai comuni, ebbe immediatamente un rapporto strettissimo con le istituzioni, mise a disposizione la sua forza organizzata per affrontare l’emergenza. Ricordo che anche Zamberletti, commissario del governo per il coordinamento dei soccorsi, riconobbe e ringraziò il Partito Comunista per questo suo impegno. Il volontariato fu un’esperienza straordinaria, all’epoca non esisteva ancora la Protezione civile.
Non ho partecipato alla stagione politica degli anni novanta in Basilicata, non so dire se questo modo di essere del PCI lucano, che Antonio incarnò, fu poi essenziale a costruire quel particolare centrosinistra, capace di ereditare il grosso delle forze democristiane nel progetto dell’Ulivo. In quegli anni quel modo di guardare alle istituzioni fu anche della FGCI. I dirigenti nazionali Achille Occhetto, responsabile scuola del PCI e Pietro Folena, responsabile degli studenti medi, avevano scelto di non partecipare alle elezioni degli organi collegiali, lamentandone il carattere obsoleto e segnalando il fallimento di quell’esperienza di partecipazione. La FGCI lucana, cioè Antonio, chiese di poter fare un’altra scelta. Aveva pazientemente costruito un rapporto tra i diversi comitati nelle scuole, dando vita ad un movimento che coinvolgeva realtà molto diverse, fino ad aree un tempo vicine all’Autonomia. Antonio, con uno schema che poi replicherà alla Sapienza, mise tutto questo insieme, con l’idea che dovesse partecipare alla vita delle istituzioni scolastiche. Non era una lista della FGCI, ma una lista di movimento, che chiedeva rappresentanza istituzionale. Avevamo grande libertà. Era il PCI dell’ultimo Berlinguer, quello del movimento contro i missili a Comiso, del segretario che si interrogava sul futuro del pianeta. Quando ci fu la svolta nel 1989 e si moltiplicarono ricostruzioni e rappresentazioni di quel partito mi sono chiesta se ero stata davvero iscritta alla forza politica che mi stavano descrivendo.
L’insofferenza per le chiusure identitarie e la libertà erano un tratto di Antonio. A casa sua, sempre piena di amici, si guardava Goldrake, Happy Days e poi Drive In, senza nessun timore o spocchia intellettuale verso la televisione commerciale che nasceva in quegli anni. Uno dei migliori amici di Antonio, Erminio, era democristiano. E’ difficile spiegare oggi che all’epoca questo potesse essere oggetto di critica, perchè improprio e poco rivoluzionario. Per fortuna non per Antonio e per quel gruppo di amici. Del resto Antonio non era solo politica, era la musica, i travestimenti da Arancia Meccanica o da Conan il barbaro – che significò il massacro di un mio giaccone di montone per ottenerne delle mutande.
Dopo l’esperienza lucana fu chiamato a Botteghe Oscure, come responsabile meridionale della FGCI. Ma non fu per lui un’esperienza entusiasmante: aveva bisogno della sua terra e del rapporto diretto con le persone. Ho letto in un’intervista rilasciata anni dopo che per lo stesso motivo non si sentiva portato per l’impegno di parlamentare.
Decise di rimettersi a studiare. Ma ci fu un altro aprile, quello del 1986. L’aprile del bombardamento americano in Libia, dopo il sospetto lancio di missili contro Lampedusa, e dell’incidente di Chernobyl. Il richiamo della politica ebbe di nuovo la meglio. Ricorderete il volantino contro il nucleare con un racconto di Asimov, uno scrittore che amava: “Razza di deficienti”. Il resto, la nascita di “Di A Da Sinistra”, l’abbiamo costruita insieme. Eravamo un bel gruppo di studenti universitari romani, intelligente, studioso, ma molto urbano. Quando si trattava di parlare con i fuorisede ci mancava la lingua. Non potevamo entrare nelle case dello studente senza Antonio. Del resto, come altri borghesi meridionali, lui aveva il vezzo del dialetto. Ricordo suo zio, l’avvocato comunista. Il padre non ho mai potuto conoscerlo. Persone per cui il dialetto è un modo per sentirsi popolo.
Antonio, cosa che ormai in politica succede sempre più raramente, non aveva paura dell’intelligenza degli altri. Al contrario, per quel modo di fare politica l’intelligenza del singolo era una risorsa da mettere a frutto nel gruppo. Roberto Gualtieri, in un articolo pubblicato su l’unità dopo la sua morte, ha rammentato che per quei giovani universitari era diventato un punto di riferimento essenziale, fino a chiamarlo Obi-Wan Kenobi. Ma questo non avveniva solo nel rapporto con le altre generazioni.
Un suo amico da sempre mi ha ricordato una delle tante uscite spiazzanti di Antonio. Non sempre riuscivo a capire dove finisse l’ironia e cominciasse la presunzione. Quanto scherzasse e quanto facesse sul serio. In ogni caso cominciò a dire che dovevamo chiamarlo Carisma.Al di là della vanità, non c’era arroganza o superbia individualistica. A voler prendere sul serio quella provocazione il carisma è qualcosa che chiama in causa gli altri e la comunità.
Del resto, guardandoci oggi qui, possiamo dire che nel pieno dell’epoca del trionfo dell’ego e della nascita del rampantismo, Antonio ci ha insegnato a essere un collettivo.
