UNA TENDA NEL BOSCO

1
ida leone - una tenda nel bosco

Ida Leone

Carlo e Sara avevano 17 anni, erano compagni di scuola, erano fidanzati e innamorati.
Lei era piccolina e mora e sembrava una madonna bizantina, lui era alto, spalle larghe, biondo coi ricci come Apollo.

Si erano messi insieme ad Ottobre dell’anno prima, e da allora erano inseparabili, respiravano a turno e si scambiavano sistole e diastole. Il lunghissimo freddo inverno li aveva visti girare in moto, la Guzzi 125 di lui, gelandosi ogni millimetro di pelle anche se coperta. Quando scendevano dalla moto, le ginocchia scricchiolavano come vetro, ma a 17 anni e per di più innamorati, e chi ci pensava? si scaldavano a forza di baci e abbracci riparandosi dal vento negli angoli esterni bui del vecchio palazzetto dello sport.

Era stata dura non avere un posto più confortevole e caldo nel quale scambiarsi effusioni – sempre più dolci, sempre più intime – per tutto l’inverno. Ma ormai era tarda primavera, e tutto sembrava più facile, almeno non si gelava. Certo, restava il problema della privacy, per una intimità che ormai era diventata urgente ed improrogabile. A 17 anni gli ormoni sono grossi come lupi, e ululano alla stessa maniera.

Quella sera Carlo passò a prendere Sara con la moto, come sempre. Una cosa diversa però c’era: assicurato alla schiena con una tracolla, aveva un involucro tubolare, morbido, piuttosto ingombrante. “Ma che é?” gli chiese Sara divertita, anche se stava più scomoda del solito sul sellino posteriore della moto e non poteva abbracciarlo, appoggiando la guancia sulla schiena calda di lui, le mani nelle tasche del suo giubbotto, come faceva sempre. Una posizione che la inebetiva dalla gioia.
“Aspetta e vedrai” rispose lui, con un sorrisino misterioso.
La meta era un parco cittadino, periferico. A monte, c’erano una chiesetta spelacchiata e il parcheggio. Ma scendendo a piedi, per una scala di legno e pietra, dai parapetti malandati, ed inoltrandosi nel folto, si trovava un piccolo bar coi tavolini e un jukebox sempre acceso. Ancora più in basso, si apriva il paradiso: una grande prato verde circondato da bosco fitto, con poche panchine ricavate dalla pietra, un piccolo anfiteatro di mattoni. Un posto per famiglie, per picnic, per giocare interminabili partite di pallone. Era stato il posto del cuore di ambedue, quando erano bambini, e ci tornavano anche ora che i giochi erano un po’ cambiati, e mordevano la pelle con una strana gradevole ansia.

Carlo parcheggiò la moto, la spense, mise la chiave nella tasca dei jeans. Scesero insieme le scale, e arrivati in fondo Carlo entrò nel bosco cauto come una guida indiana. Si fermò in una minuscola radura e si tolse dalla schiena l’involucro, inginocchiandosi a terra. Cominciò ad aprirlo da una lunga zip e sotto gli occhi divertiti ed increduli di Sara si dispiegò niente meno che una tenda da campeggio, una piccola canadese con le stecche già inserite nelle guide. Un sasso, qualche colpo sui picchetti e in pochi minuti “Prego, Principessa” disse solennemente Carlo aprendo la zip dell’entrata, su uno dei due lati corti, ed invitando Sara ad accomodarsi dentro, prima di entrare a sua volta e richiudere la zip.

Dentro, fu tutto come avrebbe dovuto essere: tenero ed appassionato. Durante l’ora e mezza passata nella canadese piantata in un bosco demaniale, a nessuno dei due passò per la testa che avrebbero potuto arrestarli, o comunque far passare loro un brutto quarto d’ora. Durante quell’ora e mezza, si accorsero a stento del brontolio di tuoni sempre più vicini, e del ticchettio sempre più insistente sulle loro teste.

Quando, rimessisi in ordine con un po’ di fatica e molte risate, uscirono dalla tenda, ormai pioveva a dirotto. Ripiegare la tenda, richiuderla e risalire verso il parcheggio non fu facile, e giunti in cima erano zuppi come pesciolini pescati da una boccia di vetro.
Era ora di tornare a casa.
Carlo mise la mano nella tasca dei pantaloni, ma “oh, cazzo”, la chiave della moto non c’era. Ci volle poco a capire che nella foga della passione la chiave era caduta dalla tasca e forse – forse – era rimasta nella tenda. Sperando non fosse rimasta nel bosco.

Sotto gli occhi stupefatti di fortunati amanti più adulti, parcheggiati in auto riparate e calde negli angoli bui del parcheggio, due ragazzini sotto la pioggia e sotto la luce dei lampioni aprirono una tenda canadese – per consentire ad uno dei due di entrarci dentro carponi, e uscirne dopo un minuto stringendo trionfalmente fra le dita una chiave – ripiegarono la tenda, risalirono in moto e ripartirono con un rombo, abbracciati e bagnati fradici, verso casa.

Senza mai, mai smettere di ridere e baciarsi.

(credits: la foto di copertina è di Antonio Nicastro)

Condividi

Sull' Autore

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

1 commento

Lascia un Commento