by ANTONELLA LALLO
Fino a cinque mesi d’attesa per un’ecografia all’addome. Quasi due mesi per una visita ortopedica. E come se non bastasse, pure il ticket da pagare. E’ la sanità italiana, bellezza: non è un caso, dunque, che un cittadino su dieci rinunci a curarsi, con l’ulteriore paradosso che è proprio nelle Regioni dove si pagano più tasse che le prestazioni sanitarie sono meno garantite. A denunciarlo è il Rapporto 2015 dell’Osservatorio civico sul federalismo in sanità, curato da Cittadinanzattiva-Tribunale per i diritti del malato.
Un cittadino su quattro, fra gli oltre 26.000 che si sono rivolti al Tribunale nel 2015, lamenta difficoltà di accesso alle prestazioni sanitarie per liste di attesa (oltre il 58%) e per ticket (31%): e in effetti non ha tutti i torti.
Per la prenotazione di esami e visite con il Servizio sanitario nazionale si parla di tempi quasi biblici, con notevoli differenze da Regione a Regione. Prendiamo ad esempio l’ecografia completa all’addome: per prenotarla si attende da un minimo di 57 giorni nel Nord-Est ad un massimo di 115 giorni al Centro. Per una visita ortopedica i tempi minimi si registrano nel Nord-Est (poco più di un mese), quelli massimo al Centro (quasi due mesi). Per una prima visita cardiologica con elettrocardiogramma si va dal minimo di 43 giorni nel Nord-Ovest al massimo di 88 giorni al Centro. In generale, su un campione di 16 prestazioni sanitarie, i tempi minimi di attesa si registrano tutti nel Nord-Est o Nord-Ovest, i tempi massimi, in 12 casi su 16, sono segnalati al Centro. Nel Sud, e in particolare in Puglia e Campania, i cittadini ricorrono più di frequente agli specialisti privati per aggirare il problema dei tempi troppo lunghi nel pubblico (indagine Censis 2015).
Non è un caso, infatti, che la spesa sostenuta privatamente dai cittadini per prestazioni sanitarie in Italia sia al di sopra della media OCSE (3,2% contro il 2,8%) e con forti differenze tra le Regioni (dai 781,2 euro in Valle d’Aosta ai 267,9 in Sicilia). Inoltre, in generale, le Regioni in Piano di rientro, e la Campania in particolare, sono quelle che, a fronte di una minore spesa pubblica e di una elevata tassazione, danno meno garanzie ai cittadini nell’erogazione dei Livelli essenziali di assistenza (Lea).
Altra nota dolente per il portafoglio sono i ticket: l’importo varia di Regione in Regione ed ogni anno gli italiani, a testa, pagano in media oltre 50 euro come quota di compartecipazione nel Nord-Centro, con punte vicino ai 60 euro in Veneto e Valle D’Aosta, e in media 42 euro al Sud. E la situazione è notevolmente peggiore proprio al Sud, dove si riscontra la maggior quota di rinunce alle cure (11,2%) rispetto al Centro (7,4%) e al Nord il (4,1%).
E a proposito di mannaia sui cittadini utenti, da registrare il mezzo passo indietro fatto finalmente dalla Ministro Lorenzin. Adesso si vuol riportare alla tutela le 203 prestazioni sanitarie escluse dal DM Lorenzin: nel frattempo rimane il caos sulle prestazioni. Tali prestazioni, in maggioranza analisi, possono essere prescritte solo se rispondono a precisi criteri di appropriatezza e alle condizioni di erogabilità. Queste condizioni, però, sono molto difficili da rispettared inoltre mancano i programmi, per i medici, che consentono di adeguare le ricette alle previsioni normative: così, rischiano di saltare ben 22 milioni di prestazioni sanitarie. E come al solito ai cittadini non rimane che pagare..