VIAGGIO TRA I RITMI DEL PAESE DEI CUPA CUPA

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Leonardo Pisani

Leonardo Pisani

Quello strumento colpì l’artista piemontese, nelle langhe del Nord non aveva mai visto e né sentito un suono simile. Così  particolare, così ancestrale e Carlo Levi lo descrisse in questo modo: «[…] i ragazzi, correndo a frotte, lanciavano nell’aria nera i primi rauchi suoni dei cupi cupi. Il cupo cupo è uno strumento rudimentale, fatto di una pentola o di una scatola di latta, con l’apertura superiore chiusa da una pelle tesa come un tamburo. in mezzo alla pelle è infisso un bastoncello di legno. Soffregando con la mano destra, in su e in giù, il bastone, si ottiene un suono basso, tremolante, oscuro, come un monotono brontolio. Tutti i ragazzi, nella quindicina che precede il Natale, si costruivano un cupo cupo, e andavano, in gruppi, cantando su quell’unica nota di accompagnamento, delle specie di nenie, su un solo motivo». Questo nel capolavoro “Cristo è Fermato ad Eboli”,  ricordando i suoi giorni di confini ad Aliano. Questo tamburo a frizione è diffuso in tutto il Mezzogiorno d’Italia, ha vari nome Cupa cupa in Puglia, Caccavella in Campania, Cupo Cupo o Cupa Cupa  Basilicata, Bufù in Molise, Vattacicirchie in Abruzzo, Zucutufù in Ciociaria e Zighedebù nel Gargano. Fa parte di quegli strumenti ritmici poveri ma suggestivi, da suoni particolari che rendono unica la musica del Sud e proprio  “Il paese del cupa cupa” è l’espressione utilizzata da Diego Carpitella per indicare la Basilicata nei resoconti delle ricerche svolte negli anni ’50 con Ernesto De Martino e Franco Pinna: ricerche che hanno portato alla definizione di un quadro della musica tradizionale lucana divenuto poi canonico, con un ruolo centrale assegnato alla componente agro-pastorale e alle sue forme di canto, in particolare il canto a cupa cupa e le ballate narrative, accanto a strumenti come la zampogna e il suo sostituto moderno, l’organetto.

A cinquant’anni di distanza da quella pionieristica ricognizione, agli inizi del Duemila è stata avviata una capillare ricerca sul campo condotta in tandem da un etnomusicologo lucano, già autore di fondamentali lavori sui patrimoni musicali locali, e da un fotografo con una forte predilezione per le rilevazioni sociali e di carattere collettivo. Nicola Scaldaferri Insegna Etnomusicologia all’Università di Milano e si occupa di musica elettroacustica, di pratiche musicali dell’Italia meridionale, dei Balcani e dell’Africa occidentale. Uno dei suoi ultimi lavori, Sonic Ethnography, realizzato con Lorenzo Ferrarini ed esito ultimo della ricerca sul campo avviata in Basilicata agli inizi del 2000, è stato premiato come miglior libro del 2021 da parte dell’ICTM-International Council for Traditional Music  e Stefano Vaja Fotografo e videomaker, si occupa principalmente di teatro e reportage sociale e già fotografo della Compagnia della Fortezza di Volterra, hanno così battuto in lungo e largo tutto il territorio regionale in una ricerca sfociata poi nel volume con cd allegato Nel paese dei cupa cupa. Suoni e immagini della tradizione lucana, edito da Squilibri nel 2006.  Configurandosi come la più estesa ricostruzione mai realizzata sulla musica tradizionale lucana, il volume ha evidenziato anche le profonde mutazioni nel frattempo sopraggiunte rispetto alla visione consacrata nelle indagini di De Martino e Carpitella. Lamenti funebri, giochi di mietitura, canti di lavoro e ninne nanne sono risultate manifestazioni sonore pressoché scomparse dalla prassi ordinaria, così come in gran parte è scomparsa la Lucania delle foto di Franco Pinna. Gli ambienti domestici, allora come oggi, sono saturi di suoni di altro genere che provengono principalmente dai mass media: le ninne nanne sono sostituite da forme di musica riprodotta, le attività lavorative sono scandite da ritmi e suoni ben diversi dai canti per la raccolta delle olive e canti alla pisatura, le feste da ballo e i pranzi di nozze sono allietate da musiche da discoteca o da gruppi che suonano il liscio.

A fronte di fenomeni che si presentavano in una fase terminale, i due ricercatori hanno potuto però documentare tenaci forme di resistenza di alcune modalità espressive e l’avvio di significativi processi di rivitalizzazione di altri aspetti della cultura musicale tradizionale, talvolta anche con vere re-invenzioni attorno alle quali si ritrovano soprattutto le ultime generazioni. Dinamiche tutt’altro che lineari all’interno delle quali un ruolo fondamentale era svolto, e continua ad essere svolto, dagli strumenti musicali, in particolare tamburello, zampogna e organetto, meno legati, rispetto alle forme di canto, a specifici momenti occasionali o rituali. Strumenti e musiche dei “nonni”, spesso trascurati o negati dai “padri”, sono stati così ripresi dai più giovani, grazie anche ai numerosi corsi di formazione sorti in regione e, soprattutto, alla ripresa di attività costruttive artigianali che hanno rimesso in circolazione zampogne e surduline, che negli anni Ottanta del secolo scorso sembravano destinate a scomparire. E, pur guardando agli ultimi anziani depositari della tradizione come autentici maestri sulle cui orme incamminarsi, questi giovani cultori di particolari forme espressive non erano certo pastori o contadini ma musicisti e costruttori formatisi spesso nei conservatori e con trascorsi anche universitari.

Evitando il fascino di facili esotismi e discostandosi da raffigurazioni canoniche che appartengono ormai alla sfera della memoria, Scaldaferri e Vaja si sono così soffermati in concreto su pratiche musicali che rivestivano un ruolo di fondamentale importanza nelle comunità locali, pur intrecciandosi con forti elementi di contaminazione. Grazie anche all’ampia documentazione fotografica e alla vasta antologia sonora del CD, nel volume si è così animata una rappresentazione in presa diretta di una realtà culturale vivacissima di cui si sono passati in rassegna repertori musicali, contesti e modalità d’esecuzione, musicisti e costruttori di strumenti, testimonianze storiche e iconografiche: un quadro d’insieme che, anche successivi ritorni sul campo, hanno confermato ancora valido e del tutto corrispondente alla realtà concreta del “fare musica” oggi in Basilicata.

La nuova edizione, a quindici anni di distanza dalla prima, è arricchita da un’articolata sezione di video e una conversazione tra i due autori che riflettono su quella loro esperienza caratterizzata dalla connessione tra musica e fotografia che, da Arturo Zavattini a Franco Pinna, aveva caratterizzato le rilevazioni sul campo degli anni Cinquanta del secolo scorso. Questi nuovi materiali, consultabili online e accessibili tramite il QR-Code apposto sul volume, integrano il quadro complessivo di quella ricerca anche con significative aperture su sviluppi successivi, documentati in particolare da Scaldaferri nella sua ininterrotta attività di studio e di rilevazioni nell’ambito delle musiche di tradizione orale della Basilicata.

 

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