il canto della notte

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antonio biscione

 

La notte che porta consiglio, la notte che porta speranza, la notte che porta pensiero, è l’habitat del pensatore, il paradiso del diseredato della vita, la requie del viaggiatore. Di notte si tace il creato, nella notte si cela l’incontro scabroso con sé stessi, lo scandalo assurdo dell’esistenza della mente. Cosa sarebbe la vita senza l’oscurità?

Per le nostre brave notti, per il pensiero, e per le tenebre del respiro.

 

IL CANTO DELLA NOTTE

 

Non farmi sentir più del male,

non farmi osservar più che il sogno,

non farmi affannar per saziare

il bisogno.

Non voglio più umana passione

Inseguir seguitare.

 

Oh Notte, tu, pura e celeste,

discendi dal tuo firmamento,

la luna imperiosa si veste

d’argento;

si posano dolci faville

sul brun campo agreste.

 

Oh Notte, che mesta riscopri

dai manti, e denudi ogni alma,

di vento e rugiada ricopri

mia salma,

ch’è stanca e che chiede soltanto

qualcun che s’adopri

per quel che le manca.

 

Ritorna il villano dai campi,

ei brama tornare a dimora,

la pioggia da l’alto ed i lampi

l’incora,

 in tavola il pasto e i sospiri,

si fanno più ampii.

 

Finisce il pagliaccio di urlare,

rincasa anche il buon bottegaio,

non s’ode già più risuonare

il mortaio.

Son chiuse le chiese, ed empie,

ancor empie le bare.

 

Il fuoco ha concluse sue ore,

la fiamma traballa insicura,

in essa si placa il dolore

e ogni cura,

che restano desti, fin quando

un piccolo ardore

nel vano si resti.

 

Concluse le danze ed i cori,

svanita nel vero la speme,

quest’anima spegne gli ardori,

poi geme,

poiché ha tramutati suoi sogni

in dolci dolori;

 

discende una candida neve

che copre col dolce suo manto

ogni triste ricordo, ogni greve

bel canto,

che allegra essa intona nel giorno,

perché solo deve.

 

È strano, ma sembra che il pianto

divenga una dolce armonia,

di sotto le stelle, e l’incanto

va via

veloce, col giunger del giorno,

che più non fa vanto

del canto suo atroce.

 

 

Si vede dal monte spuntare

dell’alba il mesto pallore.

vorrei inseguire il sognare,

ma muore

al rumore del mondo che veglia

e ch’è pronto ad errare.

 

Mi tocca ancora aspettare,

che un’altra giornata finisca,

che quieto si faccia il peccare

e perisca

il bel lume a la fertile valle,

e ancora sognare.

 

Così fanno le anime inquiete,

così il tempo vivon del giorno,

s’osservano come segrete

intorno,

dirotte, dal pianto a la morte,

che attendon la quiete

di un’altra notte.

 

 

 

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