Correva l’anno 63 a.C. quando Cicerone, in Senato, denunzia la congiura ordita da Lucio Sergio Catilina al fine ti attuare un tentativo di sovversione del potere costituito. La storiografia si è lungamente interrogata riguardo la natura del movimento non riuscendo, tuttavia, a trovare un punto d’accordo.
Chi fu Catilina? Un matto, un nobile spregiudicato e viziato od un eroe? Illegalmente morì sul campo di battaglia come il soldato più ligio al dovere; illecitamente organizzò un esercito di giovani valorosi e “scapestrati” pronti a morire, fosse anche solo per cupidigia, in nome di un Ideale, esattamente al pari di Ettore o Achille. Amo pensare Catilina qual vittima di un tempo corrotto, come capro espiatorio di una classe politica logora di vizi, come un sognatore circondato di freddi, spietati razionalisti.
Questo dovrebbe insegnare all’uomo moderno (specie l’Italiano) che non esiste malvagità, non esiste perversione che non sia generata dall’esercizio del culto dell’iteresse individuale, della noncuranza e dell’egoismo. Se i giovani non hanno valori è perché qualcuno, tempo e tempo addietro, si è ben preouccupato di strapparglieli, di negarglieli in nome di un vantaggio personale che altro non ha prodotto che male, depravazione, corruzione.
CATILINA
Fu un giovin rampollo di sorte,
Segnato da tempi malvagi,
Dal lusso, dall’oro, dagli agi,
Di senno e valor molto forte;
Fu figlio di un’era di morte,
Di dittatoriali presagi,
Di superstizione e di magi,
Buffoni boriosi di corte.
Gli dieder del pazzo e del mostro,
Lo fecero morto e dannato,
Lui ch’è, più che il loro, il nostro.
Dal petto gli tolsero il fiato,
Poiché ogni cultura è trafitta
Mirando la propria sconfitta.

