LA VALESTRA AVIGLIANESE IL PUGNALE NATO DA UNA LEGGENDA

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BY LEONARDO PISANI

Leonardo Pisani Valestra Aviglianese

Ora è  esempio di alto artigianato con la sua lama intarsiata ed il manico ricavato da un corno di bufalo ma un tempo era una micidiale arma tanto da diventare leggendaria. La Balestra o meglio la Valestra, un pugnale che nei racconti tramandati da generazioni a generazioni poteva avere anche dimensioni enorme.  L’arma preferita dai briganti, nei vicoli aviglianesi quando si narravano “gli cund” i fatti di una volta si diceva che lo stesso Ninco Nanco  le ordinava di ai coltellai ; quantità e lavorazione rapida, dimensioni quasi da spada e poi mandava ritirarle.

Valestra Aviglianese

Anche l’origine è leggendaria , legata ad un fatto di sangue e di vendetta personale e popolare.

Un fabbro non riusciva trovare moglie, nel passato era una categoria tenuta in disparte perché avevano costruito i chiodi per “crocifiggere Nostro Signore”.Povero e allontanato, conobbe una trovatella, anche lei sola poiché senza partenti e dote. Nacque l’amore e decisero di sposarsi. Il feudatario dell’epoca pretese lo “ius primae noctis”, allora il fabbro per difendere l’onore della sua amata inventò la micidiale balestra, lama sottile e affilata e che si poteva nascondere tra le vesti. La leggenda prosegue con la donna che per difendersi dall’oltraggio pugnalo il feudatario. Morì sanguinate in un angolo di Avigliano, proprio del più antico quartiere Gret a Rocc che ancora oggi è chiamato Cavalcavia  del Riscatto.

Il primo a parlare di questa temibile ma allo stesso tempo elegante arma nel  1674 da Pier Battista Ardoini , governatore dello stato di Melfi (comprendente nei suoi confini anche Avigliano e Lagopesole) per conto dei principi Doria, offre uno spaccato della società aviglianese nella descrizione del feudo di  Avigliano appena acquistato dai  Doria Pamphilj .  Parliamo della  Balestra Aviglianese ( si pronuncia Valestra), l’arma bianca ricavata  da corni di Bufalo. Un’arma da duello,è un pugnale  erroneamente considerato un semplice coltello.La fabbricazione del pugnale raggiunse alti livelli artigianali dal 1800, lame incise, il manico decoratoValestra Aviglianese

E diventa l’arma dei ceti popolari ed anche delle donne come ben scrive l’Ardoini :” Stanno fra loro con grande libertà ma senza scandalo, alle feste ballano le figlie con loro innammorati a mezzo le strade, et per ogni contrata vi sono festini con violini, cetre, chitarre et in soma è una terra di nova libertà e ricreatione et in cui le donne e non gli uomini comandano” .

Come sottolinea  lo storico Francesco Manfredi : “la committenza era costituita dal ceto contadino e artigiano, mentre veniva completamente snobbato dai civili e dai galantuomini. Ciò si può dedurre sostanzialmente dalla tradizione, che presenta la “balestra” come un’arma del popolo, pronta ad essere impiegata, a seconda delle circostanze, per la difesa o l’offesa tanto dagli uomini quanto dalle donne”.

“Queste, la ricevevano come regalo di fidanzamento dal rispettivo promesso sposo per meglio difendere il proprio onore, perpetrando un’usanza molto sentita almeno fino ai primi decenni del ‘900 – continua  Manfredi -Molto significativa è la descrizione che ne fa Tommaso Claps nella novella “La catena del mulino”, col personaggio di Cecilia che, secondo l’uso, portava pendente alla cintola il “coltello paesano a fronda di ulivo”, così definito per la forma longilinea della lama e del manico. Dagli atti dei processi della Gran Corte Criminale di Basilicata si evince, nel caso dei reati commessi ad Avigliano tra il 1806 ed il 1853, una casistica piuttosto frequente di aggressioni, ferimenti e omicidi per i quali l’arma usata è il coltello. Di detti reati si resero protagonisti, tra gli altri, Giuseppe Nicola Summa (Ninco Nanco) e lo zio paterno, Francescantonio Summa. Questi, nel 1848, a causa del gioco del “tocco”, ebbe un diverbio con Giuseppe Telesca in una bettola sita nel centro cittadino alla contrada del Poggio. Dopo aver lasciato che il Telesca si allontanasse dal locale, Francescantonio gli piombò addosso uccidendolo con diciassette coltellate. Prima di darsi al brigantaggio, Ninco Nanco si trovò spesso coinvolto in situazioni analoghe a quella poc’anzi descritta in veste di aggressore, ma anche di vittima. E’ il caso dell’agguato tesogli da Vito Vincenzo Lacerenza mentre stava uscendo dalla cantina di Leonardo Telesca. Le due coltellate per sua fortuna non andarono a segno e si limitarono soltanto a tagliargli il mantello. Tre anni dopo Ninco Nanco venne assalito da quattro o cinque individui che gli crivellarono il corpo di pugnalate ferendolo gravemente alla gamba destra. La vendetta non tardò ad arrivare, e dopo l’uccisione di uno dei suoi aggressori Ninco Nanco fu condannato a dieci anni di reclusione nel 1856. Si tratta di cruente e nel contempo appassionanti vicende, le quali servono a dimostrare come il coltello fosse un’arma molto diffusa, anche se è difficile stabilire con certezza quando si trattava della “balestra”, oppure di un qualsiasi coltello a serramanico. Tornando alla Statistica Murattiana  (1814-17) bisogna prendere atto che oltre a quelli di Avigliano, erano pure rinomati i coltelli e le forbici di Laurenzana, Rionero ed Abriola, ove si fabbricavano con altrettanta precisione delle tagliole, e quelli di Tramutola. Resta però fin troppo evidente come nel corso dell’Ottocento vi fosse stato il predominio assoluto del coltello aviglianese, tant’è che in una statistica dei comuni della Basilicata redatta nel 1885 i lavori di armi, coltelli e chiavi figurano tra le attività ed occupazioni principali della popolazione di Avigliano”.

Valestra Aviglianese

Un’arte che oggi è praticata ad Avigliano . Ecco alcune caratteristiche.  Il corno su cui costruire deve essere a punta, piena e si incomincia a scavare solco profondo per la lama, agli apici le “varole” le molle per aprire e chiudere il pugnale.  Tutto a mano, compreso le incisioni sulla lama che rendono tipica la Balestra.  Deve avere tra caratteristiche precise: la forma deve essere a foglia di olivo, poi la lama deve avere “ lo scolasangue” cioè delle incisioni e forme a tacche  che rendevano la lama più resistente e adatta a penetrare in profondità. E poi  i tre “scrocchi” cioè l’apertura a molla in 3 tempi. Questo aveva un significato simbolico. La Balestra era un’arma da duello, con il primo scrocchio si minacciava, dopo il secondo si accettava la sfida, ed il terzo rendeva l’arma micidiale: la lama diventava fissa e non richiudibile. Iniziava il duello secondo le tecniche della scuola schermistica spagnola, mantello o giacca a difesa su un braccio e pugnale nell’altro. Il lavoro per creare una balestra è certosino e complicato. Spazio anche alla fantasia dell’artista come una balestra che ha incastonato nel manico una corniola, l’antico anello delle donne aviglianesi. Le dimensioni variano, Chiusa, è lunga dai 12 ai 28 centimetri; aperta, dai 22 ai 52,5. Invece “le balestra” dei briganti erano di dimensioni maggiori forse anche il doppio” Una storia tra leggenda e realtà, per un oggetto ormai da collezione per chi ama l’artigianato artistico e ricercatissimo dai collezionisti di arme.

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