Volontario Italiano, classe 1867
Lo ricordo il Natale di quell’anno, un freddo tremendo e la stufa a legno più spenta che accesa, le mani gelate accostate alla candela per un po’ di calore.
Il tavolo di noce, scuro di innumerevoli passate di gommalacca e di bruciature, ultima vestigia dei mobili del nonno, era malamente apparecchiato con una tovaglia a riquadri rossi, solcata dalle cicatrici di innumerevoli rammendi e da toppe di vari colori; al centro un moccolo di candela faceva poca luce di “atmosfera” come aveva detto il Babbo e al centro del tavolo faceva mostra di se una malinconica bottiglia d’acqua con sopra disegnate stelle comete e decori natalizi.
Il Babbo era seduto a capotavola con un sorriso stampato sulle labbra e uno sguardo perso di malinconia e tristezza, aspettando che la Mamma arrivasse a tavola portando il grande piatto pieno di patate e baccalà che avrebbe fatto da cenone di Natale.
Sorrideva e si sforzava di fare scherzetti, il Babbo, cercando di ravvivare la malinconia di un Natale senza doni ai più piccini mentre io, dall’altro capo del tavolo guardavo il mio vecchio far finta e sentivo montarmi la rabbia.
Era un uomo saldo mio padre, una volta, carpentiere vigoroso, ricercato, io lavoro non mancava così come il piatto a tavola e i doni alla vigilia di Natale, poi l’incidente, quella mano deforme, la fine del lavoro da carpentiere e l’inizio delle tribolazioni.
Una roccia d’uomo, ogni giorno usciva a cercare qualcosa per tirare il carro pesante della famiglia, ogni giorno a togliersi il pane di bocca pur di comprare un libro, un calzino, un pezzo di pane per noi che ostinatamente continuava a mandare a scuola.
–Per Dio! Fosse l’ultima cosa che faccio ma voi vi prenderete un pezzo di carta! Basta operai e muratori in questa famiglia, vi guadagnerete il pane con la testa, ché quella se anche si dovesse tagliare si muore e almeno è finita la storia!–
E così di lavoro in lavoro, di umiliazione in umiliazione si era ridotto un ometto, più ossa che carne, dal sorriso dolente e dallo sguardo perduto in un eterno grido di dolore ed angoscia.
Mia madre aiutava come poteva, qualche rammendo, qualche giornata come sarta, come stiratrice, come donna delle pulizie ma era sempre troppo poco e, nei giorni di festa, quando tutti si preparavo a festeggiare la nascita di Nostro Signore, quando tutti sprofondavano in una melassa di “Pace agli uomini di buona volontà”, quando i cantieri si fermavano e i lavoretti scarseggiavano, quel poco diventava nulla mentre l’angoscia del Babbo aumentava a dismisura.
La Mamma arrivò con un sorriso imbastito sul volto portando quel piatto fumante di patate e baccalà, un sorriso ai piccini e uno sguardo dolente al Babbo e poi anche a me che oramai comprendevo:
–Ecco bambini, visto che bello? Mangiate adesso che dopo cantiamo insieme la canzone a Gesù Bambino!–
Passò quella santa notte, passò e io fui insonne, inquieto per i singhiozzi del Babbo, soffocati sotto le coperte e per quel –Shhhhhhhhh!– ripetuto della Mamma, quasi che anche nel soffrire si dovesse esser parchi.
Il giorno dopo Natale, a festeggiare con Noi arrivò anche il padrone di casa. Le parole che disse furono poche, ma come lava liquida bruciarono l’anima al Babbo che da allora non fu più lo stesso.
Dopo Natale fu Pasqua, anch’essa di magro e finalmente, con la fine delle scuole, all’approssimarsi dell’estate, le costruzioni di case riprese a pieno regime, ci fu abbastanza lavoro anche per il Babbo con la sua mano schiacciata e il desinare cominciò a tornare regolare.
Il Preside Micheli era un uomo buono, quei baffoni e quello sguardo severo, erano solo la corazza di un uomo dall’indole gentile e dal cuore generoso, era ormai l’ultimo giorno di scuola e mi mandò a chiamare.
Mi fissò impettito squadrandomi con quegli occhietti azzurri, guardando la mia camicia consumata e la mia giacchetta striminzita, squadrando le mie scarpe male in arnese facendomi arrossire di vergogna, mi stese la mano e disse soltanto una parola:
Peccato!
Mi arruolai volontario, non tornai per Natale quel 1895, ero già in Abissinia.
Non tornai neanche per Pasqua ché ad Adua fui tra i 40 che riuscirono a scalare, tra morti e colpi di fucile, lo Zebàn Daarò, lì dove ci aveva mandato il colonnello Stevani. A mezzogiorno gli scioani ci saltarono addosso da tutte le parti, fui tra i più fortunati, centrato alla testa da un colpo di fucile e morto senza soffrire.
Mandarono a casa una cassetta di ferro, con un poco di terra raccolta chissà dove e la consegnarono a mio Padre con una bandiera e un caschetto coloniale con la coccarda tricolore, nelle feste lo mandavano a chiamare e lui sfilava con quel caschetto in mano e gli occhi di pianto.
Quanti ne fummo qui dal mio paese, quanti sperando in un pezzo di terra, in un podere.
Quando a marzo, il sole tinge d’arancio le vette oltre l’Aba Gerima e l’azzurro immoto del cielo di Etiopia, sullo Zebàn Daarò il vento sussurra tra i rami di euforbia e di rosa africana, cerchiamo verso nord-ovest, le cime dei faggi e dei pini marittimi, le spiagge sabbiose poi, di pietra, torniamo a sognare il nostro paese.
